Le radici della storia d’Europa:
da Gesù ebreo all’antigiudaismo cristiano

17/07/2013

 

Gli eventi degli ultimi duemila anni di storia europea sono strettamente intrecciati al Cristianesimo. 

Il Cristianesimo, cioè la credenza che nell’ebreo Gesù si sia incarnato Dio, ha alimentato attraverso la storia l’avversione per gli Ebrei. Come si spiega questo paradosso? Come nasce l’antigiudaismo cristiano? Negli ultimi decenni fioriscono gli studi su questo argomento,  sia in ambito cristiano sia in ambito ebraico, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II che nel 1967 pose ufficialmente fine all’inimicizia ebraico-cristiana.

I Vangeli attestano chiaramente che Gesù non rifiutò mai le leggi dell’ebraismo, ebbe soltanto seguaci ebrei, e si mosse totalmente all’interno della tradizione culturale ebraica.

Gesù nacque sotto l’impero romano, allora fortemente ellenizzato. La costa di levante del Mediterraneo nei decenni antecedenti la nascita di Gesù era stata suddivisa in varie provincie sottomesse all’Impero, talora governate da re locali.  Fino al 4 a. C., a cavallo delle provincie romane di Giudea e di Siria si estendeva il grande regno autonomo di Erode il Grande. Erode era di cultura ellenista, fedele alleato dei Romani, ebreo per religione. Alla sua morte il regno venne diviso in tre parti governate da tre suoi figli, non più come re, ma come capi-popolo sottoposti ai governatori romani.  Nell’anno 6 d.C. le regioni di Giudea e Samaria vennero poste direttamente sotto il controllo di un prefetto romano, che risiedeva a Cesarea.  Le due regioni costituivano la provincia romana di Giudea. La Galilea e la Perea erano governate da Erode Antipa, che rispondeva al governatore romano di Siria.  Iturea e Gaulanitide avevano per tetrarca un altro figlio di Erode, Filippo.  La Decapoli era un insieme di città di cultura ellenista, sotto il governatore romano della provincia di Siria .

Gesù visse e predicò lungo zone di frontiera a cavallo del lago di Galilea e della valle del Giordano, non nelle regioni costiere frequentate da mercanti e funzionari ellenizzati e dalle legioni romane.  Molti ritengono che Gesù, come altri predicatori farisei, si tenesse volutamente lontano dal mondo ellenizzato pagano,  e sempre a poca  distanza da una frontiera, per ridurre il rischio di essere arrestato.  L’ebreo Gesù era un giudeo fariseo della tribù di Davide, certamente influenzato dalla religiosità essena. Che significa? Facciamo un po’ di chiarezza su termini.

Il popolo la cui storia è narrata nella Bibbia è quello degli Ebrei discendenti di Giacobbe, che fu soprannominato Israele dopo la lotta con l’Angelo. Giacobbe - Israele ebbe 12 figli che originarono 12 tribù, fra cui la tribù dei discendenti di Giuda o Giudei, che per molte generazioni ebbe come re i discendenti di Davide.  Fra il 587 e il 586 a.C Nabuccodonosor II di Babilonia sconfisse gli ebrei, distrusse il tempio e deportò a Babilonia la classe dirigente, costituita da Giudei. Nel 539 a.C. Ciro il Grande di Persia conquistò Babilonia, e l’anno successivo lasciò liberi gli Ebrei di tornare nella loro terra.  Gli Ebrei tornarono a Gerusalemme e ricostruirono il Tempio, che fu poi grandemente abbellito da Erode il Grande nei decenni precedenti la nascita di Gesù.  Il culto del secondo Tempio si chiamò ‘giudaismo’ per distinguerlo da altre forme di culto elaborate dagli Ebrei non deportati, rimasti nelle campagne, che si erano nel frattempo sposati con non-ebrei. I Giudei considerarono scismatici e impuri questi altri culti, ad esempio quello degli abitanti della Samaria , i Samaritani di cui parlano i Vangeli, che esistono ancora oggi.

All’epoca di Gesù i Giudei erano divisi in due grandi fazioni politico-religiose, che costituivano anche diverse classi sociali: Sadducei e Farisei.  I Sadducei erano un gruppo di grandi famiglie di Gerusalemme da cui venivano scelti i sacerdoti che officiavano i sacrifici al Tempio. Dopo la conquista romana collaborarono con il potere imperiale, da cui dipendevano. Erano la grande maggioranza nel Sinedrio, ossia nel tribunale religioso e amministrativo.  I Sadducei osservavano la Torah scritta, che rispettavano alla lettera.  Non accettavano la grande tradizione orale sviluppata nei secoli. Perciò non credevano nella resurrezione dei morti, nella vita dell’anima e negli angeli, cui il resto della popolazione spesso credeva.  Finirono col ridurre la religiosità giudaica al rituale e persero prestigio morale.

