La sconfitta dell’ISIS inonderà di terrorismo altri paesi

24/12/2016

Dove andranno i combattenti dell’ISIS dopo la sconfitta sul terreno in Iraq e in Siria, che probabilmente avverrà fra circa un anno? Secondo analisti militari (Mac Farland), l’ISIS ha una forza di 15000-30000 combattenti in Iraq e Siria. Erano molti di più, ma ne ha persi circa 25000 l’anno in combattimento e nel corso del 2016 la chiusura dei varchi con la Turchia ha bloccato l’afflusso di volontari da altri paesi, che nel 2015 era stato di oltre 30000 persone.

Questi combattenti cercheranno in parte di ritornare al paese d’origine e riprendere una vita ‘normale’, pronti ad attivarsi a comando, in parte si sposteranno a rinforzare i ranghi dell’ISIS in Libia, dove hanno ancora speranza di riuscire a impossessarsi delle risorse petrolifere, in parte si aggregheranno a Fatah-al-Sham in Siria (ex Jabhat al-Nusra) che dopo la caduta di Aleppo è rimasto il gruppo ribelle più forte e più organizzato e come tale potrebbe essere accettato al tavolo delle future trattative di pace. Proprio per poter accedere al tavolo della futura spartizione della Siria il gruppo ha cambiato nome e si è dissociato da al Qaeda alcuni mesi fa. Si calcola che circa 1750 jihadisti dell’ISIS siano già entrati in Europa. La sola polizia tedesca ha confermato l’indiscrezione giornalistica secondo cui sarebbero circa 22000 i simpatizzanti tenuti sotto controllo, salafiti estremisti sostenitori del jihad, che potrebbero attivarsi e commettere attentati. In Francia la situazione è ancora più preoccupante. Il governo francese sta considerando di rendere illegale il finanziamento estero delle moschee e la predicazione di imam provenienti dall’estero, per evitare l’infiltrazione di imam jihadisti.

Si preparano ad affrontare il ritorno dei jihadisti locali anche i governi dei paesi Centro-asiatici, da cui sono affluiti nell’ISIS almeno 6000 combattenti. Nel 2015 l’ISIS proclamò la creazione del wilayet Khorasan come regione del Califfato comprendente Afghanistan, Pakistan e Uzbekistan, ma i Talebani non gradirono. Da allora i Talebani hanno affrontato e sconfitto ripetutamente gli uomini dell’ISIS in più aree. Ciò nonostante l’ISIS non demorde: lo scorso agosto compì un attentato a Kabul durante una dimostrazione pacifica di cittadini Hazara, uccidendone 80. Secondo il generale russo Kabulov lo scorso aprile c’erano circa 10000 affiliati all’ISIS in Afghanistan, che in parte ora hanno abbandonato l’organizzazione. In Pakistan e in Afghanistan è ancora ben viva e organizzata al Qaeda, che potrebbe accogliere i jihadisti di ritorno da Siria e Iraq per coordinarli e lanciare un’offensiva in Uzbekistan, Tajikistan e Kirghizistan, cioè in un centro di produzione di energia di importanza globale.

Nel mirino dell’ISIS è l’Iran: l’ISIS è una formazione jihadista sunnita che attacca gli sciiti ovunque. Lo scorso novembre l’ISIS attaccò un pullman di 80 pellegrini che tornavano da un pellegrinaggio a Karbala, città sacra per gli sciiti, uccidendoli tutti. La metà era iraniana. L’esercito iraniano ha creato una fascia di sicurezza di 40 chilometri lungo il confine, in territorio iracheno, che nessuno può penetrare senza autorizzazione, altrimenti viene ucciso. Sul versante iraniano del confine soltanto il 55% del cittadini iraniani sono sciiti: gli altri sono Arabi sunniti, che potrebbero essere sensibili al richiamo jihadista sunnita.

L’ISIS ha molti simpatizzanti anche nell’America Latina, soprattutto a Tridad e Tobago, dove fra i neri islamici è attiva un’organizzazione estremista armata, il Jamaat al Muslimeen. Qualche allarme c’è stato anche in Brasile, dove lo scorso giugno è stata arrestata una cellula di 12 affiliati all’ISIS che progettavano di venire a compiere attentati in Europa.

Nel frattempo in Egitto, Giordania e Marocco si moltiplicano le condanne del terrorismo jihadista da parte di influenti predicatori salafiti. Il capo del Gruppo Islamico Egiziano Isam Darbalah, autore del libro ‘La strategia di al Qaeda, errori a pericoli’, critica severamente il metodo del terrore, accusandolo di aver provocato la caduta del governo islamico in Afghanistan, di aver danneggiato i movimenti palestinesi facendoli identificare con i terroristi, di aver esposto le comunità islamiche in occidente a discriminazioni, di aver agevolato lo sviluppo dei movimenti politici anti-islamici di destra nei paesi cristiani. Anche l’influente predicatore salafita Abu Mohammad al-Maqdisi , imprigionato e poi rilasciato in Giordania nel 2014, tanto vicino ad al Qaeda da esser stato il mentore di al Zarkawi, considera illegittimo il Califfato dell’ISIS, condanna la guerra settaria fra islamici e predica la necessità di riconciliazione.

Persino in Iraq ci sono segni di ripensamenti fra i sunniti. Fra i sunniti dell’Iraq, che hanno creato e sostenuto l’ISIS, pare esserci una riviviscenza del baathismo. Il gruppo baathista Jaysh Rijal al Tariqa al-Naqshbandia (JRTN), già alleato dell’ISIS, sta prendendo le distanze e sta spostando la propaganda su temi sociali, abbandonando i temi jihadisti. Gli esperti iracheni di sicurezza sostengono che dopo la caduta di Mosul e di Raqqa l’ISIS formerà gruppetti di 50 militanti che continueranno a compiere atti di terrorismo contro una miriade di obiettivi, disperdendosi immediatamente dopo ogni attentato, per nascondersi fra la popolazione. 

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