Il terrorismo contemporaneo: un'introduzione storica
di Guido Franzinetti

23/06/2008

Il terrorismo può essere visto essenzialmente come una tecnica di azione militare; come tale, essa può essere adottata da tutti gli schieramenti, subendo innumerevoli mutazioni. Per questo motivo, esso ha finito coll’estendersi a dismisura, al punto da essere più uno strumento di confusione concettuale che di chiarificazione analitica. Questo intervento vorrebbe evitare le dispute di natura terminologica: l’espressione “terrorismo” copre un’ampia gamma di accezioni, ed è futile cercare di far rispettare un uso “corretto”. Un obiettivo più realistico è di riuscire a chiarirne l’evoluzione e la sua utilizzabilità attuale.

 

 

Il terrorismo contemporaneo: una introduzione storica

Di Guido Franzinetti

 

Da un punto di visto storico, il fenomeno emerge durante il periodo  napoleonico, ma il suo sviluppo avviene nel corso dei movimenti nazionali del XIX secolo. Nella misura in cui i movimenti nazionali si ponevano al di fuori del sistema di relazioni statuali, i diversi movimenti nazionali tendevano per loro natura ad assumere una dimensione di azione terroristica nei confronti di gruppi sociali e di individui: dall’Irlanda ai territori balcanici dell’Impero ottomano, i movimenti nazionali furono per la maggior parte del tempo indistinguibili da forme di banditismo sociale, e quindi di terrorismo. Non tutti i movimenti nazionali ebbero questa caratteristica, perché molti di essi si affermarono all’interno di una dimensione statuale: questo fu il motivo dell’importanza e dell’affermazione del modello piemontese e prussiano, che difatti  non conobbe forme di terrorismo significative.

In breve, il terrorismo del XIX secolo aveva quindi una dimensione essenzialmente nazionale e sociale. Il culmine di questo processo fu raggiunto da un lato dal terrorismo del movimento nazionale macedone all’inizio del XX secolo, dall’altro dal terrorismo rivoluzionario russo e dal terrorismo anarchico a cavallo dei secoli XIX-XX. Nel corso del periodo interbellico il terrorismo si attenuò (almeno in Europa), rimanendo confinato a momenti specifici di lotta politica (movimenti rivoluzionari e controrivoluzionari all’indomani della Prima Guerra Mondiale) o a  regioni circoscritte (area jugoslava e bulgaro-macedone). S’intende che ad esso fecero ricorso, all’occasione, movimenti radicali di destra e di sinistra.

Nel corso della Guerra Fredda il terrorismo viene da un lato congelato dai due stati egemoni dai due blocchi, in quanto strumento troppo pericoloso nei rapporti internazionali, dall’altro ravvivato quale strumento di azione nascosta. D’altronde i movimenti nazionali più svariati, soprattutto nel mondo coloniale e postcoloniale, fecero ampio ricorso a strumenti di azione terroristica. Una tappa di questo processo fu segnata dalla guerra d’Algeria, che sembrò dimostrare l’apparente capacità di un movimento di “liberazione nazionale” di battere una potenza europea come la Francia, anche quando essa si era dimostrata decisa a non voler cedere facilmente.

In realtà questa lettura della vicenda algerina era fortemente idealizzata (soprattutto, ma non solo, nella sinistra europea), e conteneva al suo interno fortissime ambiguità e distorsioni, i cui effetti sono stati preservati e amplificati dal  film di Gillo Pontecorvo, La Battaglia di Algeri (1966 ca). Il “modello algerino” di liberazione nazionale terrorismo (a seconda dei punti di vista) ebbe un impatto in  tutto il mondo, dall’America latina, all’Africa e all’Asia. La vicenda della guerra del Vietnam sembrava confermare la validità del paradigma algerino.

Parallelamente, la ripresa di movimenti nazionalisti secessionisti in Europa occidentale (p.es. Irlanda del Nord e Paesi Baschi) fu segnata dalla ripresa di azioni terroristiche. A questi movimenti, che ebbero un’efficacia militare di medio livello, si affiancarono movimenti terroristici radicali di destra e di sinistra, con una efficacia militare di basso livello. Almeno sino alla fine degli anni Settanta i diversi movimenti terroristici godevano delle simpatia di ampi settori delle sinistre europee, anche se queste simpatie rimanevano in genere ad un livello teorico.