L’atteggiamento dei Sadducei provocava l’ira dei Farisei, cioè i separati, che leggevano nella legge di Mosè un’esigenza di purezza e di giustizia e consideravano un’offesa a Dio la collaborazione con i Romani.  Erano nazionalisti, insofferenti al dominio di Roma. Ritenevano che l’osservanza delle regole di vita che la tradizione aveva dedotto dalla Torah fossero sufficienti alla salvezza, e non occorresse la mediazione dei sacerdoti.  Credevano nella resurrezione.  Furono i primi a invocare ‘Avinu Shebashamaim’, ‘padre nostro che sei nei cieli’. Nel I secolo avanti Cristo i Farisei avevano avuto due celebri scuole, guidate dai rabbini Hillel e Shammai.  A uno straniero disposto a convertirsi, a condizione che gli venisse spiegata la Torah mentre stava su un piede solo, Hillel rispose. “Quello che è odioso ai tuoi occhi, non farlo al prossimo. Questa è tutta la Torah. Il resto non è che commento. Va e studia’”.

Ma nella popolazione ebraica esisteva tutto un continuum di posizioni religiose e politiche diverse: un pluralismo di pensiero e di vita inimmaginabile in qualunque altra società dell’epoca.  Gli Zeloti erano sorti fra i Farisei proprio nel periodo della nascita di Cristo, quando il console Quirino decise di procedere al censimento di cui parlano i Vangeli, per meglio tassare e  controllare la popolazione.  Disse di loro Giuseppe Flavio: «Giuda il Galileo introdusse una quarta setta i cui membri sono in tutto d’accordo con i farisei, eccetto un invincibile amore per la libertà che fa loro accettare solo Dio come signore e padrone. Essi disprezzano i diversi tipi di morte e i supplizi dei loro parenti e non chiamano nessun uomo signore».  Si ribellarono ripetutamente con le armi, cioè con i pugnali che i Romani chiamavano sica, da cui il termine ‘sicari’. In ebraico i portatori di pugnale si chiamavano iscarioti. Sappiamo dai Vangeli che fra gli apostoli di Gesù ci furono Simone lo Zelota e Giuda l’Iscariota.  Alcuni storici ritengono che l’apostolo Giovanni e san Paolo fossero zeloti prima di convertirsi.  Sicarii o Iscarioti compirono atti di terrorismo contro Sadducei e Farisei, oltre che contro i Romani.

Gli Esseni (cioè i devoti) già attorno al 180 a.C., prima dell’arrivo dei Romani, tendevano a lasciare Gerusalemme per vivere nel deserto in comunità monastiche, talora anche con mogli e figli, in attesa del Messia, per condurre ‘una vita secondo giustizia e diritto’. I sacerdoti esseni si consideravano eredi legittimi di Davide, consideravano illegittime le offerte che i Sadducei facevano nel Tempio.  Sostituirono i sacrifici al tempio con il bagno rituale, accogliendo gli adepti con il battesimo.  Vestivano di bianco. Consideravano la morte l’inizio della vita eterna. In opposizione al calendario lunare, preso a prestito da Babilonia, gli Esseni usavano un calendario solare in cui sia Pesach (cioè Pasqua) sia Rosh Hashanah (cioè capodanno),  sia l’inizio di ogni mese cadevano sempre di mercoledì. Tale calendario regola ancora la liturgia dei Cristiani aramaici di rito sirìaco.  Giovanni Battista, parente di Gesù, era probabilmente esseno. Ricostruendo il calendario dell’anno della morte di Gesù, alcuni studiosi ritengono che Gesù celebrasse la Pasqua di mercoledì, secondo il calendario esseno.

Molto nota è oggi la setta di Qumran, gruppetto di Esseni che si erano ritirati nel deserto di Giudea, vicino al Mar Morto, dove vivevano in totale comunità di beni, in condizioni di celibato.  Prima della distruzione del villaggio da parte delle legioni romane nascosero la loro biblioteca in giare dentro a caverne naturali.  Così ci hanno lasciato circa 900 rotoli manoscritti, databili fra il 150 a. C. e il 70 d. C., redatti in ebraico e in aramaico, ritrovati, restaurati e decrittati soltanto a partire dal 1950. Ora sono conservati qui, al museo d’Israele a Gerusalemme. Di particolare interesse è il testo ‘la lotta fra i figli delle tenebre e i figli della luce’, simboleggiati dai colori bianco e nero del monumento. La credenza nella lotta fra le forze del bene e le forze del male nella storia era particolarmente viva nel mondo di Gesù, ben prima di entrare nella cultura cristiana attraverso l’Apocalisse di Giovanni.

