Il problema di fondo
dell'eurozona

05/12/2011

5 dicembre 2011

Stiamo cercando di trovare soluzioni fiscali e finanziarie alla crisi dell’Euro, ma qualunque soluzione sarà soltanto temporanea. Occorre partire dalla base del problema: dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la riunificazione della Germania, nell’Unione Europea coesistono in un unico mercato e con un’unica politica monetaria (e presto forse anche con un’unica politica fiscale) paesi che per la loro struttura geo-economica hanno interessi e possibilità profondamente diversi.

La Germania unificata è la potenza industriale più forte  d’Europa perché territorio, popolazione, risorse e infrastrutture la rendono tale. I suoi interessi economici sono  collaborare con la Russia e con i paesi dell’Est Europa che  sono grandi mercati per i prodotti industriali tedeschi e per gli investimenti  e la tecnologia tedesche, e offrono in cambio  energia, mano d’opera (di cui la Germania è scarsa) e materie prime.  

Inoltre la Germania ed i paesi del nord Europa hanno interesse al libero mercato con la Cina,   fornitrice a prezzi imbattibili di prodotti  a basso contenuto tecnologico e ad alta intensità di mano d’opera, e grande importatrice di tecnologia e di impianti – dalla Germania.  

I paesi mediterranei per la struttura del territorio e per posizione geografica  sono meno competitive nell’industria, hanno meno infrastrutture, perché costruirle  e mantenerle è molto più costoso in territori montagnosi che nella vasta pianura del nord e centro Europa. Hanno   agricolture meno competitive: le coltivazioni su colline e montagne non rende, se non per piccole culture di nicchia. Hanno costi di trasporto delle merci che sono anche dieci volte quelli  dei paesi della grande pianura europea, tutta percorsa da fiumi e canali navigabili.

Perciò i paesi mediterranei hanno un punto di forza nell’artigianato e nella piccola e media industria,  basata su abilità e inventiva  dei piccoli e medi imprenditori. Questi punti di forza tradizionali dell’economia dei paesi mediterranei hanno perso molto della loro forza da quando l’Unione Europea si è  aperta al libero mercato con la Cina: negli anni 2001-2004  è avvenuta la trasformazione che ha  posto le premesse per la crisi attuale, ed è avvenuta nell’indifferenza generale, con  decisione che è passata inosservata all’opinione pubblica, che non è stata oggetto di dibattito politico, ed è stata attuata da una burocrazia europea tecnica, priva di responsabilità politiche, non dai parlamenti eletti. 

Le economie mediterranee non possono imporre dazi ai prodotti industriali tedeschi, non possono svalutare le proprie monete per aumentare la propria competitività da quando  sono entrate nell’Eurozona, non possono imporre dazi aggiuntivi ai prodotti cinesi che rendono impossibile la sopravvivenza di piccole e medie industrie o di grasso artigianato: non hanno nessuno spazio di manovra, non possono difendersi. In cambio pareva che l’Euro avrebbe reso possibile finanziarsi a basso costo, e si  dava per scontato che la Germania in sede europea avrebbe elargito senza difficoltà contributi a sostegno delle zone povere dell’Unione Europea, cioè proprio di quei paesi che ora sono in difficoltà nel trovare credito e nel  pagare i debiti, i PIIGS.

Ma la Germania  si sente ‘sfruttata’ ed esige che tiriamo la cinghia. Per quanto possano tirare la cinghia, i paesi mediterranei non ce la faranno mai a trovare uno spazio economico positivo  in un mercato unico con la Germania, con la stessa moneta della Germania, e con politiche monetarie e fiscali adatte agli interessi della Germania.

A medio-lungo termine perciò sono possibili soltanto de esiti:

-             la frantumazione dell’eurozona e della stessa Unione Europea;

-             l’integrazione politica, per cui i cittadini dei  paesi del mediterraneo e quelli del nord Europa siano legati indissolubilmente allo stesso destino, ci sia una redistribuzione europea delle risorse comuni, e le politiche fiscali, economiche e monetarie si prendano in modo da contemperare le esigenze di tutti i cittadini  dell’Unione.

La responsabilità maggiore della crisi attuale è dei dirigenti politici e dei tecnici europei che negli anni ’90 hanno  stilato  il trattato di  Maastricht, e che hanno accettato la piena apertura di mercato con la Cina quasi senza gradualità. Per  mancanza di realismo e di spirito pratico  non hanno saputo né vedere né  capire  né difendere gli interessi nazionali dei  paesi  mediterranei, ed hanno creduto che la moneta unica fosse la base su cui costruire l’Europa politica, mentre forse diventerà la bara del progetto europeo.  

Laura Camis de Fonseca

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