L’eredità di Auschwitz. Come ricordare?
di Georges Bensoussan

29/09/2014

Se in altre opere Georges Bensoussan è riuscito a delineare con rara chiarezza la storia della Shoah, adottando un approccio prevalentemente fattuale, in L’eredità di Auschwitz. Come ricordare? (edizioni Einaudi, Torino, 2014) l’autore privilegia invece la riflessione, in primo luogo per mettere il lettore di fronte all’unicità di quanto accaduto al popolo ebraico tra il 1939 e il 1945. Un’unicità determinata non tanto dal numero delle vittime, quanto dalla natura del crimine, che segna nella storia dell’umanità una cesura così netta da costringere a rivedere le categorie politiche tradizionali. In effetti non è tanto il massacro a essere senza precedenti, quanto la sua radice ideologica, per la quale la distruzione di un popolo non rispondeva a un obiettivo politico, ma costituiva di per se stessa un fine: l’eliminazione del principio del male, secondo la delirante ideologia di salvezza del nazismo.

La riflessione dello storico francese ruota attorno a due domande fondamentali: come ricordare e spiegare la Shoah, e quale insegnamento trarne. Innanzitutto Bensoussan mette in guardia dai rischi della commemorazione − spesso più sterile retorica che sincero ricordo − e dall’abitudine ad affidarsi unicamente alla memoria, poiché quest’ultima può costruire, demolire, dimenticare o edulcorare. In altre parole, la memoria spesso non è sinonimo di conoscenza, ma piuttosto espressione di identità. Quanto accaduto è così terribile da sfuggire alla nostra comprensione e da sembrarci lontano e irripetibile; è dunque facile cedere all’irrazionale tentazione di considerarlo un incidente della storia, per tranquillizzarci, per sentirci immuni dal pericolo di incorrere nuovamente – come vittime o come carnefici – in meccanismi simili.

Per evitare questa scorciatoia del tutto illusoria occorre invece affidarsi alla storia e al pensiero critico, attraverso i quali decifrare il processo politico che ha portato alla Shoah, punto di arrivo di un percorso europeo in cui la lunga tradizione antigiudaica e antisemita e la burocratizzazione dello stato hanno avuto un ruolo cruciale. Nell’opera Bensoussan mette più volte in luce soprattutto questo secondo punto, mostrando quanto sia stata importante la centralità attribuita alla razionalità tecnica e alla gestione burocratica dello sterminio. Pone inoltre l’accento su quello che definisce “biopotere”, ovvero la definizione degli uomini quali esseri puramente biologici, di cui lo stato può disporre come crede, decretando chi ha diritto a vivere e chi no. Chi appartiene a quest’ultima categoria viene ridotto a vita biologica da debellare, attraverso un percorso che ne decreta la natura dapprima subumana e poi inumana. Se si capisce questo, si capisce anche che la modalità scelta per realizzare lo sterminio non è casuale né secondaria, bensì la chiave per comprenderne la “logica”. L’impiego del gas serve proprio a cancellare i tratti troppo barbari e cruenti dell’assassinio, rendendolo eseguibile da burocrati intercambiabili e spersonalizzati. È dunque fondamentale che il processo di spersonalizzazione − il cui legame con la società di massa è più volte sottolineato dall’autore – sia applicato tanto alle vittime quanto ai carnefici che, vedendo inserito l’assassinio in un meccanismo tanto organizzato e burocraticizzato, non avvertono alcuna responsabilità individuale. L’autore accosta dunque questo processo di consapevole banalizzazione del male al celebre concetto di “banalità del male”, che mostra gli esecutori dello stermino non come esseri straordinariamente malvagi, ma come un universo sostanzialmente conformista di assassini. Bensoussan ne ricava un’indicazione importante, ovvero che il conformismo è il primo vettore della violenza, perciò è sempre necessario fare lo sforzo, talvolta faticoso, di pensare autonomamente e di contrapporre la propria coscienza individuale alla forza soggiogante del gruppo.

Bensoussan ci obbliga a pensare in termini politici, più che morali o sentimentali. In questo modo ci guida alla consapevolezza del legame della Shoah con lo stato moderno e la società di massa, delle terribili conseguenze che possono scaturire dall’assimilazione dei diritti fondamentali a quelli nazionali, questione quanto mai attuale e sotto gli occhi di tutti. L’eredità di Auschwitz dimostra che la conoscenza e l’analisi storica costituiscono un bagaglio infinitamente più prezioso e più costruttivo della ripetizione del solito mantra “mai più”.

                                                                                 

Recensione di Valentina Viglione

 

 

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