I Drusi
e la lotta al jihadismo

03/08/2015

Lo stato siriano si sta sgretolando e noi non sappiamo come arrestare l’ascesa di al-Nusra (che è al Qaeda in Siria) e ISIS, né come contenere la crisi umanitaria che finora ha causato più di 200000 morti e circa 10 milioni di rifugiati.

Da qualche mese il Dipartimento della Difesa americano sta cercando di mettere insieme una forza di 500 combattenti siriani sunniti, moderati e disposti a combattere l’ISIS. L’iniziativa, però, continua ad arrancare e per ora si sono fatte avanti meno di 200 persone, di cui alcune già uccise da al Nusra, senza che nessuno intervenisse in loro aiuto. È comprensibile: gli Stati Uniti stanno chiedendo ai Sunniti di combattere i loro consanguinei dell’ISIS, che vogliono rovesciare il loro oppressore di sempre, la minoranza alawita a capo del regime di Bashar al Assad. Finché Assad massacrerà la popolazione sunnita per restare al potere, reclutare Sunniti per combattere l’ISIS sarà impresa impossibile.

Decine di migliaia di Drusi siriani stanno invece chiedendo di essere armati per combattere l’ISIS e al Qaeda, che attaccano i loro villaggi e li costringono a convertirsi all’islam. Visto che finora l’unico successo nella lotta all’ISIS è quello ottenuto dai Curdi del nord della Siria, c’è chi auspica l’istituzione di una regione autonoma drusa a sud della Siria, lungo il confine con Israele e la Giordania. 

 

Chi sono i Drusi?

Una popolazione monoteista che si considera discendente di Jetro, suocero di Mosè. La loro religione accoglie elementi dell’ebraismo, del cristianesimo, dell’islam e del gnosticismo. Sono considerati eretici dall’islam e hanno alle spalle una lunga storia di persecuzioni e tentativi di conversione forzata. Sotto l’Impero Ottomano i Drusi godettero di una certa autonomia e sotto il Mandato Francese, dal 1921 al 1936, (mappa a lato) proclamarono un loro stato, il Gebel Druso, che poi venne incorporato nella Siria. 

Oggi sono circa un milione e mezzo, concentrati in gran parte al confine tra Siria, Libano, Israele e Giordania (mappa a lato). Circa 750 000 vivono nell’area della capitale drusa al Suwayda, a sud di Damasco, mentre circa 14 000 risiedono in Israele, dove hanno raggiunto posizioni di rilievo, specialmente nell’esercito, nel quale prestano servizio fin dagli anni ’50 (vedasi immagine di testata). Nelle ultime settimane i Drusi israeliani hanno espresso il loro malcontento nei confronti dell’Occidente, colpevole di non armarli per contrastare l’ISIS e al Qaeda. Il loro timore è che in Siria stia per compiersi un massacro di Drusi; se questo dovesse accadere, molti Drusi israeliani non esiteranno a varcare il confine per combattere a fianco dei loro fratelli. Il più importante religioso tra i Drusi israeliani, Sheikh Muwafak, ha affermato: “I Drusi non sono gli Yazidi. Non fuggiranno di fronte ai jihadisti. Resteranno nei loro villaggi e combatteranno, anche a costo di morire. Israele deve decidere se vuole assistere a un bagno di sangue o se vuole fare qualcosa”. Ma i Drusi non vogliono l’intervento diretto degli Stati Uniti o di Israele, “non vogliono che siano altri a combattere la loro battaglia”. Chiedono solo due cose: “rifornimenti per combattere i jihadisti e la copertura aerea necessaria a neutralizzare l’artiglieria jihadista che sta bombardando regolarmente i villaggi. Chiedono inoltre che i Drusi veterani dell’esercito israeliano possano unirsi individualmente alla lotta dei loro fratelli in Siria, provvedendo al loro addestramento.

Un ufficiale druso di alto rango esprime la sua frustrazione circa la risposta alla crisi siriana: “Crediamo davvero che la nuova dimensione settaria-jihadista del conflitto regionale scomparirà da sola? Vogliamo davvero rischiare di avere ai nostri confini Hezbollah, sostenuto dall’Iran, e l’ISIS? Se non lo vogliamo, dobbiamo considerare altre opzioni, compresa quella di aiutare i Drusi a stabilire una regione autonoma all’interno dei loro confini, prima che sia troppo tardi”.

