Il labirinto del silenzio

16/01/2016

È uscito nelle sale italiane Il labirinto del silenzio, del regista Giulio Ricciarelli, che racconta la storia del “processo di Francoforte” (1963-1965), nel quale 22 appartenenti alle SS che avevano prestato servizio ad Auschwitz vennero processati per la prima volta sulla base del diritto penale tedesco. C’erano già stati i tribunali internazionali di Norimberga e Cracovia, ma il processo intentato dal giudice Fritz Bauer (cui il film è dedicato) e dai suoi procuratori segnò una svolta epocale: per la prima volta fu la Germania a giudicare se stessa, guardando con coraggio al suo recente passato, sin ad allora confinato nel silenzio.

Nella Germania di fine anni ’50 tacquero i colpevoli, per non dover pagare e rinunciare a quel ritorno alla normalità che la politica tedesca permetteva e desiderava. Tacquero le vittime, perché rievocare quel dolore insopportabile poteva distruggere ogni possibilità di reinserimento, o perché temevano di non essere credute. Tacquero coloro che non sapevano, come il protagonista del film, giovane e brillante procuratore tedesco cui il nome “Auschwitz” non dice nulla. Tacquero coloro che sapevano che quel nome era legato a qualche cosa di terribile, ma temevano di chiedere ai genitori o ai coniugi: “Che cosa hai fatto tu durante la guerra?” Ne risultò un silenzio collettivo dal quale il paese uscì soltanto grazie alla perseveranza, al coraggio e alla sete di verità di un numero ristretto di persone.

La pellicola di Ricciarelli racconta con sobrietà questo difficile percorso. Non spettacolarizza la sofferenza, non spettacolarizza neppure il prevalere del Bene e della giustizia. È significativo che il processo in sé non venga mostrato e che il film rinunci a un facile finale in cui l’eroe trionfa e i cattivi sono sconfitti e costretti a pagare. D’altra parte la portata epocale del processo di Francoforte non è nel numero o nel “rango” dei criminali condannati – una goccia in un mare di orrore – ma nel fatto di essere la prima presa di coscienza dei Tedeschi, che aprì anche la possibilità di sopravvivenza delle vittime, almeno nel ricordo.

Nel film il protagonista abbandona progressivamente l’idea di poter dividere il mondo in buoni e cattivi e arriva a mettere in dubbio anche se stesso, ma non rinuncia a capire e giudicare caso per caso. Per tutto il film – nonostante ci si avvicini sempre più alla verità – non fanno che crollare certezze. E forse è proprio questo il suo merito maggiore.

 

Valentina Viglione

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