Robert Kaplan lancia l’allarme per la Moldavia
in un reportage per Strategic Forecasting

13/07/2014

Durante un recente incontro a Bucarest il consigliere per la sicurezza nazionale Iulian Fota mi ha detto: “L’Articolo 5 della NATO offre poca protezione contro la Russia di Putin. L’articolo 5 protegge la Romania e gli altri paesi europei da un’invasione militare, ma non offre alcuna protezione da azioni di tipo eversivo” come operazioni di intelligence, gestione di reti criminali, acquisizione di banche e altri beni strategici, uso dei media per influenzare l’opinione pubblica. E non offre protezione alcuna dalla dipendenza energetica dalla Russia. Come ha sottolineato il presidente Traian Basescu, la Romania è un’isola energetica felice circondata dall’impero Gazprom. Scorrendo il dito sulla mappa, il Presidente mi ha fatto notare che Bulgaria e Ungheria sono quasi completamente dipendenti dal gas naturale russo, mentre la Romania, grazie alle riserve di idrocarburi, dispone di un certo grado di indipendenza.

Secondo Basescu Gazprom è oggi una minaccia peggiore desercito russo. Fota ha aggiunto che “Putin non è un appartchik , è un ex ufficiale dei servizi segreti”, per indicare che usa metodi subdoli. La Russia di Putin non utilizza strumenti convenzionali per espandersi negli ex paesi satelliti, ma mira a conquistare cuori e menti. “Putin sa che il punto debole URSS è stato t’assenza di soft power”, per questo ora cerca di costruirsi alleanze lavorando all’interno dei paesi. Ora […] che l’Ucraina è passata in secondo piano rispetto ai problemi mediorientali, dovremmo stare più in guardia. La Russia preferisce avere a che fare con democrazie deboli che con dittature feroci. Josip Broz Tito, autocrate comunista spietato, tenne i Sovietici fuori dal paese durante la Guerra Fredda. Ma un paese debole come la Moldavia, seppur democratica, è un facile e appetitoso boccone per la Russia, che può usare le sue enormi riserve  finanziare per corrompere i politici locali .

Mi sono poi recato a Iasi, sul confine nordorientale, dove ho incontrato il presidente del consiglio comunale Cristian Mihai Adomnitei. Abbiamo ricordato il piccolo gruppo di cospiratori bolscevichi che nel novembre 1917 riuscì a prendere grandi città come Mosca e San Pietroburgo. “Putin è erede di questa tradizione, nel suo cuore è un bolscevico, e sa di poter conquistare grandi territori senza un grande esercito” mi dice Adomnitei. Poi mi ha accompagnato nel teatro cittadino, costruito nel XIX secolo, un gioiellino adornato di foglie dorate in stile Barocco e Rococò, che doveva ospitare la Traviata pochi giorni più tardi. Quando siamo rimasti soli nel teatro vuoto, Admonitei mi ha detto “Questa è l’Europa, qui abbiamo storia e cultura, valori artistici e presto forse anche politici. Qui si trova il confine dell’Impero Asburgico, e abbiamo bisogno che voi ci difendiate.”

Dopo aver attraversato il fiume Prut sono arrivato in Moldavia – nella storica Bessarabia, controllata alternativamente da Russia e Romania nel corso dei secoli. Soltanto dopo la caduta dell’URSS questo territorio ha ottenuto l’indipendenza. La qualità delle strade è decisamente peggiore, le case sono incrostate di ruggine e piene di ferri che spuntano da muri privi di calcinacci – come la Romania di alcuni anni fa. Ho immediatamente notato che le case lungo la strada sono connesse a gasdotti provenienti dalla Siberia, quindi dipendono dall’energia russa. Uomini con cappelli impolverati e donne col foulard ci passavano accanto su carretti di legno. Nel primo paese attraversato, Ungheni, marciapiedi e parco erano infestati dalle erbacce.

