Nell'ottica dei jihadisti

14/12/2009

 

di George Friedman, direttore di Strategic Forecast

 

Dopo l’annuncio di Barack Obama della nuova strategia per l’Afghanistan, la guerra fra Stati Uniti e jihadisti è entrata in una nuova fase. Gli ultimi sviluppi confermano che l’interesse degli Stati Uniti nella regione è duplice:

1)      evitare che i terroristi organizzino nuovi attentati terroristici contro l’Occidente;

2)      impedire che al Qaeda o  altri gruppi estremisti prendano il controllo di un qualsiasi stato del mondo.

Le operazioni degli Stati Uniti mirano più a indebolire la capacità operativa dei jihadisti che a imporre il proprio volere nella regione.  Washington non ha le risorse per imporre la propria volontà, e in fondo non ne ha nemmeno bisogno.  Quello che deve fare invece è imoedire agli avversari di realizzare i loro progetti  – ed è questo infatti che sta facendo sia in Afghanistan che in Iraq.  Questo significa che Obama utilizza  lo stesso approccio della precedente amministrazione, anche se ha modificato alcuni aspetti.

 

L’ottica dei jihadisti

Consideriamo ora la situazione dal punto di vista dei jihadisti. Non è un compito facile, dato che non si tratta di una forza che fa capo ad un’unica struttura di comando. Inoltre è sempre più difficile immaginare realisticamente la situazione, ora che al Qaeda è stata duramente colpita e frammentata.  La frammentazione di al Qaeda oltre che una necessità strategica è anche un’arma a favore dei jihadisti. Gli Stati Uniti vorrebbero colpire il cuore del movimento jihadista, ma non è possibile colpire ciò che non esiste. […] Anche se lo stesso Osama bin Laden venisse ucciso o catturato, il jihad non avrebbe fine.  

[…] Tuttavia possiamo domandarci: se fossimo dei jihadisti oggi, come apparirebbe il mondo ai nostri occhi? Quali sarebbero i nostri obiettivi? Come potremmo raggiungerli?

Al Qaeda iniziò la guerra con il preciso intento di scatenare la rivoluzione nel mondo sunnita e rovesciare i regimi esistenti per rimpiazzarli con regimi fondamentalisti. La strategia a lungo termine mirava a creare un impero multinazionale islamico unificato, soggetto all’interpretazione  qaedista della shari’a. I terroristi volevano dimostrare alle masse musulmane che i regimi arabi erano corrotti e complici delle potenze cristiane, senza le quali non avrebbero potuto sopravvivere.    Con l’11 settembre al Qaeda ha voluto dimostrare che gli Stati Uniti erano più vulnerabili di quanto apparissero e che quindi anche i regimi corrotti del Medio Oriente non erano poi così forti. Al Qaeda voleva scatenare la rivolta contro i regimi musulmani non rispettosi della shari’a.  Inoltre secondo i calcoli dei jihadisti una qualsiasi risposta militare americana – inevitabile dopo l’11 settembre – avrebbe incitato ulteriormente i musulmani alla rivolta contro i propri governi.  

Ma gli ultimi otto anni di guerra sono stati disastrosi per i jihadisti: la rivoluzione tanto reclamata non è arrivata e nessun regime musulmano è caduto. Infatti i regimi musulmani alleati degli Americani temono molto i jihadisti e si servono dei servizi segreti e del potere politico per sopprimere i terroristi islamici. In altre parole i jihadisti invece di scatenare la rivolta popolare hanno innescato una reazione fortemente anti-fondamentalista da parte dei regimi musulmani esistenti. […] Dunque i terroristi si sono trovati invischiati in conflitti locali e sono stati costretti a rinunciare alle operazioni contro l’Europa e contro gli Stati Uniti. […]

In Afghanistan i jihadisti si appoggiano ai Talebani per scagliare attacchi contro le forze americane, mentre in Iraq i terroristi rimasti cercano di abbattere la coalizione di governo sponsorizzata dagli Stati Uniti attaccando gli Sciiti e i membri chiave della comunità sunnita. Al di fuori di questi due teatri di guerra, al Qaeda cerca ancora di indebolire i regimi musulmani che collaborano con gli Stati Uniti – specialmente il Pakistan.  Ma il suo potere attualmente è decisamente limitato, e quindi riesce ad operare esclusivamente a livello locale.

I jihadisti si trovano quindi alle prese con un dilemma strategico.

Gli Stati Uniti lanciano sistematicamente operazioni di indebolimento per annientare le loro abilità operative e costringerli a combattere contro le forze di sicurezza locali, in modo che non possano scagliare attacchi sistematici contro i regimi al potere o contro l’Occidente.  

