L'Islam è compatibile con il capitalismo?

18/08/2011

Da questa risposta dipende il futuro del Medio Oriente

di Guy Sorman, pubblicato su City Journal del 10 agosto 2011

Appena si arriva all’aeroporto del Cairo si capisce immediatamente che in Egitto – il cuore della civiltà araba – non regna propriamente la legalità. Uno si mette in fila per mostrare il passaporto al funzionario per un bel po’ di tempo… e quando infine raggiunge lo sportello il funzionario lo manda dall’altro capo dell’aeroporto ad acquistare un visto di ingresso! Il visto costa $15, ma se per caso uno non ha l’importo esatto e dà $20 all’impiegato, non deve aspettarsi di ricevere il resto né tantomeno una ricevuta di pagamento! Quindi bisogna correre di nuovo dall’altra parte dell’aeroporto e ricominciare la coda, per poi accorgersi che alcuni Egiziani – forse più importanti – hanno sempre qualcuno che li aiuta a evitare la coda e a passare davanti agli altri. È molto irritante arrivare in un ambiente così caotico e la situazione è peggiorata dopo la rivoluzione di gennaio. Ma è per certi versi illuminante, dato che dimostra praticamente perché sia difficile fare affari qui – come in buona parte dei paesi musulmani, dove la posizione sociale permette di violare le normali regole universalmente accettate. Ovviamente tale ‘personalizzazione’ della legge è incompatibile con il libero mercato e questo spiega anche perché il PIL pro-capite dei paesi arabi è circa 1/10 di quello dell’ America e dell’ Europa.

L’esperienza all’aeroporto sarebbe risultata familiare a Rifaa al-Tahtawi, un brillante e giovane imam spedito in Francia nel 1829 dal Pascià d’Egitto per indagare sulle ragioni per cui l’esercito di Napoleone aveva schiacciato così facilmente l’esercito egiziano trent’anni prima, mettendo a nudo tutto il ritardo militare, economico e scientifico del mondo arabo. Nel suo resoconto di viaggio L’oro di Parigi Rifaa descrive la sua esperienza in un caffè di Marsiglia: “ Mi sono stupito quando a Marsiglia un cameriere si è avvicinato e mi ha chiesto l’ordine, senza che l’avessi neppure chiamato”. Il caffè arrivò senza ritardo e infine, al momento del conto, Rifaa constatò che il prezzo era davvero quello riportato nel menù. Entusiasta del non dover contrattare, Rifaa concluse dicendo: “Non vedo l’ora che i caffè del Cairo seguano le stesse regole di quelli di Marsiglia”. Ma dopo due secoli l’unico caffè ad applicare queste regole in Egitto è lo Starbucks americano…

Ovviamente l’Egitto è un paese musulmano. Bisogna ritenere che sia l’Islam la causa delle disfunzioni economiche presenti e passate? La domanda assume un significato particolare se si considera che attualmente il resto del Medio Oriente è in subbuglio per una serie di rivolte popolari contro i regimi autoritari al potere. Le nazioni che emergeranno dalla Primavera Araba saranno in grado di far rispettare la legalità e difendere le istituzioni che hanno favorito lo sviluppo del capitalismo in Occidente? Oppure Islam e progresso economico sono fattori inconciliabili?

Le economie islamiche erano piuttosto floride in passato. Nel suo capolavoro L’economia mondiale l’economista Angus Maddison ha dimostrato che fino al XII secolo il reddito pro-capite nei paesi islamici era molto più alto in Medio Oriente che in Europa. A partire dall’inizio del XII secolo però iniziò quello che l’economista Timur Kuran chiamò ‘la lunga divergenza’ che ha portato all’attuale situazione, tant’è che già al tempo di Rifaa l’Europa era ben più potente e prosperosa del mondo arabo islamico.