A 25 anni circa dalla caduta dell’URSS, l’eredità sovietica sopravvive non soltanto sotto forma di sottosviluppo ma anche di corruzione endemica – argomento così pericoloso in Moldavia, che si preferisce parlare soltanto della questione della nazionalità. Nel corso di un’intervista il Primo Ministro ha spiegato che la questione dell’identità nazionale moldava è alquanto controversa per la presenza di diverse etnie: Russi, Ucraini, Bulgari, Turchi, per non parlare di una consistente minoranza romena che ha sempre utilizzato il cirillico per leggere e scrivere.

Ho avuto modo di visitare Balti, nella Moldavia settentrionale, città costellata di palazzi di epoca sovietica simili a denti gialli. Un politico locale, Cecilia Graur, mi ha confessato che “tutti hanno paura. Quanto accaduto nell’Ucraina orientale potrebbe accadere qui. Sappiamo che è così per via delle nostre divisioni politiche, etniche e linguistiche. La gente ne parla costantemente”. Un diplomatico occidentale mi ha detto che Balti, sostanzialmente filo-russa, potrebbe diventare la nuova Donetsk moldava. La Graur, filoeuropea, parlava romeno mentre Alexander Nesterovskii, un altro politico che ho incontrato a Balti, era filorusso e parlava solo russo. Nesterovskii mi ha detto che l’unica scelta razionale era schierarsi con Putin: “La gente non può permettersi di perdere il gas russo o di rinunciare alle importazioni di prodotti agricoli dalla Russia”. La parola comunismo, svuotata di significato, indica ormai una condizione di sudditanza rispetto alla Russia.

Comrat, nella Moldavia meridionale, ospita invece i turchi Gaugazi, cristiani ortodossi di lingua russa, una sorta di quinta colonna che può essere strumentalizzata da Putin per destabilizzare il paese. Vitaloy Kyurkchu, un politico gaugazo locale, mi ha raccontato che fra i Gaugazi – circa 160.000 in Moldavia e 40.000 al confine con l’Ucraina – sono in corso discussioni sulla creazione di una “grande Gaugazia” in caso di indebolimento o addirittura disintegrazione di Moldavia e Ucraina. È una forma di irredentismo pericoloso: i Gaugazi stessi non hanno ben chiara l’origine della loro identità, così complessa che persino Charles King di Georgetown, uno dei più grandi esperti in materia, ha descritto la loro nazionalità come un “elemento piuttosto negoziabile”.

E c’è il problema della Transnistria, una striscia di territorio a est del fiume Dniester che, pur facendo ufficialmente parte della Moldavia, si è separata dalla Moldavia dopo una breve guerra all’inizio del 1990. In Transnistria staziona un gran contingente di soldati russi pronti intervenire. La Transnistria è proprio l’esempio di ambiente ambiguo, con ogni sorta di traffico illegale, di cui Putin vorrebbe la diffusione anche nell’est dell’Ucraina. Ho viaggiato per settimane in Moldavia, e ho sentito ovunque la stessa cosa: la Russia è una realtà concreta, mentre l’Occidente è solamente un concetto geopolitico. Questo è il motivo per cui persino i Modavi di etnia romena sono rassegnati al dialogo con la Russia.

La Moldavia mi ricorda la torbida situazione della Iugoslavia dei reportage degli anni ’80, poco prima della sua violenta frantumazione. Sembra che i miei reportage abbiano influenzato la politica di non intervento della Casa Bianca fra il 1993 e il 1995. Ma la necessità di intervento sorge proprio là dove la situazione è più fosca, e bisogna conoscere bene tutti gli aspetti negativi prima di elaborare una politica di intervento umanitario.

Con questo non intendo suggerire alcuna azione verso la Moldavia o gli altri ex paesi satelliti. Dico soltanto che la disattenzione occidentale potrebbe avere costi umani incalcolabili. Ma l’intervento dovrebbe riguardare l’intero sistema: politico, economico e di intelligence, per contrastare quanto sta facendo la Russia.

Non c’è più molto tempo. I Russi incitano le minoranze etniche a far valere rivendicazioni autonomiste man mano che la Moldavia darà seguito all’accordo di associazione con l’UE firmato lo scorso giugno. Il Cremlino sa che la Moldavia è più che una terra di confine: è un calderone ribollente di genti diverse all’interno di uno stato piccolo e debole. Temo per il futuro della Moldavia.

 

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