Dalla Seconda guerra mondiale al 1970

08/11/2017

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Durante la Seconda guerra mondiale la Turchia e la Persia (attuale Iran) rimasero neutrali. Anche l’Iraq, che nel 1932 era divenuto un regno indipendente, rimase neutrale, ma all’interno era forte la tensione fra gruppi e partiti politici filo-inglesi e filo-tedeschi. Nel 1941 un colpo di stato portò al potere i filo-tedeschi in Iraq. Nello stesso anno in Europa i nazisti tentarono l’invasione della Russia sovietica (Operazione Barbarossa). I Russi e gli Inglesi, alleati contro la Germania nazista, invasero la Persia e l’Iraq per creare un corridoio di rifornimento sicuro via terra, lungo il quale portare armi, vettovaglie e petrolio ai Sovietici dai porti del Golfo, usando le ferrovie della Persia.

I soldati russi avanzarono da nord, quelli britannici da sud e s’incontrarono proprio nelle zone dell’Iraq e della Persia abitate da Curdi. Poiché il vecchio scià di Persia sembrava filo-tedesco, gli Inglesi lo deposero e aiutarono il figlio Mohammad Reza Pahlavi a prendere il potere.

Il nuovo scià, visto l’andamento del conflitto, nel 1943 decise di dichiarare guerra alla Germania e sedersi al tavolo dei vincitori per evitare che il suo regno venisse smembrato fra Russi e Inglesi. Infatti, durante gli anni di occupazione, i Sovietici avevano espanso la loro influenza politica sui Curdi e sugli Azeri del Kurdistan e della Persia e lungo la costa del Caspio. Erano riusciti anche a creare il partito comunista Tudeh in Persia. 

 

Nel 1943 il curdo iracheno Mustafa Barzani (foto a lato), che aveva inutilmente alimentato ribellioni nel 1931-32, attraversò la frontiera con la Persia con una milizia armata per combattere in aiuto dei Russi. All’inizio del 1946 venne proclamata la Repubblica Curda di Mahabad, con presidente Mustafa Barzani, sostenuta da truppe sovietiche. Ma a seguito degli accordi di pace stipulati alla fine della guerra, alla fine del 1946 sia i Britannici sia i Sovietici si ritirarono e i Persiani riconquistarono il territorio.

Barzani fuggì a Mosca, dove rimase per dieci anni, mentre nel Kurdistan iracheno veniva fondato il Partito Democratico Curdo (KDP), che lo nominò presidente nonostante la sua assenza. Il KDP è ancora oggi uno dei due grandi partiti del Kurdistan iracheno. 

Nel 1958 Barzani tornò in Iraq, dove un colpo di stato aveva rovesciato la monarchia e creato la repubblica. Nel 1961 diede inizio alla grande ribellione dei Curdi contro il governo di Bagdad, che durò fino a marzo del 1970 e causò più di 100.000 morti su due fronti. 

Nel frattempo in Iraq prese il potere il partito baatista, di ispirazione socialista, che strinse buoni rapporti con l’Unione Sovietica (si era in piena Guerra fredda), perciò dal 1970 l’URSS cessò di sostenere la causa curda. Questa volta il voltafaccia lo fecero i Russi. 

I Curdi iracheni continuarono le ribellioni con l’aiuto della Persia. Fra Iraq e Persia dal 1961 al 1974 ci furono frequenti scontri per la definizione del confine fra i due paesi, che attraversava anche la zona curda. La Persia perseguì una politica di sostegno alla causa dei Curdi iracheni, per convincerli a ribellarsi e rendersi indipendenti, a patto che non coinvolgessero nella ribellione i Curdi di Persia. Ma dopo la definizione dei confini lo scià abbandonò i Curdi iracheni alla loro sorte, e fu l’ennesimo voltafaccia.

 

I Curdi iracheni nel 1975 si divisero su questioni di potere interno ma anche di maggiore o minore vicinanza ai Persiani. Accanto al KDP (Partito Democratico del Kurdistan) di Barzani si costituì il PUK (Unione Patriottica del Kurdistan) di Jalal Talabani (immagine a lato), che da allora in poi mantenne ottimi rapporti con la vicina Persia, anche quando la Persia dello scià divenne l’Iran degli Ayatollah (nel 1979, a seguito della rivoluzione islamica avvenuta nel paese, il nome di Persia fu cambiato con il nome di Repubblica Islamica d’Iran). Talabani, morto a ottobre 2017, dal 2005 era diventato presidente dell’Iraq, in base ai dettati della Costituzione irachena del 2005 che stabiliscono che il presidente della Repubblica debba essere un Curdo.

Con questa lunga serie di insurrezioni, il Kurdistan iracheno ottenne una certa autonomia amministrativa già sotto il regime di Saddam Hussein, che però promosse un programma di arabizzazione della regione mandando decine di migliaia di Arabi a vivere e lavorare nelle provincie di Kirkuk e Khanaqin, ricche di petrolio.

 

Nel frattempo i Curdi turchi e quelli siriani vivevano storie diverse. 

Negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale la Turchia divenne alleata militare degli USA, poi il bastione orientale della NATO, cioè dell’Alleanza anti-sovietica. Per tutto il periodo della Guerra fredda la Turchia fu governata da militari nazionalisti, che repressero costantemente qualunque aspirazione separatista delle minoranze. La regione abitata dai Curdi fu dichiarata zona militare proibita agli stranieri, l’uso delle lingue curde fu proibito, persino la denominazione di popolo curdo venne proibita: si doveva parlare di ‘Turchi di montagna’. Sembrò che i Curdi stessero diventando davvero pienamente turchi.

Durante la Seconda guerra mondiale la Siria e il Libano non erano ancora stati indipendenti, erano sotto Mandato francese. Quando nel 1941 i Tedeschi conquistarono la Francia e vi instaurarono un governo alleato (il governo di Vichy), anche Siria e Libano corsero il rischio di cadere nelle mani dei nazisti. Per impedirlo gli Inglesi invasero la Siria e il Libano, perciò i Curdi della Siria vissero il resto della guerra sotto occupazione inglese. Alla fine della guerra la Siria divenne una repubblica indipendente, ma lacerata da scontri interni fra varie tribù e vari gruppi etnici, priva di stabilità politica fino alla presa del potere da parte dei militari baatisti (nazionalisti arabi e socialisti). 

Dopo la presa del potere da parte di Hafez Assad (1970) i Curdi divennero una delle minoranze che il regime agevolava, pur controllandoli duramente. Il governo degli Assad, prima il padre ora il figlio, si è retto per 40 anni su di una coalizione di minoranze religiose ed etniche, che venivano favorite nell’economia pubblica e nell’esercito per controbilanciare gli Arabi sunniti, che costituivano la maggioranza relativa della popolazione e che gli Assad temevano potessero ribellarsi.

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