Le grandi crisi europee di inizio ‘900
e l’ascesa dei regimi autoritari

17/07/2014

I primi trent’anni del XX secolo della storia europea furono travagliati dal susseguirsi di crisi di diversa natura, che portarono i popoli a combattersi fra di loro, a ribellarsi ai governi esistenti, a modificare i confini e le istituzioni della maggioranza degli stati, creando le condizioni per gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e la fine dell’egemonia europea nel mondo.

Ci fu dapprima una crisi sociale, causata dai cambiamenti che il processo di industrializzazione aveva portato nella vita degli individui e delle famiglie.  I contadini erano diventati operai in numero sempre maggiore. Non si confrontavano più direttamente con le difficoltà obbiettive del clima, della terra, della natura, e non avevano più la proprietà dei propri attrezzi di lavoro, né la libertà di decidere i tempi del lavoro, perciò si sentivano prigionieri della volontà e delle regole di chi possedeva e dirigeva la fabbrica.  Vivevano in case di città che non erano certo più povere di quelle di campagna, ma affollate e senza sole: la tisi e le malattie infettive facevano strage.

Nelle fabbriche il lavoro degli uomini non valeva più di quello delle donne − talora persino dei bambini − perché la produzione non dipendeva quasi dalla forza muscolare, essenziale invece per zappare o arare i campi, ma dalla velocità e dalla costanza, e in molti settori le donne erano preferite. Ciò contribuì a una presa di coscienza che incoraggiò molte donne a rivendicare il voto e l’uguaglianza di diritti, sancendo quella che gli uomini avvertivano come un’ulteriore perdita di ruolo, anche all’interno della famiglia, cui si opponevano con sarcasmo o con violenza.  Nei primi decenni del ‘900, sulla spinta di queste rivendicazioni, le donne conquistarono il diritto di voto negli Stati Uniti e nella maggioranza degli stati dell’Europa occidentale.  Non in Italia: in Italia il suffragio universale sarà possibile soltanto nel 1946, dopo la Seconda Guerra Mondiale.

La crisi sociale innescò presto la crisi politica. Il contadino inurbato e divenuto operaio non riconosceva più l’autorità della piccola nobiltà terriera, del notaio, del sindaco, del maestro, del gendarme, del parroco del paese − delle élite locali tradizionali, che avevano perso ogni prestigio ai suoi occhi.   L’operaio in fabbrica acquistava consapevolezza che la sua fatica produceva grande ricchezza anche per tutti coloro che ‘non lavoravano’, cioè non erano impegnati nella produzione – e la cosa non gli piaceva. Questo giornale operaio nel 1890 proclamava che ‘non ha diritto alla vita colui che non lavora’.  Gli operai iniziarono a organizzarsi e a rivendicare attivamente più diritti, attraverso la partecipazione a sindacati e partiti operai.

La modernità − complesso inestricabile miscuglio di scienza, tecnica, finanza, produzione, comunicazione, pianificazione − rimescolava le popolazioni e trasformava velocemente il mondo, creando due grandi classi sociali:

 - la borghesia urbana cosmopolita: banchieri, fabbricanti, commercianti, avvocati, ingegneri, costruttori, tecnici, artigiani, giornalisti, artisti… Persone privilegiate rispetto ai contadini e agli operai, anche se costantemente esposte alla competizione sociale ed economica;

 - e i ‘proletari’, cioè operai e minatori, o braccianti agricoli, che spesso emigravano alla ricerca di una vita migliore e soffrivano lo sradicamento, pur nella speranza di migliorare il proprio futuro. La nuova mobilità offriva opportunità di crescita che la società agraria non conosceva, ma comportava l’ansia dell’incertezza, la paura del dover competere.

Le due classi diedero vita ad associazioni e partiti diversi, ma tutti con una caratteristica comune, in quanto partiti di massa: erano tutti molto attenti alle istanze sociali dei lavoratori urbani.  

Nel XX secolo grandi quantità di persone persero l’appartenenza secolare a un villaggio, a un gruppo parentale, e presero a pensare a se stesse come parti di un popolo molto più ampio, ma oppresso e sfruttato da qualcuno, qualunque fosse la loro situazione nella vita: piccoli commercianti o insegnanti, minatori o verniciatori o disoccupati. Questa visione vittimista sarà coltivata dai grandi partiti di massa, riformisti o rivoluzionari: tutti schierati in difesa del popolo oppresso e sfruttato… Ma da chi?  La maggior parte dei gruppi e dei partiti concordava nell’identificare come ‘colpevoli’ dell’oppressione del popolo il capitalismo o il ‘denaro’ – un gruppo di persone sconosciute, senza volto e senza numero, simboleggiate per lo più da pochi nomi di grandi banchieri o grandi imprenditori.

