Per capire la crisi finanziaria

09/08/2009

Il Council on Foreign Relation pubblica a luglio 2009 un ‘working paper’ di Karen H. Johnson, intitolato ‘Gross or Net International Financial Flows. Understanding the Financial Crisis’.

È un paper illuminante: finalmente anche le persone comuni possono capire quali meccanismi sono ‘scappati di mano’ per causare la grande crisi del 2008, ed è quindi possibile capire quali provvedimenti occorre prendere per prevenire gli stessi rischi in futuro.

I provvedimenti da prendere erano già stati suggeriti da un altro working paper pubblicato dal CFR a febbraio 2009, ‘A New Information Infrastructure for Financial Markets’ ma senza leggere il paper della Johnson è difficile capire l’opportunità di quelle misure.

Dice la Johnson che le istituzioni e l’opinione pubblica di ogni paese tengono sotto controllo soltanto l’andamento dei SALDI della bilancia commerciale (la differenza fra quanti beni e servizi si importano e quanti se ne esportano) e della bilancia dei pagamenti (la differenza fra quanto denaro viene importato e quanto ne viene esportato), ma non i MOTIVI o gli scopi dei movimenti finanziari, né quali paesi e quali istituzioni finanziarie estere e nazionali coinvolgono. 

Nel 2007 la bilancia dei pagamenti USA era in deficit di circa 730 miliardi di dollari. Questo ha scatenato la crisi? No.

A fine 2007 il debito netto degli USA verso l’estero era di 2400 miliardi di dollari. Questo ha scatenato la crisi? No.

Nel 2007 sono entrati negli USA 2100 miliardi di dollari per investimenti finanziari, destinati all’acquisto di strumenti di investimento finanziario all’interno degli USA, che sono andati a sommarsi ai flussi di investimenti finanziari degli anni precedenti, ed hanno raggiunto un volume di investimenti finanziari esteri in USA di 20.100 miliardi dollari. Questa è la base della crisi.

Ecco una tabella che aiuta a capire come erano composti i flussi finanziari in entrata negli USA negli anni 2007-2003 (in miliardi di dollari). 

 

Anno 2007

Anno 2003

     

Totale flussi in entrata

2129,5

858,3

di cui

   

da governi

480,9

 

da privati

1648,5

580,2

di cui

   

per investimenti diretti in attività o beni

275,8

 

per acquisto di titoli

672,5

312,2

di cui

   

titoli del tesoro

66,8

 

titoli dei privati

605,7

 
     

debiti dichiarati da banche USA

509,3

97,2

debiti di altri

201,7

 

per cambio dollari

-10,7

 
 

Ecco il saldo netto della bilancia dei pagamenti degli ultimi anni:

 

bilancia dei pagamenti netta 

-726,6

-521,5

 

Governo e opinione pubblica hanno concentrato l’attenzione sull'incremento del disavanzo della bilancia dei pagamenti, ma non sull’enorme incremento dei flussi per investimenti finanziari in titoli americani, né sulla provenienza di questi flussi.

E neppure si sono preoccupati di analizzare i flussi in uscita dagli USA, verso quali paesi sono diretti, per quali scopi.

Ecco una analisi della provenienza dei flussi finanziari in arrivo negli USA nell’anno 2007 (in miliardi di dollari):

 

Totale

2195,5

     

di cui

       

dall'area Euro

360,3

     

dal Regno Unito

561

     

da Asia e Pacifico

450

di cui dalla Cina solo 260,3

dal Canada

83,5

     

dal Medio Oriente

39,8

     

dall'OPEC

52,1

     
 

Mentre tutti gli analisti disquisivano dello squilibrio della bilancia commerciale con la Cina e dei grossi investimenti cinesi in titoli del tesoro americani, l’analisi dei dati mostra che il mondo finanziario era minacciato dagli enormi investimenti finanziari che dall’Europa si muovevano verso gli USA, e viceversa. Infatti nello stesso anno 2007 su di un totale di flussi finanziari in uscita dagli Usa di 1472,1 miliardi di dollari, ben 477, 2 si riversarono nell’area dell’Euro e 422, 4 nel Regno Unito.

Quali beni costituivano il sottostante di investimenti finanziari così massicci? A fine 2007 il totale degli investimenti esteri negli USA era di 20.100 milioni di dollari. Quali beni garantivano il valore di tali investimenti?

Non stupisce che tutti i titoli americani ed europei abbiano subito un crollo di valore, mentre il resto del mondo è stato toccato soltanto marginalmente.

La crisi finanziaria è il ‘normale’ sgonfiarsi di enormi bolle speculative gonfiate dalle istituzioni finanziarie americane ed europee, insieme.

Si capisce ora la logica dei suggerimenti che lo Squam Lake Working Group on Financial Regulation ha avanzato per tenere sotto controllo le variabili che potrebbero provocare una crisi sistemica come quella del 2008: elaborare sistemi per raccogliere e analizzare i dati necessari per valutare costantemente

- Il rischio fra controparti,

- il rischio di vendite da panico,

Si raccomanda anche di rendere pubblici questi dati (dopo un certo periodo di tempo, quando non possono più provocare reazioni di panico) perché tutti possano analizzarli e capirli.

Il rischio fra controparti che siano istituzioni finanziarie è particolarmente alto, perché dipende non dalla singola controparte diretta, ma dalle controparti delle controparti: è un rischio a catena, che non è quantificabile con la semplice analisi del bilancio della controparte diretta, né delle istituzioni singole, se non si ha la visione di come queste siano tutte legate fra di loro da lunghe catene di rischi reciproci. 

Il rischio di vendite da panico è altrettanto impossibile da quantificare e da prevedere, se non si conoscono le catene di rischio reciproco. Basta che in una qualunque parte del mondo una istituzione finanziaria si trovi a dover vendere con urgenza una quantità X di titoli e non riesca a farlo, e abbassi il prezzo costantemente finché trova l’acquirente, ed ecco che tutte le altre istituzioni finanziarie del mondo debbono abbassare il valore di quei titoli, e modificare il valore del proprio attivo o del proprio passivo. 

È necessario che le autorità centrali abbiano la possibilità di monitorare costantemente tutte le istituzioni finanziarie non soltanto singolarmente, ma nel loro gioco di rapporti reciproci, per sapere sempre quando il rischio di insolvenza di una istituzione finanziaria ha importanza limitata e quando ha importanza sistemica, come è stato il caso di Lehman Bros e di AIG.

Fin al giorno in cui il direttore di AIG ha informato il governo americano di non riuscire a onorare i contratti di assicurazione contro le perdite in borsa alle società finanziarie e alle banche, nessuno nelle istituzioni sapeva che la solvibilità di AIG fosse così vitale per il sistema finanziario internazionale.

Il mondo finanziario si opporrà fieramente a questi controlli, ma è necessario che l’opinione pubblica ed i politici insistano per istituirli, altrimenti la situazione finanziaria mondiale sarà sempre soggetta a rischi imprevedibili.

A cura di Laura Camis de Fonseca

 

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