Il razzismo nella cultura europea moderna
Parte III - Il razzismo in Italia in epoca fascista

10/03/2015

Il razzismo in Italia in epoca fascista

Il razzismo si radicò anche nelle istituzioni italiane?

Sì, sia nella variante antisemita, sia nella variante colonialista. Il razzismo divenne dottrina ufficiale e legge dello stato nel 1938, quando venne definita l’alleanza dell’Italia fascista con la Germania nazista, ma già Mussolini e le classi dirigenti si erano resi conto che conquistare e mantenere un impero richiedeva un atteggiamento razzista.

Nel 1935 gli Italiani avevano assalito e conquistato l’Etiopia, facendone una colonia. La conquista aveva due volti per gli Italiani: quello nazionalista che si vantava di portare la civiltà a popoli felici di riceverla, quello violento che si compiaceva di trattare i popoli africani come insetti, usando l’antiparassitario per liberarsene. Infatti usammo i gas asfissianti contro intere tribù di Abissini che non volevano assoggettarsi.

Che il razzismo fosse indispensabile per la politica coloniale era chiaro.Il problema razziale è per me una conquista importantissima, ed è importantissimo averlo introdotto nello storia d’Italia” disse Mussolini a un raduno fascista. “La mancanza di dignità razziale….è stata una delle cause della rivolta degli Amara. Gli Amara non avevano nessuna volontà di ribellarsi al dominio italiano, nessun interesse a farlo (.....) Ma quando hanno visto gli italiani che andavano più stracciati di loro, che vivevano nei tucul, che rapivano le loro donne, ecc. hanno detto: ‘questa non è una razza che porta la civiltà’. E siccome gli Amara sono la razza più aristocratica dell’Etiopia, si sono ribellati (...). Perché l’impero si conservi bisogna che gli indigeni abbiano nettissimo, predominante, il concetto della nostra superiorità”.

Dal 1936 i giornali presero a scrivere articoli di tono razzista, ispirati dal regime. Nel 1937 Galeazzo Ciano annotò nei ‘Diari’: «Il Duce si è scagliato contro l’America, paese di negri e di ebrei, elementi disgregatori della civiltà. Vuole scrivere un libro: l’Europa nel 2000. La razze che giocheranno un ruolo importante saranno gli Italiani, i Tedeschi, i Russi e i Giapponesi. Gli altri saranno distrutti dall’acido della corruzione giudaica».

A luglio 1938 un gruppo di professori fascisti, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, pubblicò il ‘Manifesto della Razza’, in 10 punti, per sostenere innanzi tutto che le razze umane esistono, che sono diverse fra di loro su base biologica, e che esiste una pura razza italiana, la quale sarebbe ‘ariana’. I popoli mediterranei europei sono diversi da quelli orientali e africani − proseguiva il Manifesto −, gli Ebrei non sono di razza italiana. I caratteri degli Italiani non debbono essere alterati da incroci con altre razze.

A settembre 1938 vennero emanate le prime leggi razziali contro gli Ebrei, che li escludevano dalla vita pubblica, dagli uffici pubblici, dalle scuole pubbliche. Vennero proibiti i matrimoni misti.  Gli Ebrei erano una piccolissima minoranza di scarso potere in Italia, meno dell’1% della popolazione. Lo scopo politico primario non era eliminare gli Ebrei, anche se l loro allontanamento dagli impieghi pubblici avrebbe fatto largo ai raccomandati dal partito, ma educare gli Italiani all’esercizio del disprezzo e all’idea della separazione razziale, perché sapessero diventare padroni di uomini nelle colonie. Si voleva inoltre cementare l’alleanza con la Germania hitleriana, nella speranza di conquistare l’egemonia in Europa e nel mondo insieme ai nazisti.

I libri sulla razza si moltiplicarono: gli intellettuali italiani obbedirono al potere. Accanto al razzismo incarnato nel Manifesto del 1938, ricalcato sul modello biologico e determinista tedesco, si sviluppò un approccio più spiritualistico al concetto di razza. Anche su impulso dello stesso Mussolini − che voleva si formulasse una versione italiana della dottrina della razza, più “accettabile” da parte della Chiesa e che potesse riscuotere un più ampio consenso popolare – alcuni studiosi formularono un razzismo più basato sul dato spirituale che su quello biologico. L’accento era dunque posto sulla stirpe italica in quanto caratterizzata dallo spirito degli antichi Romani, rimasto immutato e incarnatosi nel popolo italiano, determinandone la superiorità.

Ma questa concezione fu percepita addirittura come espressione di antirazzismo, e accusata di fare il gioco degli Ebrei. Ecco cosa scrisse Almirante, futuro fondatore del Movimento Sociale Italiano: “[Gli ‘spiritualisti’] sono i buongustai del razzismo: i piatti comuni li disgustano. Vogliono manicaretti di secondo e di terzo grado”. Ma il razzismo deve essere cibo per tutti, perciò “Il razzismo nostro deve esser quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare, confrontare col sangue degli altri”. (Giorgio Almirante, Ché la diritta via era smarrita, 5 maggio 1942 in Francesco Cassata, “La Difesa della razza”. Politica, ideologia e immagine del razzismo fascista, 2008). Dunque doveva continuare a essere la biologia l’elemento fondante della teoria e della politica razziale fascista.

Da agosto 1938 fino al 1943 fu pubblicato il settimanale ‘La difesa della razza’, dedicato a inculcare negli italiani l’orrore per la mescolanza razziale e il disprezzo per gli altri popoli.

Nel 1938 fu emanato l’obbligo di schedatura degli Ebrei. Alcuni anni più tardi, nell’Italia ormai occupata dall’esercito tedesco, gli elenchi stilati nel 1938 servirono per rintracciare gli ebrei e deportarli nei campi di sterminio in Polonia. Nel frattempo una campagna di stampa incitava all’odio e alla delazione degli Ebrei, accusandoli di ‘provocare le guerre’.

Dal 1939 in poi in tutta Italia gli studenti avevano studiato nel ‘Libro del fascista’ , il catechismo della razza, pieno di solenni idiozie e di malvage falsità per educare i giovani italiani ad escludere gli altri, a considerarsi superiori e fare figli che sarebbero stati a loro volta ‘superiori’, ed evitare contaminazioni con altre ‘razze, cioè con altri popoli.

Come andò a finire, lo sappiamo.

 

 

 

 

 

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