La strategia dei Talebani fra storia e attualità

01/10/2009

I Talebani nascono nel 1992, all’indomani della lotta civile intra-islamica scoppiata in Afghanistan alla caduta del regime marxista, tre anni dopo il ritiro delle truppe sovietiche.

Il partito comunista afgano, alleato dei Russi, sin dai primi anni ’50 tentò di scardinare la struttura tribale del paese per controllare meglio il territorio. Ma il risultato fu devastante: il precario equilibrio interetnico ne risultò irrimediabilmente sovvertito e iniziò una feroce guerra civile: i signori della guerra iniziarono a combattersi a vicenda senza esclusione di colpi e a pagarne le spese furono soprattutto i civili.

Nel 1979, all’epoca della rivolta islamista contro i comunisti con conseguente ingresso delle truppe sovietiche nel paese, numerose fazioni afgane si riunirono sotto la bandiera dell’Islam, anche grazie all’aiuto economico del vicino Pakistan – a quell’epoca appoggiato da Stati Uniti e Arabia Saudita.

Durante questo periodo le madrasse (scuole islamiche) in Pakistan divennero dei potenti incubatori ideologici per i guerriglieri islamici, in maggioranza giovani Pashtun che successivamente sarebbero diventati Talebani. Le madrasse offrivano assistenza ai profughi e alle vittime della guerra contro i Sovietici – orfani e vedove – e inculcavano in loro una delle versioni più austere dell’Islam. In questo modo Islamabad voleva stringere un legame di ferro con i rifugiati,  su cui avrebbe potuto contare dopo il rientro in Afghanistan.  

I guerriglieri estremisti, quasi tutti formatisi nelle madrasse pakistane, assunsero il nome di Talebani (che significa “studenti” in lingua Pashtun), e dopo il 1992 cercarono di ristabilire l’ordine nel paese battendosi contro i signori della guerra ed applicando una versione ultraconservatrice della Shari’a nei luoghi che conquistavano.  La popolazione, stufa degli abusi dei signori della guerra, iniziò ad appoggiare la causa talebana.

Fra il 1990 e il 1996 il movimento talebano, sotto la leadership del mullah Mohammad Omar,  divenne sempre più coeso e, grazie ai finanziamenti ed all’appoggio logistico di Pakistan e Arabia Saudita, conquistò buona parte del paese. Nel 1996 i Talebani entrarono a Kabul, rovesciarono il presidente Burhanuddin Rabbani e fondarono “l’Emirato Islamico di Afghanistan”. 

La nuova leadership cancellò ogni traccia dell’influenza occidentale nel paese: i cinema e le stazioni radio vennero chiuse, i vestiti occidentali proibiti, le donne furono obbligate a stare chiuse in casa, a velarsi dalla testa ai piedi e ad abbandonare la scuola.  

A poco a poco al Qaeda iniziò a stringere legami con i Talebani – in aperta competizione con il Pakistan – e nel giro di pochi anni crebbe tanto da poter pianificare l’attentato dell’11 settembre nei campi di addestramento afgani. Dopo l’attentato i Talebani  rifiutarono di dissociarsi da al Qaeda, come richiesto dagli USA. Gli Stati Uniti e la NATO decisero di intervenire e nel 2001 rovesciarono il regime molto rapidamente. Invece di combattere contro le forze della NATO, i Talebani si ritirarono nelle loro roccaforti nella parte meridionale ed orientale del paese, dove rimasero per alcuni anni.

A partire dal 2003 gli Occidentali ripresero i contatti con i Talebani, perché riconobbero che erano ancora una forza tutt’altro che sconfitta. Con gli Stati Uniti concentrati in Iraq, a poco a poco il movimento Pashtun si riorganizzò ed a partire dal 2006 scatenò una violenta ribellione nel paese, che dura tuttora.

 

La situazione attuale

Pur essendo stati deposti, i Talebani rimangono tuttora la forza indigena più potente dell’AfghanistanI Talebani dispongono di una struttura molto flessibile ed attiva a livello regionale e locale, il che significa che ogni comandante è responsabile esclusivamente dei suoi uomini – non esiste una organizzazione unica nazionale. L’unica figura che potrebbe assomigliare a un leader è il mullah Omar, che non sempre riesce ad impartire ordini a tutte le cellule del movimento.

Questa struttura può rivelarsi vantaggiosa da un lato, perché i Talebani non rischiano di essere privati del centro di comando in caso di attacco, ma allo stesso tempo presenta alcuni svantaggi,  in quanto non esiste unità di intenti e quindi le operazioni spesso non sono mirate agli stessi obiettivi.   

I Talebani vogliono innanzitutto scacciare “l’invasore” straniero e ristabilire l’Emirato in Afghanistan. Dato che non possono scontrarsi vis a vis con le forze della coalizione – estremamente più forti sul piano militare – i ribelli Pashtun attaccano i loro nemici di sorpresa, con veloci e mortali imboscate, per poi ritirarsi fra i monti. La conformazione del territorio e la mancanza di una rete stradale efficiente permette ai Talebani di piazzare ordigni esplosivi in zone ben precise che i convogli devono inevitabilmente percorrere. Questa strategia, che raramente riesce a causare gravi danni alle forze occidentali, costa poco ed è quasi priva di rischi, e quindi viene ampiamente utilizzata dai ribelli.

Recentemente il mullah Omar ha invitato i suoi seguaci ad evitare gli attacchi suicidi, se non sono assolutamente necessari, perché causano troppe vittime fra i civili e di conseguenza di alienano la simpatia della popolazione per i Talebani.

 

Controllare l’Afghanistan

Le truppe occidentali e i Talebani quindi impiegano due strategie opposte per controllare il territorio afgano.

·         Gli Occidentali cercano di stabilire il controllo su Kabul e sugli altri centri urbani del paese, perché devono poter contare sui rifornimenti dalle grandi città.

·         i Talebani invece adottano la strategia opposta – decisamente più conforme alla natura del territorio afgano - ovvero si insediano dapprima a livello locale nei piccoli villaggi e da qui si estendono a macchia d’olio finché non raggiungono le grandi città.

Entrambi gli attori finora hanno evitato che l’altro prendesse il sopravvento. Controllando le città le truppe della coalizione negano ai Talebani il controllo del paese, mentre i Talebani trincerandosi nelle campagne se ne stanno al sicuro ed aspettano il momento giusto per agire. Inoltre i ribelli Pashtun controllano la produzione dell’oppio nella regione meridionale ed occidentale del paese e tengono in scacco la popolazione civile, costretta a rivolgersi a loro per ottenere protezione e vendere i raccolti.

Le forze della coalizione possono contare sulla superiorità aerea per condurre attacchi nell’entroterra montagnoso ed evitare che creino santuari dove reclutare nuovi ribelli - questo però non garantisce agli Occidentali il controllo del territorio, dato che i ribelli si spostano velocemente e la fanteria non penetra nelle zone più remote.

I Talebani continueranno a puntare su una guerra di logoramento dato che giocano in casa ed hanno quindi il tempo dalla loro - sono consapevoli che nessuno riuscirà mai a mandarli via dalle montagne, quindi possono attendere.

Ora tocca agli Stati Uniti e alle forze della coalizione decidere la futura strategia, tenendo bene a mente che senza un cambiamento consistente e repentino difficilmente i ribelli si daranno per vinti.

 

A cura di Davide Meinero

 

 

 

 

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