Il senso della decenza e la Storia

24/06/2020

Estratto da ‘History and Decency’ di George Friedman, pubblicato su Geopolitical Futures del 18 giugno 2020

 

Da bambino ho imparato che la Storia può evolvere dolcemente o bruscamente, ma sempre al di fuori della nostra possibilità di controllo. Ho sentito raccontare della Shoah e degli orrori del comunismo e ho imparato che non accaddero perché Hitler o Stalin erano mostri, ma perché la Storia fa il suo corso, prendendo talvolta pieghe mostruose. Ho visto la mia vita e quella dei miei genitori finire intrappolata, assieme a quella di milioni di altre persone, e mi sono chiesto perché mio padre non avesse imbracciato le armi per combattere i demoni che la Storia aveva posto sul suo cammino. La sua risposta è stata pressapoco questa: ‘il coraggio è una forma di auto inganno, ti dà soltanto l’illusione di poter controllare la Storia’. Le sue alternative si limitavano a due − cercare di sopravvivere o decidere come morire − e la paura fu la sua unica guida.

Ho imparato a guardare al dispiegarsi della Storia non pensando di poterla cambiare, ma perché ritenevo che, se avessi compreso la piega che stava prendendo, avrei potuto in qualche seppur minima misura sfuggirle e disegnare io il corso della mia vita. Ho imparato a osservare i grandi flussi della storia, le dinamiche di fondo, senza badare troppo a coloro che li presiedevano: i governanti vanno e vengono, gli attribuiamo poteri che non hanno perché ci fa comodo pensare che qualcuno sia in controllo, che qualcuno sia responsabile, che debba render conto. L’idea che siamo spettatori e vittime di forze impersonali è per noi insostenibile.

Da bambino, come molti a quel tempo, ammiravo Eisenhower; un giorno mio padre mi chiese se sapessi quante persone aveva ucciso, ma poi aggiunse che se non lo avesse fatto lui, lo avrebbe fatto qualcun altro. Andava fatto. Quel che imparai all’università, specie attraverso i testi di Machiavelli, è che la Storia è fatta di persone che fanno quel che devono fare in determinate circostanze. Non sono le persone a fare la Storia, è piuttosto la Storia a forgiare le persone. Conosco me stesso, quel che avrei dovuto fare e non ho fatto e quel che ho fatto ma che invece non avrei dovuto fare. Non posso ritenere la Storia responsabile delle mie mancanze o delle mie azioni. Sono solo mie. Ho fatto cose che mi dicevo essere buone, mentre nel mio cuore sapevo che non lo erano. Potrei appellarmi al principio di necessità, ma so che i miei peccati non erano davvero necessari. Sospetto che mano a mano che si invecchia e si guarda al proprio passato, ci siano sempre più cose che si farebbero diversamente.

Sono passato dal cercare di fare la Storia a cercare di prevederla. Era il massimo − e il meglio − che potessi fare. Sono bravo nel prevedere quali orrori possano profilarsi all’orizzonte e mi auto assolvo dicendo che non si può fare nulla per impedirli. Ma il fatto che non ci sia nulla da fare non ci solleva dall’obbligo di inorridire di fronte a certe cose, fossero anche le più necessarie. A questo punto potrei tirare in ballo concetti trascendentali come la giustizia, ma c’è un concetto ancora più misterioso al quale non possiamo sottrarci: il senso della decenza. È un concetto misterioso; non abbiamo guide nel rapportarci con lui, ma sappiamo riconoscerlo. Penso che il suo fulcro stia nell’umiltà. L’immodesto soffre soprattutto del timore di essere ordinario, mentre la decenza è consapevolezza dei limiti personali e pertanto comporta il rifiuto della condanna dei limiti altrui. Non è debolezza. Chi ha il senso della decenza sa quando deve agire, ma è anche cosciente della propria cattiveria e rifiuta di lodare le proprie virtù. Viviamo in un’epoca in cui abbonda il moralismo e scarseggia la decenza; ma è sempre stato così, a ben guardare.

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