Molti partiti accusavano la massoneria e i massoni, altro gruppuscolo senza volto e senza numero, cui venivano attribuiti poteri occulti e malefici.   Altri accusavano il Vaticano e le altre chiese: altro gruppo poco numeroso, ma con grande potere culturale e morale. Ai religiosi veniva attribuita una grande sete di denaro e di potere, e servilismo nei confronti dei potenti, a scapito dei ‘poveri’.  Molti accusavano di ogni male gli Ebrei, piccola minoranza con potere culturale, cui veniva attribuita una sete satanica di denaro e di sangue, e poteri occulti.

I partiti di massa dei vari paesi di Europa tendevano a concordare su chi fossero alcuni oppressori, benché ogni paese avesse un governo diverso, istituzioni e tradizioni diverse: il ‘capitale’ e le élite al potere, fra cui il re, i preti, l’esercito, i giudici.  Ma sul ‘che fare’ le opinioni divergevano, e separavano gruppi e partiti.

Gli anarchici non avevano dubbi: occorreva uccidere i re e i potenti per permettere la rivoluzione dei lavoratori oppressi e sfruttati in tutti gli stati del mondo, e il mondo avrebbe trovato pace e armonia. La visione anarchica è di tipo millenarista: bisogna uccidere le schiere del Male perché il Bene trionfi, e automaticamente spariranno i problemi. Gli anarchici uccisero molti governanti a cavallo fra il 1800 e il 1900, senza mai suscitare rivoluzioni, ma soltanto paura e forte opposizione. Moltissimi furono gli attentatori anarchici italiani, che uccisero anche all’estero.

L’ultimo grande attentato anarchico in Italia si ebbe a Milano nel 1921, quando − in un tentativo di assassinare il questore − l’anarchico Pietropaolo uccise invece 20 spettatori al teatro Diana. L’attentato provocò la reazione dei nazionalisti e favorì l’ascesa del fascismo.

I movimenti operai si concentrarono soprattutto sul creare sindacati, organizzare scioperi. Il primo sciopero generale nazionale in Italia fu organizzato nel 1904. Ne seguirono molti altri, con frequenti scontri con le forze dell’ordine. A organizzare gli scioperi erano i socialisti di tutti paesi, associati nell’Internazionale, che usava gli stessi simboli, la stessa bandiera e gli stessi slogan in tutto il mondo. Ma l’unità sarebbe durata soltanto fino alla Prima Guerra Mondiale.

Fra il 1914 e il 1919 il movimento operaio si dividerà in tutti i paesi: i comunisti perseguiranno la rivoluzione e la dittatura del proletariato, i socialisti cercheranno il potere democraticamente per riformare la società senza instaurare la dittatura.

Alcuni esponenti del movimento operaio abbracciarono un tipo di populismo nazionalista che li porterà a elaborare teorie politiche nuove, passate alla storia con l’etichetta di ‘estrema destra’. Gli opposti titoli di questi due giornali, che si proclamano entrambi socialisti, esemplificano la rottura che la guerra operò nel movimento operaio. Tuttavia i nazionalisti non cessarono di dichiararsi parte del popolo lavoratore, anche in trincea.

La condizione del movimento operaio attorno al 1914 è ben rappresentata da questa immagine: il proletariato rompe le catene, ma non vede dove andare.    I social-comunisti, che predicavano la solidarietà di classe, cioè l’unione di tutti i ‘proletari’ poveri del mondo contro i loro generici oppressori ’capitalisti’, saranno battuti nella maggior parte dei paesi europei dai nazionalisti, che predicavano la solidarietà della popolazione locale contro chi era considerato ‘straniero’.

In parallelo allo sviluppo industriale, negli ultimi decenni dell’800 due fenomeni avevano creato e diffuso sentimenti nazionalisti in larghi strati della popolazione, inclusi quelli umili che non ne erano ancora stati toccati:

- l’obbligo scolastico, che diffuse fra le masse l’uso di una lingua comune ‘alta’, precedentemente appannaggio delle sole classi colte, e la consapevolezza di una cultura e di una storia comune;

- la coscrizione militare obbligatoria, che affratellò i giovani di regioni diverse, allargando il concetto di ‘patria’ ai confini nazionali, superando i localismi.

