La geografia della Cina e la ricerca della profondità strategica

01/06/2017

La Cina è il più popoloso paese al mondo. Con una superficie di poco superiore a quella degli Stati Uniti, ha una popolazione di quasi 1 miliardo e 400 milioni di persone – circa 4,5 volte quella americana, che si aggira sui 300 milioni di persone. Si trova alla stessa latitudine degli Stati Uniti e ha un clima simile a quello statunitense.

La Cina ha una costa lunga 14.500 chilometri, ricca di porti naturali in acque calde, dove le navi possono attraccare facilmente. Tuttavia è quasi sempre stata una civiltà di pianura, non di mare (per capire con un video le differenze fra civiltà di pianura e civiltà di mare, cliccate qui http://www.fondazionecdf.it/index.php?module=site&method=article&id=2866&id_dossier=71), molto più attenta a controllare i confini terrestri che a espandersi sui mari. La cultura sociale e politica della Cina ha sempre avuto i tratti tipici delle potenze di terra, con una struttura di governo fortemente verticistica e burocratizzata, ed è sempre stata governata con il pugno di ferro.

La civiltà cinese originò circa 9000 anni fa nella valle del Fiume Wei, affluente del Fiume Giallo, a sud dell’altipiano mongolo, dove le precipitazioni erano sufficienti ad alimentare l’agricoltura. Da qui si espanse nelle grandi pianure lungo il sistema di grandissimi fiumi navigabili che attraversano il paese: oltre al sistema del Fiume Giallo o Huang He, il sistema dello Chang Jiang, cioè il ‘fiume lungo’, noto in occidente con il nome di Yangtze, e lo Zhu jiang o Fiume delle Perle (mappa a lato). Grazie alla costruzione del Gran Canale fra il 605 e il 611 d.C. la ricca costa alla foce dello Yangtze venne collegata al nord, più povero, garantendo maggiore coesione fra regioni che rischiavano altrimenti di intraprendere due percorsi di sviluppo diversi. 

L’etnia centrale della cultura cinese è quella Han, nome che in Cina è usato come sinonimo di ‘cinese’. Ancora oggi il 90% della popolazione Han vive nelle vaste aree agricole costiere e nelle valli alluvionali nel centro del paese, mentre le minoranze vivono negli aridi altipiani, scarsamente popolati, che le circondano a nord-ovest e sud-ovest. Le minoranze più numerose sono gli Uiguri e i Tibetani.

Non ci sono gradi barriere naturali fra il “cuore agricolo” cinese, che è anche il cuore dell’etnia Han, e le popolazioni circostanti. Di conseguenza gli Han hanno sempre dovuto fronteggiare nemici provenienti dalle steppe a nord e nordovest: Mongoli, Manciuriani e altre genti turche del deserto. Nel 215 a.C. l’imperatore Qin Shi Huang, nel tentativo di porre un argine all’espansionismo dei Mongoli, fece costruire la Grande Muraglia, magnifica opera d’ingegneria, che però si rivelò inutile per fermare le invasioni.

La sede politica della Cina è quasi sempre rimasta nelle regioni a nord del Fiume Giallo. Attorno al 250 a.C. la dinastia Qin, da cui deriva il nome “Cina”, uscì vittoriosa da un lungo periodo di guerre fra regni diversi, creando il primo impero unificato, che comprendeva i bacini di tutti i grandi fiumi. Successivamente fu la dinastia Han a conquistare tutti i territori coltivabili del bacino dei grandi fiumi lungo tutta la costa, dalla baia di Bo-hai al nord fino al Mar Cinese Meridionale, lungo l’attuale confine col Vietnam. 

I Cinesi hanno sempre cercato profondità strategica (mappa a lato) per frapporre il maggior spazio possibile fra il proprio territorio fertile e i nomadi che a ondate regolari calavano a compiere razzie dagli altipiani che circondano la regione agricola, dal Tibet alla Manciuria. In alcuni periodi gli eserciti cinesi si spinsero attraverso l’Asia centrale fino al Khorasan, nella regione nordorientale dell’attuale Iran, lungo la Via della Seta. Dal centro nevralgico originario lungo il fiume Wei e il Fiume Giallo già in epoca antichissima la Cina espanse i confini in tutte le direzioni, alla ricerca di profondità strategica: a nord fino alla Manciuria e alla Mongolia interna (circa 3000 anni fa), a sud fino al Vietnam settentrionale (circa 2500 anni fa).

