Il successo del nazionalismo
presso le masse

11/12/2015

Il successo politico del nazionalismo presso le masse fu determinato dall’evoluzione sociale e politica conseguente allo sviluppo dell’industria. Lo ha spiegato molto bene Ernest Gellner.

Gellner ci ricorda che nelle società agrarie la grande maggioranza della popolazione vive in paesi e villaggi. All’interno di ogni villaggio gli abitanti sono variamente imparentati fra di loro. Se migrazioni o guerre di conquista o imposizioni statali portano nella regione gruppi di religione diversa, o di lingua diversa, o provenienti da regioni lontane dello stesso stato, costoro creano villaggi o paesi separati, con terre proprie. Le minoranze con poca terra, come gli Armeni e i Greci che vivevano nell’impero turco o nell’impero austro-ungarico, o gli Ebrei ai quali è stato tradizionalmente proibito di possedere terre, si specializzano nel commercio fra i diversi villaggi e fra villaggi e città. Perciò debbono imparare i dialetti o le lingue dei diversi paesi, e anche la lingua ‘alta’ delle città. Nelle città vivono le élite, cioè i burocrati di stato, i giudici, gli avvocati, i politici, i capi militari, i banchieri, i professori e i loro pochi studenti, nonché gli artigiani e ingegneri e artisti di alto livello che sono al servizio delle élite. I contadini invece vivono nei loro paesi e villaggi senza bisogno di spostarsi né di studiare: si sposano con persone del paese, o di paesi vicini, e i bambini imparano in famiglia e nel villaggio sia le norme di comportamento sociale sia tutto ciò che serve per il lavoro e la vita quotidiana. Nei villaggi i contadini parlano varianti dialettali locali delle lingue ‘alte’, sviluppatisi attraverso i secoli, ed esistono specializzazioni locali nelle colture o nell’artigianato.

Perciò nelle società agrarie antecedenti l’epoca industriale chi nasceva in un villaggio quasi certamente viveva e moriva nello stesso villaggio, con qualche rara visita ai dintorni, facendo probabilmente lo stesso lavoro e la stessa vita dei genitori e dei nonni. Quasi tutti erano analfabeti. Soltanto qualche rara famiglia qua e là mandava a scuola in città qualche figlio particolarmente dotato, che di solito diventava prete, talora medico o notaio o maestro. Le scuole erano poche, tenute dai religiosi, ed erano quasi soltanto in città. Soltanto gli Ebrei insegnavano tradizionalmente a leggere e a discutere la Bibbia a tutti i figli maschi, talora anche alle femmine. Questo ebbe un’enorme importanza per la loro convivenza con le altre comunità.

Ma negli anni successivi alla caduta di Napoleone lungo i fiumi e le coste d’Europa, dove sempre erano fiorite le città e i mercati, si svilupparono le industrie, grazie alla disponibilità di energia e alla facilità di trasporto di materie prime e prodotti finiti.

Il processo di industrializzazione, iniziato in Inghilterra nel XVIII secolo, nell’arco di un secolo cambiò radicalmente la vita di quasi tutte le popolazioni d’Europa. Le industrie richiamarono mano d’opera dalla campagne vicine, che tesero a svuotarsi, le città cambiarono aspetto e sistema di vita: ora vi si mescolavano operai provenienti da varie comunità rurali, professionisti, burocrati e commercianti da varie altre comunità. Per comunicare e lavorare insieme dovevano usare una lingua comune: quella più ricca e più alta, sino ad allora parlata dai pochi che ‘avevano studiato’ e dalle élite politiche. Chi non capiva quella lingua, chi non aveva conoscenze di tipo matematico, scientifico, legale, chi non sapeva leggere e imparare cose nuove tutta la vita, non faceva carriera, perché l’industria ha bisogno di molte persone capaci di costruire e di usare nuove macchine, capire nuove tecniche, imparare a costruire strade e ferrovie, navi e porti, capaci di viaggiare per vendere o comperare materie prime e prodotti finiti, trovare nuove soluzioni ai problemi, organizzare e controllare attività complesse. Inoltre nelle società industriali un gran numero di persone lavora non per produrre beni, ma per fornire servizi che richiedono abilità linguistiche e ampie conoscenze: politici, giornalisti, insegnanti, commercianti, ingegneri, architetti, avvocati, medici, ferrovieri, navigatori, dirigenti tecnici, contabili, notai, banchieri, albergatori… Costoro in pochi decenni escono dalla povertà, salgono rapidamente la scala sociale, vanno a gonfiare strati di ‘borghesia’, cioè di popolazione urbana, di solito più colta e agiata dei gruppi che lavorano direttamente nella produzione delle merci.