Una prima ragione della divergenza è dovuta al fatto che furono le città-stato italiane a inventare il capitalismo – favorite dall’humus culturale del tempo, come osserva Avner Greif dell’università di Stanford. A quell’epoca due gruppi di mercanti dominavano i commerci del Mediterraneo: i Genovesi e i Maghrebini del Cairo che, pur essendo ebrei, provenivano da Baghdad e condividevano quindi gli la cultura del Medio Oriente arabo. I Genovesi sorpassarono presto i Maghrebini e alla fine vinsero la competizione perché, come afferma Greif, furono capaci di inventare le istituzioni finanziarie del capitalismo: banche, lettere di credito, società di capitali, etc…che gli permisero di correre rischi maggiori e di imbarcarsi in avventure più remunerative. Secondo Greif queste istituzioni erano diretta emanazione della cultura genovese occidentale, dove le persone si univano non solo per vincoli di sangue ma anche per contratto, fra cui ovviamente anche il contratto matrimoniale. La cultura araba invece impediva la stipula di contratti al di fuori dell’ambiente familiare e tribale, limitando le risorse e quindi le opportunità di crescita. Gli obblighi di sangue non potevano competere con istituzioni legali affidabili (vedi l’Economia non mente, del 2008).

Secondo la teoria di Greif indagare sulle differenze culturali è molto più utile che indagare su quelle religiose per capire il diverso livello di sviluppo. Infatti da un punto di vista strettamente religioso si potrebbe obiettare che l’Islam è stato fondato da un commerciante – che aveva inoltre sposato la vedova di un altro ricco mercante. Il Corano è ricco di elogi per gli uomini d’affari di successo; gli imprenditori sono obbligati a versare solo il 2,5% di tasse, lo zakat, alla comunità per aiutare i ceti meno abbienti, ma tutto il resto se lo possono tenere. La proprietà privata è sacra; tutto questo è in contrasto con la tradizionale attitudine cristiana verso al ricchezza. I Cristiani infatti sostenevano che i poveri avrebbero avuto facile accesso al paradiso e prendevano di mira in particolare i mercanti (basti pensare alla cacciata dei mercanti dal Tempio) per la loro cupidigia.

Duke Kuran sostiene invece che anche l’Islam è da annoverare fra le cause della ‘lunga divergenza’: non fu il Corano, considerato scritto da dio e quindi inalterabile, a bloccare lo sviluppo economico, ma la sharia, la legge religiosa sviluppata dagli studiosi dell’Islam dopo la morte di Maometto. La sharia non è sempre stata ostile al progresso economico, anzi all’inizio era infarcita di regole favorevoli al commercio, che ad esempio permisero lo sviluppo dei bazar e offrirono mezzi di arbitraggio nelle dispute economiche. Ma Kuran sostiene che la sharia divenne controproducente nel tempo perché era meno efficiente della cornice legale occidentale.

La più importante innovazione economica della sharia fu la partnership islamica, che non assomiglia nemmeno lontanamente alla società di capitali occidentale. Le partnership avevano vita breve e si scioglievano con la morte di uno dei partner, erano piccole e spesso stipulate fra membri della stessa famiglia. Le società di capitali, decisamente più efficaci, sono vietate dalla sharia. Anche le leggi sciariatiche sull’eredità rappresentano un ostacolo allo sviluppo: siccome il Corano ammette la poligamia, la sharia obbliga il marito a lasciare tutto in porzioni uguali alle vedove e ai figli, il che rappresenta un ostacolo all’accumulo di capitali. Nel diritto romano che regnò in Europa fino al XIX secolo, invece, era il figlio maggiore a ereditare tutta la ricchezza del padre, ricevendo una grande fortuna che poteva essere investita in attività economicamente produttive. Secondo alcuni economisti anche la proibizione dell’interesse sancita dalla sharia rappresenta un ostacolo allo sviluppo, pur se in misura minore. Dal XII secolo però gli esperti di diritto islamico hanno trovato un escamotage per aggirare il divieto, prevedendo il pagamento di una ‘tassa’ in cambio del prestito.

Anche le fondazioni a scopo benefico istituite per aiutare i poveri, i waqf, rappresentano un ostacolo alla competitività a lungo andare. Secondo la sharia tutto il denaro devoluto a tali enti di beneficienza è esente tasse, perciò i mercanti musulmani iniziarono a creare waqf come copertura per attività commerciali, privando così il governo dei fondi necessari per funzionare bene. L’evasione fiscale ha contribuito al fallimento dei regni arabi e dell’impero ottomano, che non riuscirono a sviluppare uno stato sufficientemente forte da implementare la legalità.

