La paura, la violenza e la fede
nel valore salvifico del sangue

17/07/2013

Ogni evento anomalo suscita paura, soprattutto se non sappiamo spiegarcene la causa o ragione. La paura è uno stato di tensione che dapprima paralizza l’azione, poi porta a reazioni aggressive. L’aumento dell’aggressività fra i membri del gruppo crea uno stato di crisi:

-          Diminuisce il livello di collaborazione

-          Aumenta la frequenza e la gravità degli scoppi di violenza fra i membri del gruppo

Gli eventi anomali che scatenano la crisi possono essere:

-          calamità naturali come fulmini incendiari, siccità, diluvi, terremoti, eruzioni vulcaniche

-          o grandi epidemie, come la peste nel Medioevo

-          o calamità sociali: faide assassine fra famiglie, stupri, pazzia, rapine

La violenza interna, la guerra civile, è di tutte le calamità la più distruttiva, la più pericolosa, di più lunga durata. Lascia odio e desiderio di vendetta per generazioni. Si pensi alla ex Jugoslavia o all’Iraq e all’Afghanistan, dove la guerra civile è esplosa appena eliminata la dittatura, facendo molti più morti della guerra con l’esterno. Il compito primario dei capi della comunità e delle élite al potere è sempre frenare la violenza interna, impedirle di crescere e distruggere il gruppo. Ma in condizioni di grande paura controllare le reazioni violente è molto difficile. Come calmare la paura, rassicurare la comunità e frenare la violenza?  Occorrono due azioni:

-          spiegare la ragione o causa dell’evento

-          indicare il modo per provi rimedio

Nel collaborare insieme a porre rimedio alle conseguenze di un male che ci ha colpiti insieme ritroviamo la coesione del gruppo, e calmiamo l’ansia. Finalmente sappiamo che cosa fare, riacquistiamo il controllo sugli eventi.

Che spiegazione diedero i capi delle società antiche alle calamità naturali, alle epidemie, all’impazzimento e ai crimini? Attribuirono questi eventi all’intervento di forze soprannaturali – divinizzandole – e si fecero indovini o sacerdoti, capaci di intercettare e capire i messaggi degli esseri soprannaturali e di trasferirli alla comunità umana.

Nella mitologia giapponese, Namazu è un enorme pesce gatto in grado di dare origine ai terremoti. Namzu vive nel fango, al di sotto della terra. Il dio Kashima lo sorveglia e ne limita i movimenti con una pietra. Quando Kashima lascia il suo posto di guardia, Namazu si agita provocando violenti terremoti.

Per i Greci e i Romani Zeus/Giove era “radunatore di nuvole”, padrone dei fulmini e del fuoco. La sua ira accendeva i vulcani, incendiava i villaggi e provocava inondazioni.

Ma attribuire una causa soprannaturale a eventi anomali che ci fanno paura non basta a superare la crisi: occorre individuare la soluzione. Questa è la funzione di chi si fa interprete o mediatore fra la società e le forze soprannaturali, e per questo esercita autorità sul gruppo. Il primo e più antico “rimedio” sociale per placare le forze soprannaturali è l’offerta di sangue, di vita: il sacrificio.

Il monsone in Asia porta doni e pertanto al suo arrivo è festeggiato con feste gioiose e colorate, ma allo stesso tempo può provocare disastri e pertanto si eseguono anche sacrifici propiziatori.

I riti sacri di tutte le società ribadiscono in mille forme diverse la credenza nel valore redentivo, espiatorio, del sangue, che è principio ed essenza di vita. Se nella vita dell’universo c’è un disequilibrio, un disordine, un cataclisma, nelle tradizioni umane occorre spargere sangue per ripristinare l’ordine che garantisce la vita. Il sacerdote compie riti sacri spargendo sangue: lui solo sa spargere sangue in modo gradito al dio.

La credenza delle società umane nel valore vitale e redentivo del sangue si rileva ad esempio nei sacrifici umani Aztechi al dio sole e al dio della pioggia, in cima a grandi altari piramidali.

Al dio del sole gli Aztechi sacrificavano giovani adulti bellissimi, al dio della pioggia i neonati che piangevano troppo. Il sangue dei neonati dava vita alla natura favorendo la caduta della pioggia. «Ed essi prendono i loro figli per ucciderli e sacrificarli ai loro idoli» (Hernàn Cortès, Lettere).

Per gli Hindu la dea Kali, dea della fertilità e della distruzione al tempo stesso, richiede costantemente sangue. Dal 1835 i sacrifici umani in India sono sostituiti da sacrifici animali. Anche oggi in molte culture rimane l’uso di sacrifici animali per celebrare la rinnovata fertilità della terra. Continua la credenza che il sangue che placa l’ira degli dei e della natura riporti la fertilità animale e vegetale e porti la pace alla società.

I giovani zulù per il loro rito di iniziazione uccidono a mani nude un toro, poi cospargono il suo sangue sul corpo del re, che ne ricava la forza per proteggere il popolo.

Nel Medioevo si credeva che l’eroe che avesse trovato il Graal, la coppa che aveva contenuto il sangue di Cristo, avrebbe riportato alla vita i deserti.

Nell’Eucarestia si ripete simbolicamente il sacrificio di sangue che, per volere divino, dona simbolicamente la vita eterna ai fedeli.

Può un sacrificio di sangue placare le forze della natura e l’ira degli dei? Noi sappiamo che non può. Però i sacrifici di sangue nelle società umane possono placare l’ira, la paura, la violenza interna, rivolgendole verso un “portatore di colpa” o capro espiatorio contro cui si può agire. Agire tutti insieme contro il presunto colpevole calma la paura, fa sentire forti e uniti. Chi ottiene o detiene il potere politico o religioso lo sa.

Lo sanno anche i popoli, ogni popolo serba la memoria della propria origine in un mito fondatore, costantemente rivissuto nei riti collettivi. Il mito fondatore è sempre un grave episodio di spargimento di sangue fraterno, che coincide con un episodio di salvezza per mezzo dell’intervento di forze soprannaturali. 

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