Il Ceasar act rimette in discussione equilibri o squilibri in Medio Oriente

30/06/2020

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A dicembre 2019 il presidente Trump ha ratificato un atto approvato dal Congresso con una larga maggioranza bipartisan, il Caesar Syria Civilian Protection Act. Il presupposto politico dell’Atto è che Assad non abbia ancora vinto la guerra, né possa pretendere di rappresentare il popolo siriano, perciò è personalmente responsabile di tutte le atrocità commesse dai suoi soldati per reprimere l’insurrezione. A giugno 2020 l’Atto è diventato operativo e chiede che Assad rispetti la risoluzione ONU 2254 del 2015, che a sua volta chiede libere elezioni e il rientro dei profughi in Siria. L’Atto autorizza il presidente americano a imporre sanzioni anche agli enti o ai governi che appoggiano il governo di Assad, incluso Hezbollah in Libano. Secondo Hilal Kashan, professore all’Università americana di Beirut, le sanzioni americane daranno probabilmente il colpo di grazia all’attuale governo libanese, già travolto da una crisi economica e monetaria galoppante. Infatti in base al Ceasar act il Libano dovrebbe ritirare tutte le milizie e chiudere i confini con la Siria, ma gli Hezbollah libanesi sono in maggior parte Awaliti e hanno combattuto duramente in Siria in sostegno di Assad, non intendono né ritirarsi né cessare di mandare rifornimenti a Damasco attraverso il Libano.

Nel frattempo in Siria gli Awaliti, setta religiosa sciita e nel contempo gruppo etnico che costituisce il nerbo della struttura di potere di Assad, si sono divisi fra sostenitori di Assad e sostenitori di un suo cugino materno, Rami Makhlouf. Per salvare i beni di famiglia, che coincidono largamente con i beni dello stato siriano, Assad ha deciso di trasferirne la proprietà alla moglie Asma al-Akhras, che non è colpita dalle sanzioni, non avendo nessun ruolo di potere. Rami Makhlouf, che possiede o gestisce la maggior parte dei beni della famiglia allargata, si oppone, perché lui e la sua discendenza verrebbero diseredati e il suo potere risulterebbe grandemente sminuito. Questi litigi in famiglia per il controllo delle ricchezze dello stato hanno irritato molto la maggior parte dei Siriani Alawiti che da quasi dieci anni combattono e muoiono per sostenere gli Assad.

Assad è stato sostenuto a livello internazionale dalla Russia e dall’Iran. L’Iran ha sempre sostenuto anche gli Hezbollah in Libano, che sono sorti decenni fa proprio per iniziativa del regime degli Ayatollah. Oggi Putin sembra particolarmente irritato dalle perdite e dai costi che la Russia, già colpita dalla crisi economica, deve ancora sostenere in Siria. Potrebbe sostenere la risoluzione ONU e abbandonare Assad al suo destino.

L’Iran ha ancora decine di migliaia di combattenti in Siria, ma per rifornirli ha bisogno di attraversare il territorio iracheno e quello libanese. Il governo iracheno ha recentemente compiuto raid contro i campi degli Hezbollah che gli Iraniani hanno allestito in territorio iracheno. Si tratta di un avvertimento, che più o meno suona così: ‘Cari Iraniani, non possiamo e non vogliamo entrare direttamente in conflitto con voi che ci avete aiutati contro l’ISIS e ancora siete presenti in forze sul nostro territorio, ma almeno liberateci dai Libanesi di Hezbollah, che ci causerebbero direttamente sanzioni dagli Americani. Quelli proprio non li vogliamo. Non sono neppure sunniti come noi.’

Come ha risposto Hezbollah (evidentemente in pieno accordo con l’Iran)? Come sempre, con la minaccia di colpire con missili il cuore di Israele e scatenare un nuovo grande conflitto regionale, quello che l’Iran minaccia da decenni, che dovrebbe cambiare definitivamente l’assetto di tutto il Medio Oriente (vedasi la dichiarazione del 20 giugno scorso del leader di Hezbollah Nasrallah). Il Presidente israeliano ha replicato con una dichiarazione che significa più o meno: ‘Vi distruggeremo noi prima che possiate muovere i vostri missili!’.

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