Accordo di pace
fra governo e Talebani?

12/05/2010

Recentemente il governo afgano ha preparato un piano di pace per l’Afghanistan, chiamato   Programma per la Pace e la Reintegrazione. Gli Stati Uniti sperano che il governo di Hamid Karzai e le forze di sicurezza ISAF riescano a coinvolgere i Talebani nei negoziati, in modo da garantire pace e stabilità all’Afghanistan. Ma non esiste una strategia chiara per portare i Talebani al tavolo dei negoziati.    Il 5 maggio 2010 il comandante talebano Ghani Baradar, catturato in Pakistan a gennaio, ha iniziato a collaborare con le autorità statunitensi per chiarire le intenzioni del Mullah Omar. I Talebani sono profondamente radicati nella realtà politica afgana e vengono percepiti come una forza ben presente dalla maggior parte della popolazione. L’esisto dei negoziati fra Talebani e governo sono molto incerti: pur ammettendo che i Talebani sono tuttora molto forti, gli USA mantengono inalterata la data del ritiro delle truppe. Perché mai i Talebani dovrebbero negoziare con un nemico che ha già deciso di andarsene e lasciare la lotta? I piani di riconciliazione mirati al reintegro nella società - anche tramite la formazione professionale - dei Talebani potrebbero forse avere successo se i jihadisti non temessero   rappresaglie dai Talebani dopo il ritiro degli Stati Uniti.    Per i Talebani non ci sono tanto questioni di denaro o di ideologia: cercano la possibilità di svolgere un ruolo attivo nel governo. In molte regioni la popolazione ritiene che il governo dei Talebani, per quanto basato su una versione rigida della Shari’a, rappresenti la migliore delle alternative – se non addirittura l’unica.   Generalmente i programmi di ‘de-radicalizzazione’ mirano a neutralizzare le minoranze radicalizzate riassorbendole nelle correnti moderate. Ma è pressoché impossibile farlo in una  società radicale, che appoggia valori ultraconservatori e che si sente fortemente destabilizzata dal governo, non dai ribelli. In Arabia Saudita, dove c’è  una visione consensuale basata su un’interpretazione austera della Shari’a, il governo è riuscito a isolare i radicali legati ad al Qaeda perché volevano destabilizzare l’ordine interno.    I Talebani afgani si battono contro la presenza straniera sul territorio per portare il loro ordine – basato sull’autoritarismo religioso – in un paese infiammato da una guerra civile che dura da oltre trent’anni, ma non appoggiano realmente al Qaeda e il jihadismo transnazionale.   La strategia di Kabul è contradditoria: il governo infatti da una parte sostiene che i Talebani non sono radicali e allo stesso tempo gli offre un programma di ‘de-radicalizzazione’. I Talebani sono solo una fra le varie forze politiche e sociali favorevoli all’introduzione di una versione austera della Sharii’a. Anche se il Mullah Omar non sembra intenzionato a richiedere cariche governative, è chiaro che il movimento talebano vuole ristrutturare l’ambiente politico afgano in chiave religiosa e ottenere posti di rilievo all’interno dell’amministrazione del paese.   I  vertici talebani non hanno interesse ad ottenere l’immunità o l’esilio, e dunque non si siederanno al tavolo dei negoziati prima di aver ottenuto importanti concessioni sul governo futuro. Non hanno nessuna fretta: possono attendere il momento propizio per ottenere di più.

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