La Turchia e la Libia contro i diritti della Grecia

09/12/2019

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Il 27 novembre 2019 il presidente turco Erdogan e al-Sarraj, presidente del governo libico di Tripoli (contrastato e non riconosciuto da circa metà dei libici, che sostengono il generale Haftar) hanno firmato un accordo che considera come spazio comune di interesse economico esclusivo quello tratteggiato nella mappa a fianco, che include non soltanto acque internazionali, ma anche territori e acque che appartengono di diritto alla Grecia. È una grave provocazione che mette in evidenza l’estrema debolezza dell’intera Unione Europea nel difendere i diritti territoriali dei propri membri. L’UE non ha un esercito proprio né una comune politica di difesa. Non ha neppure confini: sono gli stati membri ad avere confini esterni, non l’Unione. Potrebbe attivarsi la NATO in difesa dei diritti violati della Grecia? In teoria sì, ma anche la Turchia è un membro della NATO, anzi è uno dei più forti e più importanti membri della NATO. La NATO in questo caso è paralizzata nelle dispute fra i suoi stessi membri.

Al di là degli interessi economici turchi o libici o greci per lo sfruttamento delle risorse energetiche del Mediterraneo, su cui si può trattare ed eventualmente trovare qualche accordo, la mossa della Turchia mette in evidenza la sostanziale inutilità di organizzazioni ed enti sovranazionali che non abbiano anche un potere politico e militare centralizzato. Per esercitare tale potere occorre però che le diverse nazioni o stati che compongono l’ente sovranazionale (in questo caso sia l’Unione Europea sia la NATO) abbiano gli stessi interessi di fondo, altrimenti è impossibile raggiungere decisioni comuni e mantenere l’unità dell’ente o dell’istituzione sovranazionale. 

Nel caso dell’Unione Europea, non c’è neppure un accordo pieno su quale dei due pretendenti al governo della Libia sostenere: l’Italia sostiene il governo di al Sarraj, che è stato riconosciuto anche dall’ONU e che riconosce gli interessi economici dell’ENI (Ente Nazionale Italiano Idrocarburi), ma Francia e Inghilterra hanno più simpatie per Haftar. Il generale Haftar, così come l’Egitto, è più vicino agli interessi di Cipro e dei Greci. Se noi cessiamo di sostenere al Sarraj, mettiamo a rischio la posizione e gli interessi dell’ENI in Libia. Eppure in questo caso, come già nel caso dei Curdi, non possiamo essere amici e alleati militari sia della Turchia sia dei popoli danneggiati dall’aggressiva politica regionale turca: Grecia, Cipro, prossimamente anche l’Egitto e Israele.

L’assenza dell’Europa dalla politica mediterranea permette alla Turchia un’importante espansione politica, culturale, economica e militare in nord Africa, dalla Libia fino in Nigeria, oltre che lungo la costa africana sul Mar Rosso. In quanto erede del Califfato sunnita (crollato nel 1918), la presenza turca è accettata e benvenuta anche presso i gruppi jihadisti fulani che fanno stragi della popolazione cristiana in vaste aree dell’africa subsahariana (per approfondire si legga, per esempio, qui). 

Nel frattempo è stata conclusa la costruzione del gasdotto trans-anatolico, che porta il gas dell’Azerbaigian in Turchia e di qui, attraverso il non ancora completato TAP, in Grecia e in Italia. La cooperazione fra Europa e Turchia è importante per contenere i flussi di migranti, per fornire un’alternativa al gas russo, per contribuire alla difesa NATO nel caso di guerre con paesi asiatici. Ma per avere questa cooperazione possiamo accettare prepotenze contro la Grecia, sostegno ai jihadisti che uccidono i cristiani, prepotenze contro i Curdi? Se le accettiamo, presto potrebbe toccare anche a noi accettare imposizioni o prepotenze.

Da che parte sta l’Italia? Da che parte finirà col dover stare l’Unione Europea?

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