A cavallo del ‘900 i sentimenti nazionali erano costantemente sollecitati da giornali e movimenti politici che facevano del nazionalismo la propria bandiera, trasformandolo in un’arma non a favore della Patria, ma ‘contro’ i suoi ipotetici nemici, sempre rappresentati come personificazione del Male in senso metafisico: come serpenti, draghi, idre… Così il nazionalismo degenerò quasi ovunque in razzismo e antisemitismo.  Inoltre la convinzione – allora prevalente − che il mondo ha risorse limitate, insufficienti per la popolazione, rese le nazioni europee aggressive, pronte alla guerra per conquistare colonie lontane o territori vicini.

Fra il 1914 e il 1919 l’Europa venne sconvolta e trasformata da due avvenimenti:

- la Prima Guerra Mondiale provocò molte decine di milioni di morti, stravolgendo la vita di quasi tutte le famiglie. Portò al crollo dell’Impero zarista, dell’Impero austro-ungarico, dell’Impero Ottomano e alla nascita di decine di nuovi stati nazionali, e lasciò una scia di paura e di grande povertà. Ecco la mappa della fame in Europa nel 1918, ultimo anno di guerra, secondo un giornale americano;

- l’altro evento sconvolgente fu la rivoluzione comunista del 1917 in Russia, sotto la guida di Lenin, che sostituì la monarchia con la ‘Repubblica dei Soviet’, proclamò la dittatura del proletariato, abolì la proprietà privata, dopo aver debellato non soltanto le vecchie élite, ma anche i socialisti riformisti e i liberal-democratici in una sanguinosa guerra civile.

La vittoria dei comunisti in Russia incitò alla rivoluzione e alla presa del potere i social-comunisti degli altri paesi, collegati fra di loro all’interno della Terza Internazionale, fondata nel 1919. Gli operai presero a scioperare, occupare le fabbriche, tentare l’insurrezione, quasi ovunque: dagli Stati Uniti alla Francia, all’Italia, dove tutte le regioni furono coinvolte, fino all’occupazione e autogestione della Fiat a Torino nel 1920, che provocò la dura reazione degli ‘squadristi’, gruppi organizzati di anti-comunisti e nazionalisti, fra cui molti reduci di guerra.   Ci furono episodi di guerra civile fra gli operai e gli squadristi, finché nel 1922 Mussolini marciò su Roma con gli squadristi, e assunse il potere. Mussolini sciolse il Parlamento e si fece dittatore in nome del popolo, instaurando un regime che volle coniugare l’egualitarismo socialista con il culto della nazione.

L’esempio di Mussolini e del suo nazionalismo socialista fu presto imitato in Germania. Hitler infatti chiamò il suo movimento nazional-socialismo, e lo presentò come una nuova religione. Anche Hitler arrivò al potere sull’onda della reazione alle conseguenze della prima guerra mondiale. Nel 1919 la ‘lega spartachista’, di ispirazione comunista, tentò la rivoluzione. Gli oppositori, fra cui molti reduci di guerra, si organizzarono nei Freikorps, corpi franchi, anch’essi armati, e fu guerra civile in alcune regioni, nonostante l’intervento dell’esercito, per alcuni anni.

La situazione fu esasperata dall’umiliazione della sconfitta e dalla grande povertà, perché alla fine della guerra i Tedeschi dovettero cedere ai vincitori le miniere e le fabbriche della Ruhr, e inoltre pagare grosse somme a titolo di ‘riparazioni’, in quanto aggressori. Lo stato stampava moneta per pagare stipendi e pensioni, ma non c’era nulla da comperare, perciò il denaro non valeva nulla: finì che occorrevano carrettate di denaro per fare la spesa. Con le banconote si poteva quasi soltanto accendere la stufa, visto che anche la legna scarseggiava. È il meccanismo dell’iper-inflazione.  Per capirlo si vedano i video di approfondimento su moneta e finanza.   I Tedeschi si affidarono al partito nazista, che prometteva la riscossa e la cooperazione.

Molte altre popolazioni europee furono travagliate da sommosse e guerre civili dopo la Prima Guerra Mondiale, o durante la grande crisi finanziaria ed economica iniziata nel 1929. Ovunque la reazione delle élite al potere e dei nazionalisti ebbe la meglio, e portò all’instaurazione di governi autoritari. In pochi anni la maggior parte degli stati d’Europa fu governata da regimi autoritari o dittatoriali. Gli unici grandi paesi che rimasero a democrazia liberale furono la Francia e l’Inghilterra.

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