Scontro di culture
per il denaro d'Europa

25/01/2011

I tedeschi sono più ricchi e più ostinati. I francesi più brillanti e più rapidi.

di Walter Russel Mead. Traduzione a cura di Piera Caporali, 20 novembre 2011

La crisi europea ripercorre sempre il solito ciclo. Le cattive notizie affondano i mercati, accelerando fino a un’ondata di svendite da panico. I leader europei si riuniscono, deliberano ed emergono con quella che chiamano ‘la soluzione’. I mercati saltano di gioia, finché gli investitori leggono i dettagli e scoprono che la soluzione è una bufala e che i problemi rimangono. Allora le brutte notizie si diffondono di nuovo e i mercati affondano. E la cosa si ripete all'infinito.

Questo sembra il nocciolo della strategia dell'Europa per far fronte al maggior pericolo dalla Seconda Guerra Mondiale. Questa settimana vediamo di nuovo al lavoro la ruota. L’ultima soluzione miracolosa – un passaggio di consegne a governi tecnocratici in Italia e Grecia – sembra già obsoleta e logora. Mentre ci sono brutte notizie dalla Spagna e dal Portogallo dove, malgrado le più solenni promesse di intraprendere le più ampie riforme, con la benedizione di Bruxelles, le economie per qualche motive non crescono. Se si aggiungono spiacevoli notizie sul rendimento dei titoli italiani, ecco che l'Europa ha ripreso il lato oscuro del ciclo.

I problemi di fondo rimangono: la Germania e la Francia sono impegnate nella battaglia più dura da quando i panzer sbucarono dalla Foresta delle Ardenne nel 1940. Il denaro è un grosso componente della battaglia. L'argomento di fondo francese è che la Germania deve aiutare a risuscitare il cadavere del sistema bancario francese. Ciechi regolatori europei (riusciti nella non facile impresa di far apparire di salomonica saggezza l’asfittico sistema normativo americano) hanno indotto molte banche ad investire nel debito sovrano – presto da svalutare – dei paesi del ventre molle d’Europa, quali Spagna Italia e Grecia. Così le banche francesi in particolare hanno riempito le stive di titoli che vanno a fondo.

Peggio ancora, l'elite aziendale francese ha deciso, con la consueta eleganza ufficiale, che questo era il momento giusto per investire a lungo temine in Italia e comprare banche, società, azioni e obbligazioni: il più disastroso intervento francese nella penisola dai tempi di Francesco I, che perse la battaglia di Pavia nel 1545.

Ovviamente, sostengono i Francesi, la Germania deve pagare. Con impeccabile logica gallica riescono a dimostrare che, se la Francia è obbligata a sostenere i costi della sua follia, perderà il rating AAA. Il che renderà inutile anche l’uso del Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria, lasciando l'Europa e la Germania esposte in pieno alla violenza della tempesta finanziaria. 

La posizione francese è ora in paziente attesa che gli ottusi vicini teutonici riescano a capire le chiare argomentazioni francesi. A quel punto i tedeschi dovrebbero capitolare e autorizzare la Banca Centrale Europea a stampare masse di denaro, direttamente o indirettamente, i cui proventi andrebbero a salvare il sistema bancario francese e l'élite nazionale – senza dover discutere di cose umilianti come un piano di salvataggio.

Se fosse tutto qui, forse la cosa si potrebbe sistemare. Ma si tratta di potere: si tratta di capire chi comanda in Europa, o piuttosto chi stabilisce le regole che guideranno l'Europa nei decenni a venire.

La Francia è fondamentalmente un paese da villaggio-vacanza con alcune caratteristiche da paese nordico (storicamente frequenti tra Ugonotti ed Ebrei, dalle cui comunità vengono molti leader aziendali di successo). Vuole un sistema economico “politico” per l'Europa, in cui le pressioni politiche possano assicurare il tipo di svalutazione costante dell'Euro che Italia, Spagna, Francia, Grecia e Portogallo usavano per le loro monete nazionali nel buon tempo andato prima dell'arrivo dell'euro. L'unico problema di questo vecchio sistema era che dava troppi vantaggi ai tedeschi, agli olandesi e altri, sotto forma di tassi di interesse inferiori. La Francia vuole appioppare ai tedeschi una moneta latina e regole di gestione latine.

D'altro canto la Germania vuole che i paesi latini vivano con regole nordiche: moneta forte, bilanci in pareggio e chi non ce la fa vada pure a rotoli. In Germania c'è zero, ripeto zero, consenso per la via latina e per lasciare l'euro nelle mani di raffinati politici francesi e italiani. I tedeschi possono accettare tecnocrati vincolati da regole. Ecco perché un tecnocrate italiano segue a un tecnocrate francese a capo della BCE. Ecco però perché i tedeschi sono così ostinati sulle regole della BCE contro i salvataggi e contro acquisti illimitati di obbligazioni sovrane.

Se esiste un modo per colmare il divario tra queste due posizioni, nessuno l’ha ancora trovato. Nessuno ha intenzione di cedere, né si trova un compromesso. Ecco perché i vertici europei finiscono in un nulla di fatto dopo l'altro. Nessuno però vuole il tracollo, così entrambi lavorano insieme per produrre un facsimile di accordo che sembri plausibile, ma che nasconde soltanto in superficie le inconciliabili fratture.

Di chi sarà l'Europa? In passato le nazioni arrivavano alla guerra esattamente su questo tipo di dispute sull’equilibrio di potere. Questa volta il problema si è verificato per la moneta. L'Unione Europea è il tentativo di sviluppare una struttura post-storica che dirima tali controversie senza spargimento di sangue, ma in base al presupposto implicito che non ci siano divergenze veramente  inconciliabili tra gli interessi di Francia e Germania. Infatti non c'erano, finché l’euro non ha racchiuso entrambi i paesi in una moneta unica che deve pur essere gestita da un insieme di regole. La questione è ora se la Francia detterà legge alla Germania, come fece nel periodo Napoleonico e nel 1918, o se la Germania detterà legge alla Francia come fece nel 1870 e nel 1940. I tedeschi sono più ricchi e più ostinati, i Francesi sono più brillanti e veloci. Stiamo a vedere.

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