Consideriamo la città di Alessandria in Egitto. All’inizio del XV secolo ai mercanti della città fu concesso di operare al di fuori delle regole della sharia. Come hanno dimostrato molti storici, coloro che abbracciarono le istituzioni capitaliste europee crebbero più rapidamente di quelli che si attennero alle regole sciariatiche.

Nel tempo però la sharia si è adattata al capitalismo; nel XIX secolo fu finalmente permesso ai Musulmani di creare società di capitali e di adottare altre istituzioni capitaliste dall’Occidente. Oggi le banche islamiche adottano le stesse pratiche delle banche non islamiche (incluso l’utilizzo dei derivati, ma le chiamano in modo diverso per evitare di entrare in contrasto con la sharia). Nonostante la trasformazione però gli stati arabi sono tuttora arretrati economicamente rispetto ai paesi occidentali. […] Per quale motivo non si annoverano ‘tigri arabe’ accanto alle ‘tigri asiatiche’?

Parte della risposta potrebbe essere di natura religiosa: la legge sull’apostasia. La sharia sostiene che un Musulmano che si allontana dall’Islam diventa un apostata e può perciò essere condannato a morte. Siccome per i Musulmani Sunniti (i più numerosi, N.d.T.) non esiste un centro teologico unico – a differenza dello Sciismo che riconosce l’autorità teologica del regime di Teheran – ogni imam sunnita può decidere di testa sua che cosa rappresenta una rottura con l’Islam, persino le innovazioni imprenditoriali non in linea con la sharia.

Ma la principale ragione per la stagnazione del mondo arabo è politica. In quasi tutti i paesi islamici il primo nemico della libera imprenditoria e del libero mercato sono i governi dispotici della regione – e quasi tutti i regimi autoritari e inaffidabili che hanno dominato la regione non erano di matrice religiosa, ma regimi laici emersi dalle lotte contro il colonialismo negli anni ’50 e ’60. Siccome i colonialisti erano europei, la decolonizzazione portò alla nascita di movimenti fortemente anti-occidentali e anticapitalisti.

La decolonizzazione nei paesi arabi non fu un processo limpido: scoppiarono gravissime lotte intestine che sfociarono a volte in guerre civili – come in Algeria. Le rivolte portarono al potere regimi militari, e anche quando l’esercito non era ufficialmente in carica controllava governi fantoccio, come in Marocco. Tutti questi regimi hanno sempre coltivato un forte nazionalismo e si sono opposti a riforme che potessero limitare il potere dello stato e concedere maggiore libertà agli imprenditori.

Fra l’altro questi paesi ottennero l’indipendenza proprio in un momento in cui l’URSS era molto influente, perciò buona parte degli economisti credeva che l’economia pianificata fosse una scorciatoia per ottenere potere e prosperità. I governi presero a confiscare terreni e industrie, sradicarono la borghesia e crearono grandi monopoli statali per estrarre rame, petrolio e fosfati. In nome dell’indipendenza nazionale e della modernizzazione economica tutta la ricchezza fu concentrata nelle mani delle elite militari al comando e delle burocrazie.

La caduta dell’URSS mostrò tutta l’inefficienza del socialismo reale rispetto al libero mercato, allora i governi arabi iniziarono a liberalizzare i mercati senza però rinunciare al proprio potere tirannico. Così nacque un capitalismo di bulli, che è tuttora dominante nel panorama mediorientale. Nelle attuali economie arabe di pseudo mercato non è praticamente possibile essere imprenditori indipendenti. Se vuoi aprire un’attività devi fare richiesta per la licenza, e l’unica via certa per ottenerla è appartenere alla (o essere amico della) classe dirigente; e in ogni caso anche dopo aver aperto l’attività i profitti vengono spartiti con i burocrati. È molto più facile ottenere una rendita – ovvero un benefit basato sulla posizione che ricopri in società. Il rent-seeking (la ricerca di una rendita di posizione) è particolarmente diffuso in quei paesi ricchi di risorse naturali come petrolio e gas, che di solito garantiscono enormi guadagni e non offrono incentivi a diversificare l’economia.