La predicazione di Gesù si inserisce in questo contesto estremamente variegato di credenze e di tipi di vita, con un denominatore comune:  l’insofferenza per il dominio romano.  Il sentimento prevalente fra gli Ebrei in Palestina era odio per l’oppressore pagano e un ardente desiderio di libertà, che spesso assumeva forma messianica, scrisse Jules Isaac. «Il monoteismo, l’attesa del messia-re e il desiderio di indipendenza  erano strettamente intrecciati ai sentimenti anti-romani, sempre pronti a divampare  in ribellione aperta».  I Romani sopprimevano con ferocia le ribellioni.  Alla morte di Erode ad esempio, proprio negli anni della nascita di Gesù, ci furono disordini in Giudea, che il governatore romano represse con la crocefissione di oltre 2000 ebrei.

I  Vangeli ci dicono che Gesù negli ultimi tre anni di vita assunse un ruolo pubblico e fu accolto da molti come il Messia mandato da Dio a guidare la ribellione e la vittoria contro i Romani.  La Domenica delle Palme la popolazione lo accolse in Gerusalemme come un liberatore. I Sadducei − nel timore di una ribellione e di una conseguente repressione − scelsero di fermare Gesù prima che la ribellione scoppiasse davvero.  I Romani arrestarono, processarono e crocefissero Gesù.  Nei vangeli Ponzio Pilato è presentato come colui che si lava le mani, rifiutando la responsabilità dell’uccisione di Gesù.  Ma gli storici Giuseppe Flavio e Filone di Alessandria parlano entrambi di ira, avidità, ingiustizie, abusi e incredibile crudeltà di Ponzio Pilato e dei massacri da lui ordinati, soprattutto di quello in Galilea, citato anche dall’evangelista Luca.

Dopo la morte di Gesù, la guida degli Apostoli e degli altri seguaci fu presa da Giacomo il Giusto, fratello di Gesù.  Famiglia e Apostoli vivevano a Gerusalemme, in comunità di beni e di vita, come gli Esseni, ma andavano anche al Tempio.  Avevano fede nell’imminente ritorno di Gesù risorto, che avrebbe liberato il popolo di Dio dal dominio dei pagani, e nel frattempo evitavano scontri con i Sadducei e con i Romani.  Ma la loro stessa fede nel ritorno del Messia era pericolosa per il potere, anche se si astenevano dall’organizzare manifestazioni politiche.  Secondo Flavio Giuseppe, Giacomo fu lapidato nel 62 su ordine del sommo sacerdote.

Un ruolo di fondamentale importanza fra i primi Cristiani fu svolto da Saulo di Tarso, il futuro San Paolo, che non conobbe Gesù vivo, ma credette nella sua resurrezione.  Così egli si identifica in una lettera ai Filippesi ‘Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio di ebrei: quanto alla legge, fariseo’.  Era stato allievo del celebre rabbino Gamaliele, aveva studiato a fondo i testi apocalittici, credeva all’esistenza di potenze angeliche maligne.  Prima della conversione perseguitava accanitamente gli Ebrei che ricusavano la legge.  Per questo aveva fatto uccidere Stefano.  Però Saulo è anche cittadino romano, di cultura ellenista, cosmopolita.  Parla e scrive in greco, come tutte le élite nelle provincie d’oriente,  mentre i Cristiani di Gerusalemme sono ancorati al solo aramaico, la lingua locale che Gesù parlava.  Paolo si avvicina alla comunità cristiana di Gerusalemme, quindi si dedica a predicare anche ai Gentili, cioè ai pagani, per convertirli.

Allora nelle città principali dell’impero romano vivevano importanti comunità di Ebrei che si riunivano a discutere nelle sinagoghe. Nell’impero romano del primo secolo gli Ebrei erano ben il 10% della popolazione, il 20% nelle provincie del mediterraneo orientale.  Il giudaismo era ‘religio licita’ in tutto l’impero. Molti pagani avevano conosciuto il monoteismo ebraico nelle sinagoghe della diaspora e ne erano stati affascinati, pur senza convertirsi.

