La lezione di diversificazione del Marocco

21/09/2017

policy-maker spesso fanno notare che le forti differenze culturali, storiche e demografiche non rendono applicabili i modelli di successo dei paesi asiatici o sudamericani al contesto africano. Ma esempi significativi di paesi che hanno avuto successo nel processo di sviluppo economico esistono anche in Africa. Greg Mills cita il caso del Marocco.

Il processo di sviluppo del Marocco è stato definito dagli stessi Marocchini come risposta alla necessità di “entrare nella competizione”. In meno di un decennio il paese è passato da essere un’economia arretrata a un Eden per investitori esteri. Prima conosciuto come luogo di ritiro per Europei, il Marocco è oggi casa di alcune delle più ambiziose imprese manifatturiere e infrastrutturali africane, oltre a utilizzare ottime strategie turistiche. Come ha fatto? E che cosa può imparare il resto del continente africano da questo notevole voltafaccia?

La vicinanza all’Europa è caratteristica distintiva della sua storia economica e politica, ma per molti anni il Marocco non ha utilizzato questo vantaggio in modo significativo.

Esaminando come il Marocco si è sviluppato, emergono tre fattori principali.

Prima di tutto, un programma di stabilizzazione macroeconomica è stato iniziato nel 1980, dopo decenni di scadenti performance economiche. La colonna portante di questo nuovo approccio è stata la privatizzazione delle aziende statali e una migliore gestione fiscale.

In secondo luogo, l’ambiente politico è stato trasformato. Le riforme iniziate dal re Hassan II sono state accelerate dopo la sua morte nel 1999 dal re Mohammed VI, conosciuto da molti Marocchini come il “re dei poveri”. Una legislatura bicamerale è stata creata nel 1997, con elezioni parlamentari tenute per la seconda volta nel settembre del 2002. Centrale per il processo di riforma è stata una forte volontà politica e una leadership impegnata, sostenuta da una chiara visione per il futuro del paese che ha mobilitato la società.

In terzo luogo, fin dal 2003 il governo ha adottato una strategia di crescita proattiva e aggressiva, finalizzata a ottenere una fetta maggiore di scambi e investimenti attraverso la privatizzazione, la firma di accordi di libero scambio con gli Stati Uniti, la Turchia, la Giordania, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto e il Programma di Progressiva Affermazione. Secondo lo stesso Marocco, lo sviluppo non può essere messo in atto coinvolgendo solo i Marocchini, ma deve essere fatto in partnership con altri Paesi.

La maggior parte dei paesi africani è ancora dipendente dall’esportazione delle sole materie prime e perciò dalla fluttuazione dei prezzi globali. Questi paesi hanno un andamento negativo fin dal 1970, anche in termini di stabilità politica e di sviluppo umano. La causa sono strutture di governance scadenti dedite alla ‘corsa al bottino’, il disincentivo alla competitività e alla diversificazione costituito da elargizioni clientelari di denaro pubblico

Il Programma di Progressiva Affermazione, frutto di un’analisi effettuata nel 2003 della società di consulenza McKinsey (società presente in tutto il mondo che esegue analisi qualitative e quantitative a sostegno delle decisioni di gestione nel pubblico e nel privato), ha identificato sette campi di potenziamento dell’export: aeronautica, agricoltura, delocalizzazione, prodotti marini, settore automobilistico, settore tessile ed elettronica. Questo programma è complementare ad altri già avviati, tra cui il “Plan Azur”, varato nel 2001, con l’obiettivo di aumentare il numero di turisti da 7 milioni a 15 milioni entro il 2020; l’iniziativa del “Green Morocco” per promuovere l’integrazione verticale e migliorare il rendimento agricolo; e il programma “Rawaj” per modernizzare il commercio interno.

Per attrarre gli investitori, lo stato ha fornito una serie di incentivi, incluso il sostegno per la formazione, la possibilità di ottenere terra gratuitamente e la totale esenzione dalle tasse locali e aziendali per le società esportatrici. L’esito è stato sorprendente: gli investimenti diretti esteri sono stati mediamente di 2,5 miliardi di dollari l’anno per 5 anni, fino al 2009 (anno della grande crisi finanziaria globale).

I Marocchini hanno mostrato una forte volontà di affrontare le proprie debolezze e vulnerabilità a testa alta. Hanno accettato la sfida dello sviluppo, invece di aspettare che qualcuno lo facesse per loro. Perché invece altri paesi hanno fatto meno bene?

La maggior parte dei paesi africani è ancora dipendente dall’esportazione delle sole materie prime e perciò dalla fluttuazione dei prezzi globali. Questi paesi hanno un andamento negativo fin dal 1970, anche in termini di stabilità politica e di sviluppo umano. La causa sono strutture di governance scadenti dedite alla ‘corsa al bottino’, il disincentivo alla competitività e alla diversificazione costituito da elargizioni clientelari di denaro pubblico.

 

Dice Dani Rodrik in La globalizzazione intelligente:

Un paese diventa quello che produce, questo è l’ineluttabile destino delle nazioni. Un paese che si specializza nella produzione di commodities (prodotti agricoli di base e materie prime) sarà relegato alla periferia dell’economia mondiale, rimanendo ostaggio delle variazioni globali dei prezzi, sottomesso al potere di un’élite. Soltanto lo sviluppo di un forte mercato domestico di produzione e di consumo di manufatti può rendere competitiva un’economia anche in altri settori e metterla al riparo dalle oscillazioni di prezzo delle commodities. Ma per riuscirci occorre dotarsi di quelle istituzioni rappresentative e di ampia portata che un ceto medio in continuo sviluppo richiede”.

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