L'India fra problemi interni
e ambizioni estere

15/10/2012

Il black-out del 31 luglio 2012, che ha lasciato senza elettricità circa 680 milioni di Indiani, ha messo in luce i gravi problemi del settore energetico indiano, dovuti alla manipolazione dei prezzi da parte del governo, a infrastrutture obsolete, alla corruzione e all’eccessivo peso burocratico. 

Le centrali elettriche indiane sono prevalentemente (56%) alimentate a carbone. Attualmente la capacità produttiva del paese si aggira su 206 gigawatt. Pur avendo il quarto maggiore giacimento di carbone al mondo (286 miliardi di tonnellate!), l’India è costretta a importare il 20% del carbone che usa: corruzione, infrastrutture di trasporto pressoché inesistenti, appalti pilotati, etc. rappresentano impedimenti allo sviluppo del settore. A questo si aggiunge il calmiere imposto dallo stato sui prezzi del carbone e dell’energia, tenuti finora artificialmente bassi (50% in meno rispetto ai prezzi del carbone importato), che scoraggia gli investimenti privati e costringe le aziende pubbliche del settore a lavorare in perdita.

L’aumento della domanda porterà inevitabilmente a un aumento delle importazioni – secondo statistiche ufficiali entro il 2017 l’India importerà 185 milioni di tonnellate rispetto alle 137 attuali.

Il governo ha in mente un piano di riforma per dare nuova linfa al settore energetico.  

In primis vorrebbe privatizzare le aziende di distribuzione dell’energia – finora controllate dalle istituzioni pubbliche – fino al 49%. Ma per attrarre investitori privati occorre ristrutturare i debiti delle aziende, pari a $46 miliardi; per questo il governo centrale ha chiesto ai governi regionali di accollarsi parte del debito, e di lasciare alle aziende la possibilità di aumentare gradualmente i prezzi al consumo. Questa decisione rischia però di favorire le regioni più ricche, le sole capaci di accollarsi un debito così ingente; le regioni più povere, prive dei mezzi economici per ‘tappare il buco’, rischiano di essere tagliate fuori dalle riforme. 

L’interesse dell’India per l’Africa

La costa occidentale dell’India e l’Africa orientale hanno avuto rapporti commerciali molto intensi nella storia. Ancora oggi le industrie indiane considerano l’Africa orientale come un potenziale mercato in cui investire ed esportare i propri prodotti. Gli indiani investono non solo nella produzione di  materie prime, ma anche in altri settori (manifatturiero, agricolo, infrastrutture, servizi finanziari, etc.), approfittando del basso costo della manodopera – inferiore a quella indiana. In alcuni paesi africani – soprattutto quelli che facevano parte dell’Impero Britannico – gli investimenti indiani sono attualmente superiori a quelli cinesi,  e sono più apprezzati - la Cina è infatti spesso accusata di utilizzare gli stessi mezzi delle potenze coloniali. Ecco alcuni esempi:

Kenya - L’India ha investito molto nel paese impegnandosi – così come la Cina – a costruire un’infrastruttura di trasporto moderna che collegherà il paese al resto dell’Africa centrale – in particolare Etiopia e Uganda. Dei $136 milioni investiti in Kenya, l’89% è andato al settore manifatturiero. Il gigante indiano Tata Chemical ha aperto uno stabilimento vicino alla regione del lago Magadi ed esporta carbonato di sodio in tutta l’Africa e all’estero. In Kenya  (paese di 34 milioni di abitanti) vivono circa 100.000 indiani che da soli gestiscono il 75% della vendita al dettaglio. Il Kenya è inoltre un importante centro finanziario nella regione e importa ogni anno circa $1,7 miliardi di prodotti indiani.

UgandaÈ un paese in forte crescita economica dal 2000,  grazie al boom del settore agricolo e agli investimenti esteri nell’industria mineraria – che produce oro, diamanti e coltan, minerale importantissimo per la fabbricazione di prodotti ad alta tecnologia. Gli investimenti sono diretti anche in altri settori – ad esempio nel settore manifatturiero e turistico – perché l’Uganda presenta ottime prospettive di crescita.

MozambicoIl bacino Rovuma contiene grandi quantità di gas naturale (fra 1 e 3 trilioni di metri cubi) ed è per questo di grande interesse per Nuova Delhi. Ora che il settore energetico indiano è in crisi, i giacimenti del Mozambico potrebbero diventare di fondamentale importanza per  rifornire l’India del gas di cui ha bisogno.

Il Sudafricala maggiore economia del continente, ospita la maggiore comunità indiana dell’Africa. Attrae molti investimenti esteri perché dispone di un ampio settore manifatturiero  e di una rete di trasporti efficiente – oltre ad essere ricco di risorse naturali. Oltre il 75% degli investimenti indiani in Sudafrica (pari a $166 milioni) sono andati al settore manifatturiero e turismo. Inoltre le acciaierie Tata producono e raffinano circa 150.000 tonnellate di ferrocromo all’anno, che viene esportato in tutto il mondo – comprese Cina e USA.

Le infrastrutture di trasporto sono capillari e si estendono anche a Nord, in Botswana, paese privo di sbocchi al mare, che potrebbe presto essere considerato interessante da Nuova Delhi per le risorse minerarie (oro e argento), energetiche (carbone) e per il legname.

A cura di Davide Meinero

 

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