Il riarmo giapponese
e le questioni morali irrisolte

17/12/2013

Forse non tutti sanno che il Giappone dispone all’incirca del quadruplo delle navi da guerra della Marina Inglese. Essendo un’isola, è logico che il Giappone punti sulla forza navale e aerea – ma ha anche più carri armati della Germania. Ha forze speciali, sottomarini a propulsione diesel-elettrica e nuovi veicoli militari anfibi, che sta sviluppando con l’aiuto dei marines americani. 

La Costituzione giapponese vieta di usare l’esercito per scopi che non siano puramente difensivi, ma la Costituzione potrebbe essere modificata.

Perché questo grande riarmo del Giappone? Fanno paura le armi nucleari e i programmi missilistici della Corea del Nord, ma preoccupano soprattutto le rivendicazioni della Cina nel Mar Cinese Orientale, dove i due paesi si disputano il controllo sulle isole Senkaku/Diao Yu. Queste isole sono amministrate dal Giappone fin dal 1972, ma la questione della sovranità territoriale non è mai stata discussa. Pechino considera queste isole all’interno delle proprie acque territoriali (mappa a lato), e ora chiede agli aerei che transitano su quel tratto di mare di identificarsi e fornire informazioni ai controllori cinesi del traffico aereo. Il Giappone risponde inviando navi e aerei militari nello spazio che la Cina rivendica, perciò il rischio di scontri e incidenti nelle acque e nei cieli cresce ogni giorno. Ma la disputa tra i due paesi − che sono la seconda e terza economia del mondo − nasce da qualchecosa di ben più importante: la Cina sta diventando una grande potenza, e il Giappone teme per il proprio futuro. 

Dagli scontri in epoca medievale per la penisola coreana fino alle atrocità commesse durante la Seconda Guerra Mondiale, i rapporti tra Cina e Giappone sono sempre stati travagliati. Oggi la potenza cinese incombe sul Giappone in tutte le sue forme – demografica, economica e militare – come un possibile pericolo esistenziale. Perciò i decenni di pacifismo giapponese sono finiti: i Liberaldemocratici al governo hanno proclamato una dottrina di “pacifismo attivo”, che equivale a una dichiarazione di abbandono del pacifismo e della smilitarizzazione, checché ne dica la Costituzione.

Il risveglio militare del Giappone si inserisce in un trend regionale. Anche gli altri paesi dell’Asia Orientale sono pronti a difendere il benessere e la sicurezza conquistati negli ultimi cinquant’anni di indipendenza e di industrializzazione. L’Asia non ha un’alleanza stabile come la NATO fra le diverse nazioni e l’ASEAN è ben lontana dal poter diventare un’alleanza difensiva.

Inoltre gli stati asiatici incominciano a dubitare della presenza militare americana, che per decenni ha assicurato la pace. L’ascesa militare della Cina, fin da metà anni ’90, e il distrarsi degli Stati Uniti in altre regioni, hanno intaccato l’egemonia americana sui mari e nei cieli dell’Asia. Secondo alcuni analisti già nel 2030 la Cina potrebbe diventare la maggior potenza navale della storia. Mentre gli Stati Uniti dispiegano − e quindi disperdono − la loro forza aerea e marittima in tutto il mondo, la Cina può concentrare le forze nel Pacifico e, in misura minore, nell’Oceano Indiano.

Gli Stati Uniti vogliono controllare l’ascesa militare della Cina per evitare che sconvolga gli equilibri di sicurezza dell’Asia. Il riarmo giapponese risponde a questa necessità. Ma il riarmo giapponese terrorizza gli altri popoli asiatici, specialmente i vicini Sudcoreani, anch’essi alleati degli Stati Uniti. I Coreani non hanno scordato le crudeltà compiute dai Giapponesi durante l’occupazione, dal 1910 al 1945. A causa delle atrocità commesse dal regime militare razzista che governò il Giappone in tempo di guerra, il nazionalismo giapponese è ancora visto come pericoloso e moralmente riprovevole in tutti i paesi vicini. Al contrario dei Tedeschi, i Giapponesi non hanno mai realmente ripudiato il loro comportamento durante la Seconda Guerra Mondiale. Gli Stati Uniti si trovano nella scomoda posizione di incoraggiare l’ascesa militare di un paese che – sebbene democratico – agli occhi di molti si comporta in modo immorale.

Vent’anni fa Ian Buruma analizzò la questione in “Il prezzo della colpa. Germania e Giappone: il passato che non passa”. Secondo Buruma i Giapponesi non hanno preso coscienza dei crimini commessi dal loro governo e dal loro esercito negli anni ’30 e ’40. In Giappone si è parlato poco di episodi spaventosi come la Marcia della morte di Bataan, il saccheggio di Manila e i massacri a Singapore. La narrazione giapponese dei crimini di guerra commessi ai danni dei civili cinesi dalle truppe giapponesi a Nanchino e in Manciuria è venata di giustificazioni nazionaliste. I capi di stato e lo stesso imperatore si recano costantemente al santuario Yasukuni di Tokio, dedicato alle anime dei Giapponesi morti in guerra, compresi i criminali di guerra che massacrarono civili e torturarono prigionieri. Scrive Buruma: “Il fatto curioso è che gran parte di quanto piaceva ai Giapponesi della Germania prima della guerra – l’autoritarismo prussiano, il nazionalismo romantico, il razzismo pseudo-scientifico – è rimasto in Giappone, mentre è assolutamente scomparso in Germania”. Anche se dopo la guerra molti Giapponesi hanno rifiutato queste idee, la narrativa nazionale è ancora improntata all’orgoglio.

Una delle ragioni per cui il Giappone è riuscito a nascondere la polvere sotto il tappeto è che i crimini giapponesi non hanno raggiunto lo stesso infernale livello di quelli tedeschi. Il Giappone non ha avuto Auschwitz. Anche se razzisti e brutali, i leader giapponesi non hanno organizzato minuziosamente ed eseguito su larga scala l’eliminazione di un popolo intero, come i nazisti fecero con gli Ebrei. I tribunali per crimini di guerra di Tokyo furono esattamente questo: tribunali per giudicare criminali di guerra, non processi contro i pianificatori di un genocidio di cui avevano il controllo assoluto.

Un altro motivo della mancata presa di coscienza delle proprie colpe da parte dei Giapponesi è la prevalenza della visione di se stessi come vittime delle bombe atomiche americane. Il ricordo delle bombe atomiche ha quasi cancellato la consapevolezza di essere stati anche aggressori e criminali efferati. Ma gli altri Asiatici rimasero terrorizzati per decenni dall’invasione giapponese. L’atteggiamento privo di rimorsi del Giappone costituisce un dilemma morale e un problema strategico per gli Stati Uniti: come fare in modo che i Giapponesi facciano i conti con il loro passato? Come neutralizzare le resistenze regionali alla re-militarizzazione del Giappone, necessaria per controbilanciare la potenza cinese?

La paura della Cina sta avvicinando gli interessi del Giappone a quelli dei paesi che un tempo aveva conquistato e terrorizzato. Forse a far perdonare i crimini dell’esercito giapponese – o perlomeno a metterci una pietra sopra – potrebbe essere la necessità. 

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