Un caso a parte era costituito invece dal terrorismo di matrice palestinese, che era sempre esistito, ma nell’ambito delle azioni promosse da stati arabi, in funzione anti-israeliana. Dopo la Guerra dei Sei giorni (1967), e soprattutto dopo la battaglia tra le forze giordane e i gruppi palestinesi (1970), il terrorismo di matrice palestinese si affermò come forza autonoma (per quanto legata a diverso titolo a stati arabi). L’azione terroristica palestinese alle Olimpiadi di Monaco segnò una svolta in questo ambito. Tutti gli scontri tra lo Stato di Israele e i gruppi terroristici palestinesi costituivano già una “guerra asimmetrica”, anche se l’espressione è stata riscoperta solo in anni recenti in Europa e negli USA.

La fine della Guerra Fredda avrebbe potuto segnare una svolta decisiva nella diffusione del terrorismo. Da un certo punto di vista era diminuita la necessità di  azioni segrete da parte delle super potenze, e quindi anche l’inclinazione a tollerare e alimentare gruppi terroristici contro l’altro blocco. Dall’altra parte però la fine della Guerra Fredda restituiva una notevole libertà d’azione a diversi attori regionali, che potevano ritrovare utile usare gruppi terroristici per agire per interposta persona  senza timore di rappresaglia da parte dello stato colpito. In ogni caso, la fine della Guerra Fredda ridava (o accresceva) la libertà d’azione ad attori e potenze regionali, soprattutto nell’area dell’Asia occidentale (compresa tra l’Iran il Pakistan e l’Afghanistan). Non è quindi sorprendente che nel decennio seguito alla fine della Guerra Fredda (e della Guerra del Kuwait) siano riemersi conflitti militari (con ampio ricorso a strumenti di azione terroristiche) nel Corno d’Africa, in India e in Pakistan, e ovviamente in Afghanistan.

Il 2001 fu segnato dagli attentati di New York e di Washington D.C. e dall’intervento occidentale in Afghanistan. Esso ha segnato una svolta per diversi  ordini di motivi. Il primo è l’affermazione non della “guerra asimmetrica” (che è sempre esistita) bensì della simmetricità del mondo moderno. I terroristi macedoni dell’inizio del XX secolo potevano certo rapire e uccidere un diplomatico occidentale, ma non potevano colpire una capitale europea. I terroristi palestinesi potevano certo colpire civili all’aereporto di Fiumicino, ma non a Washington. Nel mondo d’oggi, a causa di mutamenti tecnologici e sociali emersi all’inizio degli anni 90 del XX secolo i terroristi possono invece colpire New York e Washington. Questa è una svolta irreversibile, anche se improbabile che si ripetano attentati in territorio statunitense. Le conseguenze si faranno sentire nell’opinione pubblica americana per due generazioni.

Ci sono altri due sviluppi distinti (ma collegati) nelle azioni del terrorismo internazionale. La prima è la dimostrazione dell’efficacia delle missioni suicide. Gli attentati di Madrid (2003) furono meno efficaci dei precedenti (e di quelli di Londra) proprio perché non furono azioni suicide: rimasero tracce, e alcuni individui furono rintracciati e arrestati. Da un punto di vista militare questo è un grave difetto. Un’azione  suicida  è  invece  perfettamente  “pulita”:  non  lascia  tracce,  non ci sono uomini esposti all’arresto. L’Europa contemporanea non è ancora in grado di fare fronte alle conseguenze operative di questo tipo di attacchi.

Il secondo sviluppo è quello del “terrorismo umanitario”. Esso agisce in profondità, eliminando e intimidendo le organizzazioni umanitarie straniere, conseguendo il monopolio della distribuzione delle risorse. I benefici di questa tattica sono evidenti e immediati, e sono probabilmente all’origine del ripensamento delle strategie della NATO in Afghanistan. Questa tattica è già stata utilizzata con successo da Hamas nei territori palestinesi, dai Fratelli Mussulmani in diversi paesi arabi, dai Taleban in Afghanistan. Quest’ultima modalità è forse la prospettiva del futuro 

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