L'ora della scelta

29/09/2009

Il 28 settembre 2009 il Geopolitical Report di George Friedman (Strategic Forecast) è dedicato  all'inevitabilità di una chiara decisione  nella politica internazionale dell'amministrazione Obama.  Anche una non-decisione a questo punto costituisce una decisione, probabilmente la scelta peggiore.  

Ecco un riassunto dell’analisi di G. Friedman. 

Iran

Lo scorso aprile  al G8 venne stabilito che l’Iran aveva tempo fino a settembre per impegnarsi in trattative sul nucleare con il P5+1 (i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU più la Germania), altrimenti si sarebbero prese sanzioni severe.

Allora il problema più pressante era la crisi finanziaria, i problemi di politica estera andavano rimandati per dar tempo alla nuova amministrazione di capire la realtà, valutare, agire. Fra aprile e settembre Obama non è rimasto inattivo: ha teso la mano al mondo islamico, ha criticato la precedente politica americana in Medio Oriente, ha inviato un pubblico messaggio di amicizia agli Iraniani per il loro capodanno, ha inviato Mitchell e Holbrooke in innumerevoli missioni in Israele, Pakistan e Afghanistan e nei paesi limitrofi. Ma i paesi della regione non hanno cambiato le proprie posizioni. L’unico successo parziale è stata una maggiore collaborazione del governo pachistano nel controllo dei Talebani. 

Si attendeva anche l’esito delle elezioni in Iran, nella speranza che l’ala oltranzista fosse sconfitta. Ma ora un Ahmadinejad trionfante sfida l’Occidente, e ha già segnato un punto a proprio favore: settembre è finito, le trattative non sono ancora iniziate, i punti in discussione nell’incontro di ottobre sono stati definiti non dai P5+1 ma dall’Iran stesso, ed è chiarissimo che né la Russia né la Cina sono disponibili ad applicare sanzioni punitive all’Iran, e che dunque qualunque decisione di imporre altre sanzioni sarebbe formale e non sostanziale, perché Cina e Russia possono fornire all’Iran tutta la benzina - e le armi – di cui può aver bisogno. La decisione stessa di Ahmadinejad di dichiarare pubblicamente proprio allo scadere di settembre di avere un’altra centrale nascosta di arricchimento di uranio è un gesto di sfida: USA, Francia e Inghilterra sono state costrette a dichiarare che già lo sapevano, e hanno dovuto reagire promettendo ‘severe conseguenze’. Parole a vuoto, se le conseguenze sono sanzioni, di cui profitteranno Cina e Russia. Applicare sanzioni più severe può essere un modo per l’Occidente di salvare la faccia, sapendo che le sanzioni saranno inutili, e che l’Iran continuerà a sviluppare l’arma nucleare con la sostanziale acquiescenza della comunità internazionale. E con la sostanziale rinuncia degli USA alla propria funzione di garante dell’equilibrio globale - funzione svolta dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. 

Ma è difficile che Israele ci stia. Ahmadinejad ha promesso di annientare Israele, e Israele sa che non si tratta di parole a vuoto. Israele non può permettersi di stare a vedere come Ahmadinejad colpirà. Ma se Israele colpisse per primo, l’Iran reagirebbe infiammando il Golfo Persico e fermando il flusso di petrolio dai paesi arabi, e gli USA sarebbero costretti ad intervenire militarmente  per mantenere aperto lo stretto di Hormuz. 

Afghanistan.

Obama ha ripetutamente dichiarato nei mesi scorsi che al disimpegno in Iraq doveva seguire un impegno decisivo in Afghanistan, dove si combatte una guerra di necessità.

Il generale McChrystal ha dichiarato che per vincere in Afghanistan occorre una nuova strategia e un aumento sostanziale di truppe sul terreno, che porti il contingente NATO a circa 120.000 unità – più o meno la quantità di soldati che l’Unione Sovietica aveva sul terreno nella guerra (persa) in Afghanistan. Particolarmente significativa è l’asserzione netta che occorre una nuova strategia: la strategia adottata negli otto anni dall’inizio della guerra è fallita. E una nuova strategia che punti alla protezione e alla collaborazione degli Afgani non è detto che funzioni: i Talebani  non se ne andranno, non hanno dove andare. Né si può fare molto affidamento sulla collaborazione pachistana.

A questo punto Obama può scegliere fra accettare di aumentare l’impegno e seguire una nuova strategia in Afghanistan, o ritirarsi. Oppure può non decidere e continuare con la strategia attuale, ormai fallita, il che sembrerebbe la peggiore scelta possibile. 

Due crisi contemporanee. 

Le crisi in Afghanistan e in Iran vanno affrontate contemporaneamente: è così nella realtà, non per scelta, e Obama non può sottrarsi alla scelta.  

La scelta più rischiosa e significativa riguarda l’Iran: se alla sfida di Ahmadinejad Obama non reagisce, o reagisce in modo inefficace, dimostrando che gli USA non sono capaci di agire contro l’Iran in difesa degli stati arabi e di Israele, delle rotte del petrolio e del commercio internazionale, l’influenza degli USA in Asia e nel mondo intero declinerà molto rapidamente, e i rapporti internazionali cambieranno in modo drammatico.    

La rinuncia all’Afghanistan - dove è poco probabile che qualunque nuova strategia possa avere qualche successo in tempi ragionevoli - avrebbe ben minori conseguenze. 

I prossimi mesi saranno cruciali per i destini del mondo: e la decisione chiave è nelle mani dell’amministrazione americana. 

A cura di Laura Camis de Fonseca

 

 

 

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