Obama e il futuro stato palestinese

25/10/2010

Da un articolo apparso su The Wall Street Journal il 20 ottobre 2010.

I negoziati diretti fra Israeliani e Palestinesi, priorità dell’amministrazione Obama, sono giunti a un punto morto, e sono destinati a fallire. L’Autorità Palestinese sa bene che i colloqui – che vertono sulla ‘soluzione di due stati per due popoli’ –  non hanno possibilità di successo. Serve allora un piano B: per questo sta circolando l’idea di dichiarare immediatamente lo stato palestinese saltando ‘inutili’negoziati.

Due sono gli scenari possibili.

1)    L’Autorità Palestinese vorrebbe che gli USA riconoscessero lo stato palestinese all’interno delle linee del cessate il fuoco del 1967 (erroneamente chiamate ‘confini’);

2)    l’altra opzione prevede che siano i membri delle Nazioni Unite a riconoscere la ‘Palestina’ all’interno di quelle linee. Perché si realizzi un piano simile gli USA dovrebbero appoggiare l’iniziativa – o almeno non porre il veto.

Questo secondo stratagemma può essere paragonato alla campagna per il riconoscimento dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) come rappresentanza nazionale all’ONU, campagna che nel 1988 fu appoggiata da numerosi membri dell’ONU anche in Europa.  Allora l’OLP voleva sfruttare il riconoscimento per entrare nelle agenzie dell’ONU (dove per entrare occorre essere ‘stati’) e ottenere per vie traverse quello che non riusciva ad ottenere con la forza. Il tentativo dell’OLP fallì perché gli Stati Uniti vi si opposero con decisione.

Ora la situazione è diversa. Presto Obama prenderà atto del fallimento dei colloqui diretti, ma dovrà anche trovare un rimedio per salvare la faccia – potrebbe ad esempio voler infliggere qualche punizione a Israele?

Obama non può certo riconoscere la Palestina tout court, perché scatenerebbe un terremoto politico anche all’interno. È invece probabile che Washington si astenga in una votazione al Consiglio di Sicurezza, anziché opporre il veto. Se così fosse, la risoluzione passerebbe quasi certamente.

Sarebbe un cambiamento incredibile per Israele, che dovrebbe confrontarsi con il nuovo stato palestinese dall’oggi al domani. La legge internazionale prevede che uno stato abbia confini chiari, ma un’eventuale risoluzione non potrebbe che riferirsi alla Palestina come a ‘uno stato all’interno dei confini del ‘67’. Al momento – proprio come nel 1988 – la Palestina non ha confini – a parte quelli della Striscia di Gaza, dove governa Hamas. Inoltre Israele ha sempre dichiarato di non voler ritornare nella situazione pre-1967 insistendo sulla necessità di avere confini sicuri e difendibili – gli insediamenti e la barriera protettiva confermano questa politica.

Equiparare le linee del cessate il fuoco del 1967 a dei confini di stato negherebbe a Israele il diritto di discuterli e concordarli, azzerando le sue pretese a confini sicuri e difendibili. E includere all’interno della Palestina quelle terre che Israele considera proprie minerebbe l’autorità dello stato ebraico e la sicurezza di tutti gli insediamenti al di là della linea del 1967. Metterebbe a rischio anche la possibilità di mantenere Gerusalemme come capitale unica e indivisibile dello stato ebraico.

J. Bolton è un membro dell’American Enterprise Institute, autore di "Surrender Is Not an Option: Defending America at the United Nations and Abroad" (Simon &Schuster, 2007).

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