Perché le monarchie mediorientali sopravvivono

01/07/2013

Da un articolo di Robert D. Kaplan per Stratfor

In un’epoca di grandi tumulti fra le masse musulmane che desiderano la democrazia, i paesi retti da monarchie dinastiche sono gli unici a non aver visto rivoluzioni e guerre civili negli ultimi dieci anni. Il re del Marocco Mohammed VI, il re dell’Arabia Saudita Abdullah, il re di Giordania Abdullah II, il sultano dell’Oman Qaboos bin Said e i vari sceicchi dei Paesi del Golfo sono certamente più inquieti di qualche anno fa ma, paragonati agli altri governanti della regione, si possono definire illuminati e machiavellici, nell’accezione positiva del termine.

In primo luogo questi sovrani si identificano con i loro stati, cosa che non riesce né ai militari né ai despoti dalle maniere forti. La Tunisia, culla della civiltà fin dai tempi di Cartagine, non si identificava Ben Ali. L’Egitto, patria di una millenaria civiltà fluviale, non perde il filo della propria storia nazionale perdendo Mubarak. Altri despoti governavano stati artificiali, altrimenti inesistenti: la Libia è soltanto una vaga espressione geografica, tenuta insieme dalla tirannia di Gheddafi. Anche la Siria e l’Iraq sono stati artificiali i cui dittatori, al-Assad e Hussein, avevano stabilito regimi minoritari e settari, di discussa legittimità. In sostanza i leader non si identificavano sufficientemente con i loro stati, oppure lo stato stesso non esisteva.

Tra questi despoti e le monarchie arabe c’è un abisso. In termini di identità, i monarchi e i loro stati sono inscindibili. La dinastia alawide in Marocco è salita al potere con Mulay al-Rashid nella seconda metà del 17esimo secolo – prima che nascessero gli Stati Uniti, fondando lo stato marocchino. L’Arabia Saudita, come dice il nome, è il regno dei Sauditi: senza i Sauditi, lo stato non esisterebbe. La Giordania, prevalentemente desertica e abitata da una popolazione frammentata, tra tribù del deserto e palestinesi inurbati, è tenuta insieme dalla forza unificatrice del monarca, che appartiene alla dinastia hascemita, discendente diretta del profeta Maometto. È stata la dinastia hascemita a fondare il nuovo stato giordano nel 1946. In Oman, il sultano ha plasmato lo stato combinando l’entroterra desertico e la costa cosmopolita dell’Oceano Indiano. Quanto agli sceiccati del Golfo, sono stati creati dagli Inglesi, e la loro forza deriva dal fatto di essere scarsamente popolati e ricchi di petrolio. Soltanto la famiglia reale del Bahrein sta vivendo un periodo difficile, a causa della divisione sciiti-sunniti che affligge anche l’Iraq.

Grazie alla loro legittimazione di lunga data, le famiglie reali del mondo arabo non sono state costrette a ricorrere a metodi brutali per governare – al contrario dei Gheddafi, degli al-Assad e degli Hussein. Se paragonati agli altri governanti della regione, i monarchi arabi sono molto moderati e per questo sono accettati – talora venerati – dalle loro popolazioni. Inoltre sono già ricchi in proprio, per eredità, e non hanno bisogno di essere corrotti. I reali arabi sono i “ricchi da sempre”: anche questo aspetto li ha resi più accettabili agli occhi delle masse. 

C’è di più. Proprio perché i monarchi arabi sono lo stato – compresi tutti i rituali e le pomposità – spesso delegano l’ordinaria amministrazione ai ministri, che vengono poi comodamente accusati quando qualcosa va storto. Chi dice che nel mondo arabo non esiste la separazione dei poteri? Alcuni monarchi arabi l’utilizzano sempre, a proprio vantaggio. I re di Giordania hanno più di una volta licenziato i primi ministri quando l’economia andava male. Invece i Gheddafi e i Mubarak, privi di legittimazione ereditaria, gestori di un potere assoluto per tutelarsi dai colpi di stato, erano visti come personalmente responsabili di tutto, anche quando le cose andavano male.

Infine, nessuno vuole essere l’ultimo della propria dinastia. Quindi i regnanti arabi, scaltri e talvolta spietati, sono però mossi anche dal desiderio di regnare bene, perché è questo che, alla fine, garantisce la longevità del potere. Quando si pensa ai leader arabi e alle loro caratteristiche storiche – in senso politico generale – a chi si pensa? A Mohammed VI, Abdullah II, ai Sultani Qaboos. Ecco il segreto del vero principe, come diceva Machiavelli: combinare crudeltà e virtù. 

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