I Drusi di Siria sono stati sempre fedeli al governo alawita degli Assad, che hanno regnato combinando il terrore con un sistema di distribuzione del potere alle minoranze alleate, Drusi inclusi. Il regime alawita ha protetto i Drusi dalla maggioranza sunnita, ma ha anche cercato di annullare l’influenza delle élite tradizionali druse. Dopo due generazioni di repressione politica, le uniche figure influenti rimaste tra i Drusi siriani sono i leader religiosi. Quando è scoppiata la guerra civile siriana la maggior parte della leadership religiosa drusa ha cercato di restare almeno formalmente dalla parte del regime, rifiutando però di denunciare i Drusi che disertavano l’esercito siriano. Nell’ultimo anno sempre più Drusi hanno iniziato a prendere le distanze dal regime e si stima che al momento 14000 giovani siano ricercati per diserzione. Nel frattempo i Drusi hanno accumulato armi e formato milizie di autodifesa che hanno collaborato con Assad per rigettare gli attacchi jihadisti. Ora però rivendicano sempre la loro identità, rifuggendo i simboli dello stato siriano e ostentando quelli drusi. La ragione è evidente: l’esercito siriano è sempre meno presente e se l’ISIS o al Qaeda decidessero di attaccare i Drusi ad al-Suwayda le forze di Assad non potrebbero proteggerli.

Al Qaeda e ISIS sono coscienti della vulnerabilità dei Drusi. Nel mese di marzo diciotto villaggi drusi sono stati costretti ad arrendersi, convertisti all’islam sunnita e assistere alla distruzione dei tradizionali santuari drusi. Dato che il Gebel Druso è ancora un obiettivo fuori dalla sua portata, al Qaeda sta concentrando gli attacchi sul gruppo di villaggi drusi che si trovano vicino al confine con Israele, sulle pendici del monte Hermon.  Di fronte al crescente pericolo, il leader socialista dei Drusi Libanesi, Walid Jumblatt, ha sostenuto che i Drusi siriani non hanno altra scelta che cercare la “riconciliazione” con le forze sunnite fondamentaliste. La visione di Jumblatt non è certo rappresentativa dell’intera comunità drusa, ma in mancanza di aperture da parte dell’Occidente, un atteggiamento accomodante e la resa potrebbero diventare l’unica opzione.

Israele è molto cauto nel pronunciarsi su quanto sta accadendo oltre confine, ma sembra che si stia preparando a un possibile arrivo in massa di rifugiati drusi in fuga dai massacri dei jihadisi. L’esercito starebbe pensando anche ad azioni concrete per prevenire un massacro di Drusi al confine.

Negli ultimi mesi in Israele si è discusso per la prima volta della possibilità di uno stato druso autonomo o indipendente. Zvi Hause, ex segretario di gabinetto di Netanyahu, ha affermato che uno stato druso indipendente potrebbe diventare parte di un’alleanza filo occidentale che includa anche i Curdi e altre popolazioni anti jihadiste che cercano l’autodeterminazione nell’attuale Siria. In quanto popolazione maggioritaria in ampie zone alla frontiera siriana con la Giordania e Israele, i Drusi − così come i Curdi a nord − hanno molto da offrire in cambio dell’aiuto occidentale a ottenere l’indipendenza. D’altra parte Israele e la Giordania non hanno molte alternative per tutelare il loro confine settentrionale. Che siano l’Iran ed Hezbollah oppure un regime sunnita salafita dominato dai jihadisti o da al Qaeda a prendere il controllo di questo confine, è chiaro che sia Israele sia la Giordania si troverebbero un nemico terrorista alle porte. Al momento, l’unica alternativa realistica sarebbe la creazione di una regione drusa autonoma e forse addirittura indipendente, che abbia le risorse per difendersi e per accogliere i Drusi perseguitati. I Drusi hanno le potenzialità e le motivazioni necessarie per mettere in campo una forza molto maggiore delle poche centinaia di combattenti che l’Occidente ha disposto, senza successo, nel sud della Siria. Ma l’Occidente, almeno per ora, resta in silenzio. 

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