Paolo viaggia sempre, predica ovunque ci siano sinagoghe e converte alla fede in Cristo non solo gli Ebrei, ma molti di questi pagani ‘timorati di Dio’.  Ma presto sorgono contrasti e discussioni,  fra Paolo e i seguaci di Gesù a Gerusalemme, su che significa e in che cosa consiste la conversione di un gentile, cioè di un pagano.  Per gli Apostoli e per la famiglia di Gesù, tutti ebrei osservanti , i convertiti debbono essere circoncisi, come Gesù, e osservare tutti i precetti che regolano la vita ebraica, oltre a credere al ritorno di Gesù come Messia.  Per Paolo invece basta la fede in Gesù Cristo come Messia e nella sua resurrezione.  Scrive in una lettera ai Galati: ‘dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessun mortale’…  ‘se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano’…  ‘ dissi a Cefa ( cioè a San Pietro) davanti a tutti : Se tu, essendo giudeo, vivi da pagano e non da giudeo, come puoi costringere i gentili a vivere secondo la legge mosaica?’ Nacquero discussioni e dissidi aperti fra i Cristiani ebrei di Gerusalemme e Paolo con i suoi seguaci.

Nel 49 si tiene a Gerusalemme il primo concilio cristiano, sotto la guida di Giacomo, fratello di Gesù, per risolvere il dissidio fra i Cristiani di Gerusalemme e i seguaci di Paolo, relativamente alle conversioni dei gentili.  Eccone il risultato, secondo il testo che ci è stato tramandato negli Atti degli Apostoli: “Gli Apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! […] È parso bene… allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!”  Non sono dunque necessarie per diventare ebrei cristiani né la circoncisione, né l’osservanza delle complicate regole alimentari e sessuali ebraiche. Questa decisione permise a San Paolo e a San Pietro e ai loro seguaci di convertire rapidamente un gran numero di gentili in molte regioni dell’impero e anche a Roma. Ma i dissensi e le rivalità fra la cristianità ‘della circoncisione’ e quella ‘delle genti’ rimasero vivissime, spesso diventando vera ostilità.

Invece la popolazione dell’Impero considerava gli Ebrei e i Cristiani un’unica famiglia di pericolosi ribelli, così come noi oggi tendiamo a non distinguere fra i vari movimenti e le varie fazioni islamiche.  Scrisse lo storico romano Svetonio nell’ anno 112 : ‘dato che i Giudei, istigati da Cresto, provocavano costantemente dei tumulti , l’imperatore Claudio li espulse da Roma’. E nella Vita di Nerone scrisse che l’imperatore ‘sottopose a supplizio i Cristiani, razza di uomini di una superstizione nuova e malefica’. Nel 116 Tacito scrisse negli Annales che Nerone dopo aver incendiato Roma ‘ne presentò come rei e colpì con supplizi raffinatissimi coloro che il volgo, odiandoli per i loro delitti, chiamava Crestiani’…‘L’autore di questa denominazione, Cristo, sotto l’impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; ma, repressa per il momento, l’esiziale superstizione erompeva di nuovo, non solo per la Giudea, origine di quel male, ma anche per l’Urbe, ove da ogni parte confluiscono tutte le cose atroci e vergognose’.  

Tacito e Svetonio testimoniano che all’inizio del II secolo i Romani vedevano ancora Cristiani ed Ebrei come un unico pericoloso gruppo, che si ribellava costantemente sin dagli anni 60.  La religione ebraica era però sempre ‘licita’, come tutte le altre religioni nazionali, in quanto religione e nazionalità coincidevano per l’Impero.  I pagani convertiti al cristianesimo invece erano considerati una setta doppiamente traditrice: erano traditori degli dei della propria nazione, ma anche del Dio degli Ebrei, perché nonostante la conversione non ne seguivano le leggi.

Gli anni chiave sono gli anni 60.  A Roma negli anni 60 i Cristiani vengono ferocemente perseguitati, vengono uccisi san Paolo e san Pietro.  Nel 66 scoppia la rivolta degli Zeloti ad Alessandria d’Egitto e in Giudea, che innesca la  Prima guerra giudaica, culminata nel 70 con la distruzione di Gerusalemme e del Tempio da parte dei Romani, e nel 73 con il suicidio degli ultimi resistenti zeloti rinchiusisi con le loro famiglie nella fortezza di Erode a Massada.  Nel 67 c’è una rivolta zelota anche a Roma, e molti Ebrei, cristiani e non cristiani, vengono uccisi.

