La Cina
esporta deflazione

27/10/2009

22 ottobre 2009   Secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica cinese l’indice dei prezzi al consumo cinese è sceso dell’1,1% nei primi nove mesi del 2009 rispetto all’anno precedente. La domanda dei consumatori in Cina continua ad essere piuttosto bassa. I magazzini sono pieni, la produzione di conseguenza è diminuita e le aziende hanno iniziato a tagliare i costi licenziando i lavoratori.   Man mano che aumenta la disoccupazione i consumi continuano a diminuire e anche chi non lavora preferisce non spendere per paura di ritrovarsi un giorno sul lastrico e così via, in un’inarrestabile spirale deflazionistica. Nell’ultimo decennio i consumi interni in Cina sono diminuiti del 10% come percentuale del PIL, passando dal 40% al 30% .   La deflazione non è necessariamente un fattore negativo. Se i prezzi del cibo e dell’energia calano i consumi non diminuiscono, perché la popolazione non può smettere di nutrirsi né di utilizzare energia. Di solito anche l’innovazione tecnologica causa un calo del prezzo dei vecchi prodotti, ma questo non è un problema in quanto genera anche nuova domanda per i nuovi prodotti. La deflazione però può essere un fattore estremamente negativo, se dovuta ad un eccesso di produzione rispetto alla domanda – soprattutto per quanto riguarda i beni non di prima necessità come automobili, vestiti, elettrodomestici, etc. In questo tipo di deflazione i consumi continuano a languire anche se i prezzi calano, e la disoccupazione cresce.   La struttura economica cinese.   In Cina non sempre sono vere le regole economiche generali. Normalmente un calo della domanda obbliga i produttori a diminuire la produzione - ma non in Cina. A differenza degli Stati Uniti, il profitto in Cina non è di fondamentale importanza, dato che lo stato di tanto in tanto (direttamente o attraverso le banche pubbliche) inietta denaro nelle industrie per aumentare l’attività, indipendentemente dal profitto. Nell’arco del 2009 oltre ai 600 miliardi di dollari previsti dal piano di stimolo le banche hanno concesso prestiti per un valore di 1,27 trilioni di dollari (massimo storico) per tenere a galla l’economia (il 75% in più rispetto al 2008). Questo denaro serve a oliare i meccanismi dell’economia cinese e mantenere alta l’occupazione per evitare disordini sociali.   Moltissime imprese a livello internazionale non riescono a reggere la concorrenza dei prezzi cinesi - che continuano ad essere estremamente bassi a causa dei sussidi che lo stato garantisce alle aziende – e  vanno in fallimento. Quelle che sopravvivono però diventano estremamente competitive. Ad esempio la produzione statunitense è cresciuta del 171% rispetto al 1979, quando la Cina ha iniziato ad aprirsi al mondo intero, mentre l’occupazione è diminuita del 20%. Tuttavia esistono notevoli tensioni commerciali fra i due paesi, che riemergono di tanto in tanto. Pechino vorrebbe svincolarsi dall’assoluta necessità di incrementare le esportazioni, incoraggiando invece i consumi interni – come dimostrano gli incentivi varati negli ultimi mesi a favore dell’acquisto di auto, elettrodomestici, etc. - ma non ci riesce: la sovrapproduzione trascina i prezzi dei prodotti sempre più in basso. Con la sua grande quantità di prodotti non di prima necessità da esportare, la Cina esporta deflazione nel resto del mondo, mettendo a dura prova le economie degli altri paesi. Per ora l’economia cinese, nonostante le difficoltà, sembra reggere piuttosto bene, ma prima o poi Pechino dovrà fare i conti con la deflazione che rischia di stritolare il mercato interno.

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