In quest’ottica la strategia dei terroristi agevola i piani americani: i continui attentati spingono i regimi musulmani a reprimere duramente i jihadisti, tenendoli così a bada. Dovendosi concentrare sui conflitti locali, al Qaeda non ha più risorse per dedicarsi all’agenda transnazionale. Senza contare che, organizzando attentati nei paesi musulmani, i jihadisti uccidono molti musulmani e si alienano le simpatie della popolazione.

L’aumento dell’instabilità nel mondo islamico non rappresenta un problema agli occhi di Washington.  Gli Stati Uniti possono ritenersi soddisfatti dell’esito del conflitto :

-          se nella regione nascono regimi pro-americani che intendono attaccare e distruggere la rete jihadista;

-          se nella regione scoppia un conflitto fra attori musulmani desiderosi di combattersi – e neutralizzarsi – a vicenda.

Obama ora intende rafforzare le forze di sicurezza afgane in modo che possano tenere testa ai Talebani senza l’aiuto delle truppe statunitensi – se non a livello minimo. Per quanto riguarda il Pakistan invece gli Stati Uniti vogliono che Islamabad reprima  i jihadisti in tutto il paese, e se non ci riesce che per lo meno li tenga costantemente impegnati nell’affrontare la repressione interna e difendersi sul fronte domestico. 

 

Una strategia autolesionista?

Fino a quando i jihadisti continueranno a colpire a livello locale, non potranno che inimicarsi le masse islamiche e spingere i governi a reprimerli con forza. […] Infatti la presenza delle truppe statunitensi in Afghanistan e in Iraq ha spinto i governi locali a cambiare politica e ad agire con maggiore decisione nei confronti dei jihadisti. Inoltre, contrariamente a quanto pensavano i terroristi islamici, non c’è stata nessuna rivolta di popolo. L’idea che con la presenza delle truppe statunitensi l’ostilità sarebbe cresciuta era tutt’altro che errata, ma invece di rafforzare i jihadisti questo fattore ha generato un’ondata di repressione anti-jihadista da parte dei governi.

Dal punto di vista dei jihadisti è essenziale che le truppe statunitensi lascino la regione, in modo che i governi locali allentino la morsa repressiva. Se gli Stati Uniti si ritirassero dalla regione infatti le tensioni interne  presenti in paesi come Egitto, Arabia Saudita o Pakistan riemergerebbero e i jihadisti potrebbero sfruttarle per i loro fini.

Con il ritiro delle truppe statunitensi l’Iran rafforzerebbe la propria egemonia sulla regione.   

Dal momento che al Qaeda non ha buoni rapporti con la Repubblica Islamica, potrebbe servirsi dello spauracchio dell’Iran per mobilitare le masse nella regione del Golfo e dell’Afghanistan.

Ma per spingere gli Stati Uniti ad andarsene i terroristi dovrebbero concedere una tregua e interrompere gli attacchi.  Questo aiuterebbe l’amministrazione Obama a fare ciò che più desidera, cioè ritirare le truppe dalla regione. […] Soltanto così potrebbero aprirsi nuove possibilità per i jihadisti.

[…] Però  i jihadisti basano la loro credibilità sul numero di attentati che riescono ad organizzare - anche se poco efficaci o addirittura controproducenti – altrimenti nessuno si rende conto della loro esistenza. Questo significa che l’azione terroristica è diventata un obiettivo strategico cui non è possibile rinunciare. In quale altro modo possono mostrare la loro vitalità i terroristi? Pur avendo perso la prima fase della ‘lunga guerra’, i terroristi non sono ancora stati sconfitti. Ma se vogliono riguadagnare un po’ di terreno devono cambiare strategia.   Inoltre gli equilibri ed i giochi nella regione sono in continuo mutamento. I Talebani ad esempio, che non vedono l’ora che gli Stati Uniti lascino il paese, potrebbero a loro volta cercare di liquidare al Qaeda per riprendersi il potere in Afghanistan.

Conclusione: se i jihadisti abbandonassero le operazioni, i governi dei paesi islamici potrebbero essere indotti ad allentare la presa, dando ai terroristi il tempo di riorganizzarsi ed elaborare una diversa strategia. Perciò  proprio nel momento in cui il nemico cercherà la pace diventerà necessario aumentare la pressione per stroncarlo definitivamente.  

Se è vero che gli Stati Uniti si trovano in una posizione scomoda, i jihadisti si trovano in una posizione ben peggiore.  

 

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