L’Egitto è un esempio lampante di questo modello. Negli anni 90’ con le corrotte privatizzazioni i grandi monopoli statali (energia, acciaio, cemento, etc.) vennero trasferiti nella mani di ‘imprenditori privati’, per lo più membri della famiglia Mubarak, funzionari dell’esercito e altre persone con agganci importanti. L’economista Hernando de Soto ha calcolato che per aprire una panetteria al Cairo ci volevano almeno due anni di patimenti nei meandri della burocrazia, e ad ogni passaggio occorreva ungere per bene i funzionari in modo da velocizzare i tempi; anche dopo aver aperto la panetteria era necessario pagare la polizia locale per avere protezione. Chissà perché l’Egitto ha sempre sofferto di un tasso di crescita molto basso, enorme disoccupazione e un grande mercato nero!

La natura autoritaria dei governi musulmani attuali produce norme di comportamento che ostacolano l’imprenditoria privata. Ad esempio secondo un sondaggio condotto dalla rivista di Casablanca ‘L’Economiste’ che metteva a confronto la struttura delle aziende marocchine e quelle occidentali che operavano in Marocco ha scoperto che i dirigenti marocchini di solito hanno uffici più grandi, più assistenti e segretarie e autisti rispetto a quelli occidentali, e hanno un atteggiamento più autoritario. È probabile infatti che il manager marocchino, imitando il re e il suo entourage, trovi molto più gusto nell’avere potere – e nel farlo vedere agli altri – che dall’ottenere profitti.

L’ingerenza del governo nell’imprenditoria è evidente anche in Turchia. All’inizio del XIX secolo il sultano turco, proprio come il pascià in Egitto, tentò di importare la scienza e i metodi militari occidentali senza però liberalizzare l’ambiente politico. Come afferma l’economista turco Ervet Pamuk , “L’impero ottomano cadde in disgrazia perché i sultani si preoccuparono innanzitutto di impedire lo sviluppo di poteri rivali competitivi”, in particolare quello della borghesia di stampo occidentale che per il suo potere economico avrebbe potuto competere con il potere del sultano.

Dopo la caduta dell’Impero Ottomano e la nascita della Repubblica Turca le cose non cambiarono molto. Il fondatore Mustafa Kemal (Ataturk, un nome da lui scelto che significa ‘padre dei Turchi’) era affascinato dagli ideali fascisti. Kemal era convinto che i Turchi fossero privi di spirito di iniziativa e che quindi fosse il governo a dover agire come grande imprenditore e scegliere coloro che potevano aprire nuove attività. Sotto il suo regime, che si trasformò in una dittatura dopo la sua morte nel 1938, l’economia turca rimase alquanto stagnante, anche se un gruppetto di uomini d’affari collusi con il governo si arricchì a dismisura.

L’Islam non aveva niente a che vedere con la povertà turca. Infatti la repubblica era fieramente laica, per decenni nessun Musulmano religioso poté ricoprire ruoli di rilievo nell’amministrazione pubblica, nell’esercito e nemmeno nel mondo degli affari. La Turchia moderna iniziò a crescere quando vennero avviate le liberalizzazioni da Turgut Ozal, ex economista della Banca Mondiale nonché musulmano devoto, nominato primo ministro dall’esercito. Ozal si preoccupò innanzitutto di controllare l’inflazione. Le sue riforme spianarono la strada al partito islamico filo-capitalista Giustizia e Sviluppo (AKP) al potere ormai dal 2002. Indipendentemente dalla critiche che si possono rivolgere al partito al potere – ad esempio per aver tentato di introdurre norme religiose in una società laica – l’AKP ha trasformato radicalmente l’economia turca: il bilancio è sotto controllo, i prezzi sono stabili, il mercato prospera e il capitalismo clientelare è stato duramente colpito. Non a caso il tasso di crescita della Turchia è uno dei più alti del mondo, pari all’8% annuo da molti anni ormai, e il reddito procapite dei Turchi è più alto di quello dell’Arabia Saudita – nonostante la Turchia non abbia petrolio.

Una nuova generazione di imprenditori dell’Anatolia guida l’attuale espansione economica: si tratta soprattutto di Musulmani conservatori, ma non estremisti. Tutto questo è sorprendente: nessuno può dire con certezza quando questi imprenditori siano diventati il motore della modernità turca. Se si domanda a un imprenditore anatolico il segreto del successo, risponderà: “forte etica lavorativa, unita a valori familiari propri della fede islamica”. Oppure potrebbe parlarti delle tradizioni dell’Anatolia, crocevia fra l’Europa e l’Asia sotto l’impero ottomano. Pamuk, che è laico, sostiene che il successo è dovuto al basso costo del lavoro e alla vicinanza al mercato europeo, che assorbe il 25% della produzione turca – rispetto al 3% del 1980. Sicuramente l’Islam non ha frenato il successo turco.