Si capisce chiaramente la ragione dell’interesse cinese per il Tibet e lo Xinjiang, aree strategicamente essenziali alla sicurezza della Cina, la cui composizione demografica è stata profondamente variata nei secoli dall’emigrazione di Cinesi Han. Ma non è tutto: il Tibet è la maggiore riserva d’acqua dolce al mondo, che alimenta le acque non solo del Fiume Giallo e dello Yangtze, ma anche di Mekong, Salween, Brahmaputra, Indo, e Sutlej, senza contare che è ricco di petrolio, gas naturale, carbone e minerali ferrosi, così come il deserto Taklamakan nello Xinjiang.

La Cina è sicuramente “benedetta” per le sue coste e per la sua disponibilità di pianure fertili e di acque. Perciò in passato i Cinesi, sicuri nelle loro fertili valli fluviali, non sono stati costretti dalla povertà a prendere il mare. L’avventurarsi sulle acque dell’Oceano Pacifico offrì sempre poco ai Cinesi, fu anzi in molti casi una strada verso il nulla, a differenza di ciò che avvenne alle popolazioni che si avventurarono nel Mar Mediterraneo, piccolo e adatto ai commerci. Nel XIX secolo il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel sostenne che ai Cinesi, a differenza che agli Europei, mancava l’audacia – più probabilmente la necessità − di esplorare il mare, legati come erano ai cicli agricoli delle loro pianure. I Cinesi probabilmente non sapevano dell’esistenza di Formosa (l’attuale Taiwan) prima del XIII secolo, e non vi si stabilirono prima del XVII secolo, molto dopo che i commercianti portoghesi e olandesi avevano stabilito basi commerciali sull’isola. I rari tentativi cinesi di espansione sui mari ebbero vita breve, anche quando ebbero successo. Il caso più eclatante è quello dell’ammiraglio/esploratore Zheng He, che nel XV secolo raggiunse con la sua grande flotta il Mar Rosso e le coste dell’Africa. Ma pochi decenni più tardi l’imperatore, appartenente alla dinastia Ming, dovendo fronteggiare i Mongoli lungo la frontiera settentrionale, tagliò i fondi alle esplorazioni – secondo alcune fonti fece addirittura distruggere la flotta – mettendo fine all’avventura della Cina sui mari. Si trattò di un passaggio fondamentale, che diede inizio a un lungo periodo di stagnazione e decadenza nella storia del paese, proprio mentre le potenze europee iniziavano ad avventurarsi sugli oceani, esploravano nuovi continenti, moltiplicavano i commerci, inaugurando un periodo di florida crescita economica, sociale e culturale.

Incapace di reggere la competizione economica e tecnologica degli Europei, dal tardo 1700 la Cina iniziò a perdere territori e nel corso del 1800 si trovò assediata dalle potenze europee: Inglesi, Francesi, Russi premevano lungo i suoi confini e avevano anche strappato con la forza ‘concessioni’ − cioè basi commerciali e militari − lungo le coste cinesi, da cui estendevano la loro influenza all’interno. Taiwan e Corea vennero invece invase dal Giappone, che nel XX secolo conquistò anche la Manciuria e lo Shandong, ferendo la Cina al cuore.

 

Da potenza di terra a potenza di mare?

Grazie alla superiorità tecnica e militare gli Europei alla fine dell’800 avevano il controllo delle città costiere cinesi, da cui gestivano lucrosi commerci. Ma anche le regioni costiere della Cina godettero i frutti del grande commercio intercontinentale, vivendo un periodo di rapido sviluppo economico, mentre le regioni dell’interno, quasi esclusivamente agricole ma prive di infrastrutture che le collegassero all’area costiera, si impoverirono.

La divisione, insita nella geografia del paese, fra le ricche regioni costiere, motore del commercio cinese, e le povere regioni dell’interno, legate a un modello agricolo, portò al crollo della dinastia Qing nel 1912 e alla progressiva frammentazione del paese, che venne trascinato nel caos della guerra civile e subì la feroce invasione dei Giapponesi.

Mao Zedong seppe sfruttare queste divisioni per fomentare la rivoluzione: facendo leva sul malcontento dei contadini delle regioni interne, con una abilissima guerriglia quasi ventennale, sostenuta dall’ideologia comunista, ottenne il controllo sulla maggior parte della Cina storica. Espulsi gli Europei e i Giapponesi, instaurò un regime comunista che chiuse il paese al commercio e agli scambi, portandolo in una prigione di povertà e di terrore fino al 1976.

