Estremo Oriente, cuore del globo,
in crescente subbuglio

29/05/2014

L’assetto geopolitico dell’Estremo Oriente sta cambiando. In pochi giorni alcuni eventi hanno richiamato l’attenzione su cambiamenti strategici rapidi e preoccupanti, in una regione cui siamo abituati a interessarci soltanto per la straordinaria crescita economica. L’ennesimo attentato uiguro in Cina, lo scambio di artiglieria tra le due Coree lungo il confine marittimo conteso e il colpo di stato in Tailandia hanno portato allo scoperto le tensioni che covano nella regione. Tutto ciò segue a ruota la firma dell’accordo tra Russia e Cina per la fornitura di gas e gli incidenti tra Cina e Vietnam nel Mar Cinese meridionale. Anche se le cause e gli scenari sono diversi, ognuno di questi eventi costituisce la tessera di un mosaico che mostra già a grandi linee il prossimo futuro della regione più popolosa e ricca del pianeta.

Al resto del mondo pare che questa conflittualità venga fuori dal nulla e che possa scomparire all’improvviso, come se niente fosse. Gli scambi di artiglieria nella zona demilitarizzata lungo l’estensione marittima della Linea di Demarcazione Militare che divide le due Coree sono ormai una routine. Ma non si deve commettere l’errore di sottovalutarli o darli per scontati.

In Cina gli attentati uiguri dell’ultimo anno evidenziano un crescente problema di sicurezza, cui Pechino deve far fronte proprio mentre promuove lo sviluppo economico della regione a maggioranza uigura, in cui i militanti separatisti e islamici mantengono legami con i jihadisti dell’Asia centrale e meridionale. Il dato preoccupante risiede proprio nelle reti internazionali che hanno permesso agli Uiguri di organizzare attacchi con nuovi metodi e anche al di fuori della loro regione.

In Tailandia i colpi di stato sono frequenti e sono divenuti quasi uno strumento − non previsto dalla legge, ma ritenuto accettabile dal punto di vista culturale − per imporre la stabilità quando le lotte regionali per il controllo di un governo fortemente centralizzato minacciano di paralizzare il paese. L’intervento dell’esercito è stato accolto con sollievo da molti Tailandesi che si sono stancati di sei mesi di manifestazioni e malfunzionamento del governo. Anche se l’esercito riuscirà a negoziare una tregua, questo colpo di stato, come quello del 2006, non farà che acuire le divisioni già esistenti nel paese. L'instabilità sta diventando davvero pericolosa perché le diverse fazioni politiche la vedono come un'opportunità per consolidare il loro potere istituzionale.

Al centro di tutti questi sommovimenti c’è la Cina, il gigante della regione. Come altri paesi dell’Estremo Oriente che prima di lei hanno conosciuto il miracolo economico, ora la Cina vive forti tensioni socio-economiche. Il fatto che sia diventata una superpotenza ha provocato la reazione del Giappone che, dopo anni di esitazioni, è uscito con decisione dall’isolamento per mettere in discussione lo status quo. Mentre il Giappone riafferma la propria posizione privilegiata mostrando più decisione dal punto di vista militare e cercando di rafforzare il rapporto con gli Stati Uniti, la Cina sente di dover accelerare le sue mosse, poiché teme di essere intrappolata dalle stesse potenze ostili che hanno seminato il caos nella regione negli ultimi due secoli.

Intanto la Russia mostra un rinnovato interesse per l'area del Pacifico. Mosca vuole stabilizzare, diversificare e modernizzare la sua economia, aumentare le esportazioni di energia e attirare i ricchi investitori asiatici. Tuttavia la strategia di Putin è improntata alla neutralità. Il Presidente russo ha cercato legami economici più stretti con il Giappone – uno dei principali destinatari delle sue esportazioni e un fondamentale contrappeso alla Cina – ma anche con la Corea del Nord, cui ha cancellato i debiti e ha promesso di implementare collegamenti logistici. Putin è attivo anche in Vietnam e Indonesia, dove cerca di vendere armi, esportare energia o intraprendere attività industriali.

Anche gli Stati Uniti sono tornati a prestare particolare attenzione alla regione, puntando nuovamente su rapporti commerciali, investimenti e accordi in materia di sicurezza, da sfruttare in caso di negoziazioni con la Cina circa il futuro ordine internazionale.

Non sorprende che gli spazi tra le grandi potenze ospitino tensioni crescenti. Ogni grande potenza vuole impedire alle altre di controllare le vie marittime e aeree e le zone strategiche, perciò accresce le spese militari e accelera la modernizzazione dell'esercito. Tutte sperano di consolidare la loro posizione nell'economia asiatica, che è in piena espansione.

Il multipolarismo e la mancanza di regole universalmente riconosciute hanno indotto le potenze dell’Estremo Oriente a pensare di darsi nuovi strumenti che favoriscano la stabilità del continente.

I Cinesi hanno elaborato la nozione onnicomprensiva di “sicurezza asiatica”, i Giapponesi prendono iniziative per legare gli stati del Sudest asiatico tra di loro e agli Stati Uniti, e vedono gli Stati Uniti come il cardine della sicurezza della regione. Molti cercano di perseguire una maggiore stabilità attraverso iniziative in ambiti più ridotti, come l’adozione di un Codice di Condotta che regoli le controversie nel Mare Cinese meridionale o la promozione di patti commerciali regionali. Ma i diversi interessi nazionali impediscono a queste misure di avere il carattere vincolante necessario per assicurare una vera stabilità. Ne risulta una mancanza di chiarezza e un’instabilità ancora maggiore.

Lo straordinario dinamismo della regione può essere pericoloso, perché ogni potenza agisce in base alle proprie convinzioni circa le possibilità e le intenzioni dei potenziali avversari. Queste valutazioni possono essere straordinariamente fallaci quando tutti cercano di dare un'impressione di forza e determinazione per evitare sconfinamenti altrui. I pericoli interni in Cina vanno di pari passo con il rischio di ostacoli crescenti da parte delle altre potenze del Pacifico. L’instabilità interna potrebbe indurre la Cina a mosse esterne più aggressive per migliorare la situazione strategica dove ne ha possibilità, ovvero nei mari confinanti, dove gli avversari sono relativamente disorganizzati.

Il conflitto coreano continua a essere piuttosto incerto: potrebbe sfociare in guerra aperta in qualunque momento. Tailandia, Malesia, Indonesia e Filippine stanno pagando il prezzo delle crescenti divisioni interne. Questa tendenza alla frammentazione e al disaccordo riduce le speranze giapponesi e americane di creare un gruppo coerente di stati del Sudest asiatico, in grado di contribuire al contenimento della Cina.

   

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