La distruzione del Tempio segna la fine della comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme, che fino ad allora aveva rappresentato il ‘vero’ cristianesimo.  Nel 63-64 c’era stata  una scissione per la successione a Giacomo: da un lato gli Ebioniti (cioè i ‘poveri’, perché mettevano tutti i beni in comune) si erano dati come capo l’esseno Thabuti. Gli altri, chiamati Nozrì o Nazorei (termine la cui etimologia è ancora incerta),  avevano come capo Simone figlio di Cleopa, parente di Gesù. I Nazorei non partecipano alla rivolta del 66 e prima della distruzione del Tempio lasciano la città.  Più tardi torneranno, ma saranno visti come traditori della causa nazionale ebraica e non avranno proseliti.   I nuovi proseliti cristiani saranno quasi esclusivamente pagani convertiti nelle altre provincie romane.  Dopo la soppressione dell’ultima rivolta degli Ebrei, quella di Bar Kochba, che durò dal 132 al 135, sulle rovine di Gerusalemme verrà costruita Aelia Capitolina, e agli Ebrei sarà proibito mettervi piede.  Così nel 135 a capo della comunità dei Nazorei verrà nominato per la prima volta un gentile convertito, di nome Marco, anziché un membro della famiglia di Gesù.  È l’inizio di un Cristianesimo non più ebraico, che perderà i legami con la cultura ebraica di Gesù, degli Apostoli e dei primi evangelisti.

Che succede agli Ebrei non cristiani, senza più sacerdoti, né re, né tempio? Si radunano attorno ai rabbini farisei, lontano da Gerusalemme.  Alcuni iniziano a raccogliere e scrivere e commentare la tradizione orale, cioè la Mishnah, perché non si perda.  È l’inizio del giudaismo rabbinico, che si sviluppa parallelamente al cristianesimo. Scrive Gabriele Boccaccini: «L’ebraismo odierno … è il frutto di una riforma all’interno della religione giudaica, la riforma rabbinica, la quale si sviluppò parallelamente alla riforma cristiana. … Il rapporto fra ebrei e cristiani di oggi non è un rapporto di figliolanza… ma è un rapporto fra fratelli nati all’interno dello stesso mondo religioso, quello del giudaismo del secondo tempio, che li generò entrambi prima di scomparire per sempre dalla storia con la distruzione del Tempio di Gerusalemme nell’anno 70 d.C».

Anche gli Ebrei cristiani sentono il bisogno di scrivere la propria tradizione orale, cioè i Vangeli.  I Vangeli e la Mishnah rientrano entrambi nella stessa tradizione letteraria ebraica della fine del primo secolo. Ma fin dal primo Vangelo, quello di Marco, al salvataggio della tradizione si accompagna un’altra preoccupazione.  Come scrive Pellicani: «Il Vangelo di Marco, scritto a Roma dopo il massacro di cristiani ordinato da Nerone, mentre era ancora in corso la guerra giudaica, fu animato dal desiderio di dimostrare che Gesù, a dispetto del fatto che era stato condannato alla crocefissione, non era un nemico dell’impero, così come non lo erano i cristiani tutti».

Dopo il 135 le strade dei Cristiani e degli Ebrei divergono: il Giudaismo rabbinico diventa studio e forma di  vita comunitaria e famigliare, il Cristianesimo si fa struttura gerarchica, diventa religione di stato e acquisisce immenso potere, staccandosi dalla cultura ebraica che era stata di Gesù e degli Apostoli, nonché di Paolo e degli Evangelisti.  Nei Vangeli, letti in latino o in greco, i Cristiani del II e III secolo vedono non più sermoni, parabole ed eventi interni all’ebraismo, ma addirittura la presa di distanza di Gesù dall’ebraismo, la sua condanna. I Cristiani accusano gli Ebrei, non i Romani, di aver causato la morte di Gesù e di aver per questo ricevuto la punizione divina della distruzione del Tempio e dello stato. Così scagionano di ogni colpa il potere romano, di cui cercano il favore. Inoltre si vendicano di essere stati cacciati dalle sinagoghe di Roma e di essere stati considerati traditori e bestemmiatori dagli Ebrei dei decenni precedenti. Scrive Pellicani: «l’irenismo e l’antigiudaismo dei Vangeli sono strettamente legati e costituiscono la replica dei cristiani ellenisti all’accusa di aver tradito la causa di Israele. Con il risultato che… il cristianesimo fu al tempo stesso la religione dell’amore universale e dell’odio contro ‘il popolo deicida ». Infatti nel 325 al Concilio di Nicea fu proclamato il dogma della Trinità, che dichiara che Gesù è Dio.  L’accusa evangelica agli Ebrei di non aver riconosciuto il Messia e di averlo denunciato ai Romani provocandone la morte diventa l’accusa – mostruosa, imperdonabile, inconcepibile per  la mente umana − di deicidio.  Così l’ebreo Gesù, che visse da ebreo osservante e predicò soltanto fra Ebrei, fu visto come il primo antigiudeo della storia, grazie a una interpretazione molto poco ‘cristiana’ delle scritture.

 

 

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