La Russia si afferma nel Caucaso e in Libia

20/11/2020

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Nell’ultimo mese la Russia ha giocato bene in due situazioni di crisi, riuscendo a posizionarsi  meglio in Caucaso e nel Mediterraneo orientale: ha negoziato la tregua fra Azerbaigian e Armenia in Nagorno Karabakh, interponendo 2000 soldati russi per almeno 5 anni fra i due contendenti, in aggiunta ai soldati sempre presenti nella sua base militare in Armenia. A dividere in modo arzigogolato la sovranità fra Armenia e Azerbaigian, allora entrambe repubbliche sovietiche, in modo che le due etnie si ritrovassero sempre in rivalità fra di loro e dovessero ricorrere alla superiore intermediazione russa, fu Stalin, che fece altrettanto anche nelle repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale. L’astuzia di Stalin continua a rivelarsi uno strumento utile alla Russia, oggi unica potenza regionale accettabile come mediatrice e ‘protettrice’ da entrambi i contendenti, anche se a malincuore. Dall’accordo di cessate il fuoco e dalla forza di interposizione sono stati esclusi i Turchi, che invece sostengono apertamente i diritti degli Azeri contro gli Armeni e sono anche i maggiori fornitori di armi all’Azerbaigian. Per la Turchia è uno smacco, ma Erdogan sicuramente avrà negoziato con Putin qualche compensazione in Siria per accettare la mediazione russa senza troppe proteste.

Nel frattempo un ponte aereo e navale ha portato armi, carri armati e migliaia di miliziani russi dell’organizzazione Wagner nella Libia orientale, a rinforzare i soldati del generale Haftar. Putin nei giorni scorsi ha avanzato informalmente l’idea di dividere la Libia lungo una linea nord-sud per separare la Cirenaica e Sirte dal resto della Tripolitania e del Fezzan. Nelle due Libie provvisorie (in attesa di accordi definitivi che potrebbero richiedere anche molti anni) l’ordine sarebbe garantito dai Russi nella parte est, da Turchi e Italiani (sic!) nella parte ovest. Nessun diplomatico di altri paesi ha ripreso il suggerimento di Putin, per ora. Putin comunque ha già il controllo effettivo sulla parte est della Libia, la Turchia ha abbastanza soldati e armi sul terreno per controllare la Tripolitania, mentre noi Italiani, che abbiamo interessi economici e lunghe tradizioni di collaborazione privilegiata in Libia, non abbiamo né soldati né armi sul terreno.

Gli USA non hanno nessun interesse a intervenire in Libia, né hanno interesse a sostenere una delle due parti. Per noi invece la Libia è davanti alle nostre coste, a poche ore di navigazione, è il territorio da cui partono i migranti clandestini ed è uno dei nostri grandi fornitori di energia. Il sud della Libia è conficcato nei territori dell’Africa francofona, dove la Francia ha ancora grandi interessi e dispiega molti soldati per contrastare le bande islamiste che terrorizzano la regione e si finanziano con contrabbando di armi, droga e clandestini verso l’Europa. Per questo noi e i Francesi vorremmo una Libia non soltanto pacificata ma anche sotto il controllo di un governo che sappia far rispettare leggi e regole, che sappia mantenere l’ordine all’interno. 

Vorremmo anche una iniziativa europea per promuovere il ritorno all’ordine e alla legalità sulle coste del Mediterraneo. Ma qualunque iniziativa europea dovrebbe avere il pieno consenso della Germania, che invece non vuole disturbare né gli interessi russi (la Russia è la grande fornitrice di energia alla Germania, che la distribuisce al resto dell’Unione Europea) né quelli turchi (non soltanto perché in Germania vivono e lavorano oltre 7 milioni di Turchi, ma anche perché la collaborazione della Turchia è necessaria per impedire che i Balcani e l’Europa centrale vengano inondati da milioni di profughi o migranti irregolari dall’Asia). Per ora la Germania lascia che il presidente francese Macron agisca come un informale Ministro degli Esteri dell’Unione, presentando le questioni ’calde’ all’opinione pubblica interna e discutendole direttamente con Putin e con Erdogan. Ma con Erdogan non va bene: i recenti attacchi contro Macron nel mondo islamico e il boicottaggio delle merci francesi in Turchia hanno fatto seguito alla presa di posizione pubblica di Macron in favore della laicità delle istituzioni e del diritto di parola, di critica e anche di blasfemia dei cittadini europei – così la Francia paga il prezzo di parlare per un’Unione Europea che però lo lascia solo, non lo sostiene con il peso di tutti i suoi stati membri. Putin invece è molto più attento alle richieste francesi e più aperto al dialogo, perché ha interesse a negoziare il rispetto degli interessi europei nel bacino del Mediterraneo in cambio del rispetto degli interessi russi in Ucraina e Bielorussia.

Per quanto sotto traccia e mascherata da discorsi di piena fiducia e cooperazione, la differenza di opinioni e di interessi fra Germania e Francia (o Italia) nei rapporti con la Russia e con la Turchia si farà sentire con più vigore, ora che gli USA non dettano più l’agenda per la sicurezza del Mediterraneo e il Regno Unito è uscito dall’Unione, perciò la Francia rimane il solo esercito di qualche peso in Europa. Non si tratta di differenze passeggere o di poco conto, perciò prepariamoci a vivere un periodo di tensioni crescenti nell’Unione Europea, appena l’emergenza Covid sarà alle spalle.

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