Di fronte al rischio di totale collasso del paese, il successore Deng Xiaoping riformò profondamente l’economia cinese abbandonando il modello comunista e aprendo il paese ai commerci esteri. La Cina si incamminò gradualmente sulla strada dello sviluppo economico, trainato soprattutto dalle esportazioni. Per questo l’interesse della Cina per il controllo delle rotte marine, centri nevralgici attraverso cui passano non soltanto i prodotti destinati ai mercati esteri ma anche le importazioni di materie prime di cui la Cina ha bisogno per il proprio sviluppo, è andato grandemente crescendo negli ultimi anni.

Di particolare rilevanza per la strategia cinese sui mari è la prima catena di isole di fronte alla costa, che costituisce una specie di “Grande Muraglia” naturale: il controllo di queste isole consente di proteggere le coste e l’interno della Cina dalle invasioni esterne. Ma se le isole sono in mano al nemico, gli consentono di inscatolare la flotta cinese in uno spazio limitato, annientandone il potenziale. Inoltre il Mar Cinese Meridionale ha anche cospicui giacimenti di gas e di petrolio che fanno gola alla Cina e anche ai suoi vicini. Perciò negli ultimi anni i governi cinesi hanno aumentato gli investimenti della marina militare e hanno preso a rivendicare con grande vigore la sovranità sulle isole del Mar Cinese Meridionale.

La Cina contemporanea è dunque nel corso di un cambiamento epocale: pur mostrando ancora i tratti di una civiltà di pianura, caratterizzata da un regime centralizzato e dallo sfruttamento intensivo delle risorse, ha ormai assunto anche i tratti di una civiltà di mare, più aperta e cosmopolita, soprattutto per l’esigenza di intrattenere costantemente rapporti con l’esterno per commerciare, crescere e prosperare.

 

Globalizzazione e cambiamenti epocali

Il “miracolo economico cinese” è stato possibile anche grazie al cambiamento della politica estera americana nei confronti della Cina a metà degli anni ’70, quando Washington decise di integrare la Cina nei commerci internazionali, trasformando il gigante asiatico in un’importante pedina nella strategia di globalizzazione e allontanandola dalla Russia Sovietica.

La strategia si basava tacitamente su un duplice scambio:

·         gli USA – e i loro alleati europei − avrebbero aperto i propri mercati ai prodotti cinesi e avrebbero aiutato l’ammodernamento tecnologico della Cina;

 

·         in cambio la Cina avrebbe aperto i propri mercati agli investimenti stranieri e avrebbe a sua volta investito i risparmi generati dal surplus commerciale nei mercati finanziari occidentali.

 

·         l’economia cinese, trainata dalle esportazioni verso i mercati avanzati, è cresciuta a ritmi vertiginosi dalla fine degli anni ’70, permettendo a centinaia di milioni di persone di passare da un’economia di sussistenza a un livello di consumo assolutamente impensabile prima del 1980;

 

·         il governo cinese ha continuato a investire in prodotti finanziari dei paesi avanzati – in primis degli USA – anche per mantenere basso il tasso di cambio della sua valuta e favorire ulteriormente le esportazioni. Nel 2014 la Cina deteneva circa il 21% del debito americano con l’estero!

 

Ma dal 2008 la situazione è cambiata velocemente. La crisi economica occidentale ha causato un crollo nella domanda internazionale di beni. I paesi più indebitati non possono più assorbire la produzione cinese come nel periodo pre-crisi. Per questo Pechino deve cercare nuovi mercati nei paesi emergenti, ma soprattutto deve ridurre la dipendenza dalle esportazioni e far crescere i consumi interni. Questo significa tagliare la produzione in eccesso, chiudendo le aziende che non stanno più sul mercato. È un passaggio molto delicato che rischia di creare disoccupazione, almeno nel breve periodo, e generare instabilità nella società cinese. Ma la Cina non ha alternative se vuole continuare a crescere.

La rapida crescita economica ha nuovamente accentuato la divergenza storica fra la ricca regione costiera, centro delle esportazioni, e le regioni più povere dell’interno. Il governo cinese sta dedicando ingenti risorse agli investimenti per la costruzione di infrastrutture nelle aree dell’interno per favorire una crescita più equilibrata e garantire stabilità al paese. La Cina sta anche pianificando grandi sistemi di trasporto via terra, fino in Europa, per collegare fra di loro, nonché ai mercati di esportazione, tutte le regioni della Cina. Il governo cinese intende chiaramente dar vita a una moderna società di mercato al proprio interno, attraverso lo sviluppo di una classe media di enormi dimensioni, ma gli ostacoli da superare sono ancora grandi.

 

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