È possibile che il modello turco si espanda ad altri paesi arabi? Le rivoluzioni di Tunisia ed Egitto ci diranno cosa accadrà. Se pensiamo all’uomo che ha ispirato la rivoluzione, Mohammed Bouazizi, un giovane tunisino laureato che non riusciva a trovare un lavoro decente come molti altri giovani arabi altamente scolarizzati, possiamo capire molte cose. Bouazizi si guadagnava da vivere vendendo frutta e verdura su una bancarella che gli fu sequestrata dalla polizia perché non aveva registrato l’attività. Per questo si diede fuoco e morì pochi giorni dopo.

Il suicidio di Bouazizi portò milioni di Arabi che si riconoscevano nella sua causa in strada: non sono stati i difensori dei diritti umani a innescare le rivoluzioni, e nemmeno i movimenti islamisti radicali come i Fratelli Musulmani. Le sommosse non avevano niente a che vedere con i movimenti islamici, e non si videro bandiere israeliane bruciate per le strade – sebbene in molti casi i Musulmani abbiano poi attaccato le chiese cristiane in Egitto quando l’autorità sparì dalle strade. No, il messaggio principale era che gli Arabi non volevano rimanere separati dal resto del mondo. Gli studenti egiziani di piazza Tahrir non avrebbero potuto dimostrarlo in modo più chiaro chiedendo democrazia e globalizzazione, anelando alla prosperità di mercato e non all’islamizzazione. Ad Aprile Amr Salah, dell’Istituto del Cairo per i Diritti Umani ha dichiarato a Parigi: “Vogliamo un paese normale, con libero mercato e democrazia.” E anche gli islamisti dei Fratelli Musulmani non si oppongono al capitalismo, come si evince dalle parole di Sameh al-Buarqui, economista americano vicino ai Fratelli Musulmani: “Il nostro programma economico prevede una società basata sul libero mercato per raggiungere la giustizia sociale.”

Chiaramente non è detto che la transizione dagli attuali regimi porti necessariamente a maggiore democrazia e al libero mercato. Per capire le difficoltà è sufficiente tornare di nuovo alla storia di Rifaa, che ritornò in Egitto dopo sette anni in Francia e diventò consigliere personale del Pascià. Rifaa ebbe il compito di supervisionare le traduzione dei libri scientifici dal francese all’arabo, fondò il primo giornale arabo e aprì scuole per donne. Nonostante l’ostilità dei conservatori musulmani le sue riforme che scardinarono parzialmente anche la sharia e inaugurarono un’epoca di modernizzazione in Egitto. Alla fine del XIX secolo il Cairo appariva come una città europea, con energia elettrica, servizi sanitari, università e stampa libera e indipendente. Ma il rinascimento non durò a lungo, perché Rifaa non riuscì a convincere il Pascià ad accettare una costituzione in stile occidentale, che avrebbe limitato il potere del sovrano. L’Egitto rimase arretrato perché non sviluppò le istituzioni di governo proprie dell’Occidente.

Perciò non è affatto detto che l’esercito rinunci ai propri privilegi politici. Al momento la maggior parte dei partiti emersi dalle recenti rivolte appoggiano il libero mercato – esistono ancora partiti socialisti in Marocco e Tunisia, dove l’influenza francese ha lasciato il segno, ma sono socialisti solo di nome. Le giovani donne e i giovani uomini che hanno animato la primavera araba continueranno a premere per avere un mercato dove milioni di Bouazizi potranno diventare imprenditori, dove non ci vorranno anni e tangenti illimitate per aprire una panetteria. E non esiste alcun limite culturale o religioso a ritenere che un giorno non troppo lontano ci siano anche al Cairo caffè gestiti in modo efficiente e ragionevole come quelli di Marsiglia.

Guy Sorman, editore del City Journal, è l’autore di “Children of Rifaa: In Search of a Moderate Islam” e molti altri libri.

 

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