Così la scuola diventa la chiave del successo economico e sociale sia per gli individui, sia per gli stati. Gli stati esigono il monopolio dell’educazione, chiudono le scuole religiose espellendo i Gesuiti che le gestivano, istituiscono ovunque scuole pubbliche perché tutti imparino a comunicare nella lingua comune, tutti abbiano un tipo di istruzione che permette di competere nella nuova economia e nella nuova società. I servizi gestiti da enti pubblici per distribuire elettricità, acqua potabile, o per far funzionare strade, fogne, ferrovie, tram, ospedali si moltiplicano, e si moltiplicano gli impieghi pubblici. Nelle società moderne circa il 60% degli impieghi sono nei servizi pubblici. Nelle società agrarie i servizi pubblici erano quasi soltanto la difesa e la giustizia.

La scolarizzazione di massa crea il senso di appartenenza a un’unica nazione: un’unica cultura che rinchiude e supera le culture locali. Tutti possono aspirare all’ascesa sociale tramite la scuola, e questa è davvero una grande rivoluzione. “Quando la mobilità e la comunicazione fuori del gruppo locale diventa l’essenza della vita sociale”, dice Gellner, “la cultura in cui si è imparato a comunicare diventa il nucleo dell’identità sociale delle persone”. La competizione fra chi appartiene alla stessa cultura è aperta a tutti, non ci sono più nicchie riservate per parenti, amici, compaesani o famiglie dei potenti. Le nicchie riservate vengono avvertite come un sovvertimento delle regole e condannate come corruzione, clientelismo, nepotismo. Perché per il buon funzionamento delle istituzioni e della vita moderna i servizi e i beni debbono essere forniti a tutti in modo uguale, senza privilegiare né ostacolare gruppi specifici. Ma anche gli addetti ai lavori debbono essere facilmente sostituibili nelle funzioni tecniche e burocratiche. La società si spersonalizza. Il tipo di lavoro svolto e il luogo di nascita non costituiscono più la base certa e immutabile dell’identità sociale delle persone all’interno della massa. Un nuovo senso di identità e di orgoglio viene creato e coltivato dalle élite e diffuso dalla scuola e dalla stampa di massa, per tenere unito l’insieme della popolazione. Scrisse George Mosse: “A partire dalla fine del ‘700 si può dire abbia preso corpo una vera e propria nazionalizzazione delle masse, vale a dire la fusione dei valori e degli ideali nazionali in un sistema comune alla maggioranza delle classi medie e in grado di poter coinvolgere e influenzare anche le masse popolari”.

Nell’arco del 1800 ogni nazione rievocò o si inventò origini antichissime, facendone un mito condiviso. Si scelsero simboli, si eressero monumenti in tutte le città per segnare spazi ‘sacri’ riservati alle celebrazioni nazionali, si proclamarono feste nazionali. I miti e i simboli avevano come obbiettivo quello di unificare il popolo e creare nella nazione un senso di comunione, di appartenenza a una grande famiglia. La nuova politica cercò di spingere il popolo a partecipare attivamente alla mistica nazionale attraverso riti e cerimonie pubbliche.

Le celebrazioni nazionali divennero riti sacri di venerazione del popolo per se stesso, prendendo a prestito vocaboli e riti dalla religione. Noi non ce ne accorgiamo neppure più, tanto ci siamo abituati; che i caduti per la ‘patria’ siano venerati ci pare ovvio. Ma fino a 200 anni fa non era così. E non è così nelle culture che non hanno conosciuto il nazionalismo come fede laica. In Cina, ad esempio, sono venerati i caduti per il comunismo, ma i caduti in guerre nazionali sono semplicemente vittime, non martiri, non eroi. Il nazismo tentò persino di sostituire del tutto il culto del popolo a ogni altra religione. Per approfondire l’argomento, si veda il video ‘Il nazionalismo come culto’.

Per noi fu facile scegliere i miti cui ancorare il nostro nazionalismo, e dargli veste nobile e sacra: ci rappresentammo come i diretti eredi della gloria e della potenza di Roma. Il nostro inno nazionale sostiene che proseguiamo l’opera di Scipione, grande generale dell’impero romano, e che Dio vuole che la vittoria sia “schiava di Roma”. I Francesi caricarono di eroismo il ricordo di Vercingetorige, che tenne testa a Roma, ma fondamentalmente si appellarono alla gloria della loro Rivoluzione, vista come portatrice di ‘libertà, fraternità, uguaglianza’ a tutti i popoli. Per i popoli germanici fu più difficile darsi un’eredità molto antica, in mancanza di documentazione storica. Ma attorno al 1830, sulla scorta di alcune ipotesi sviluppate dai linguisti, si fece strada l’idea che le popolazioni germaniche fossero ariane, cioè discendenti degli Arii, presunta popolazione originaria del nord dell’India, e che dallo stesso ceppo provenissero gli antichi Greci. Si diede per appurato che queste popolazioni esistessero, e che avessero mantenuto attraverso i millenni un carattere eroico e indomito, tanto da sconfiggere Roma ed ereditarne il diritto imperiale. Infatti il Sacro Romano Impero Germanico era subentrato a Roma, e fino al 1806 gli Asburgo-Lorena mantennero il titolo di ‘Imperatori Romani’.

 

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