Perché si parla tanto
di Israele-Palestina

31/08/2014

Se lo è chiesto lo scrittore e giornalista Matti Friedman, in un articolo del 26 agosto 2014 per Tablet. Aprendo una copia del New Yorker, nota rivista per intellettuali. Friedman nota che la sezione dedicata agli avvenimenti dedica una frase alla Nigeria, una all’Ucraina, quattro all’ISIS e trenta (!) frasi a Israele/Gaza. E’ un esempio di quello che l’autore definisce l’ossessione ostile per gli Ebrei nel mondo occidentale, conseguenza dell’ossessione dei media per la storia del conflitto Israele-Palestina. Perché questa ossessione nei media? 

Avendo lavorato dal 2006 al 2011 per l’Associated Press, una delle maggiori agenzie di notizie al mondo, Friedman conosce l’ambiente dall’interno. Nel 2006 la AP aveva 40 reporters a Gerusalemme, più che in tutta la Cina, più che in Russia, più che in tutti i paesi arabi messi insieme. In tutta la Siria ne aveva uno solo, un assistente, neppure un giornalista. Le altre grandi agenzie di notizie erano più o meno nella stessa condizione. Così basta un piccolo incidente in Israele e le redazioni dei giornali sono inondate di notizie, mentre per una strage di migliaia di persone altrove può non venir scritta una riga.

Nel 2013 il conflitto arabo-israeliano ha causato 42 vittime; il totale delle vittime – su entrambi i fronti - del conflitto in Palestina dal 1924 in poi, cioè in 90 anni, si calcola sia inferiore a 120.000 persone. La guerra civile in Siria ne ha causati 190.000 in 3 anni. Nel 2013 nel solo Pakistan sono state barbaramente uccise 1600 donne. Nel 2012 in Congo le guerriglie locali hanno causato oltre cinque milioni di morti. La guerra dei narcotrafficanti in Messico ne ha fatti 60 000 in sei anni. Eppure nessuno di questi eventi ha avuto un decimo della copertura mediatica degli eventi in Israele.

Osservando meglio, si nota che in questa storia il protagonista di cui si parla è sempre Israele. Non ci sono quasi analisi della società palestinese, delle ideologie delle fazioni o dei partiti palestinesi, della loro organizzazione e dei loro armamenti. Non si investigano le decisioni o i provvedimenti del governo palestinese, né di quello di Gaza: è come se tutti i giornalisti pensassero che i Palestinesi non prendono attivamente decisioni e iniziative per determinare la propria vita e il proprio destino. Avete mai letto le diverse opinioni dei diversi politici palestinesi, o avuto notizia di sentenze di tribunali, o di discussioni su leggi o proposte di legge da parte palestinese? Sembra che soltanto gli Israeliani pensino, scrivano, parlino, agiscano, legiferino…

Friedman ricorda di aver proposto alla AP un servizio sulla corruzione nel governo palestinese, ma non interessava: gli suggerirono di fare piuttosto un’indagine sulla corruzione in Israele, perché ‘la storia’ è sempre Israele, i Palestinesi non interessano, se non come vittime di Israele. Allora decise di contare quanti articoli sulla società e sulla politica israeliana produceva AP: dall ‘8 novembre al 16 dicembre 2011 ne contò 27. Per trovare 27 articoli sulla società palestinese o su Hamas o Fatah dovette risalire all’indietro di tre anni e mezzo negli archivi di AP.

AP, dice Friedman, non ha mai scritto un articolo sullo statuto di Hamas, che non è proprio banale, in quanto sostiene che gli Ebrei sono responsabili della rivoluzione francese, di quella russa e delle due guerre mondiali. Né ha fatto un articolo sui tunnel di Hamas a Gaza il mese scorso: la notizia è stata soltanto la decisione di Israele di distruggerli, non quella di Hamas di idearli e costruirli.

In parte questo è dovuto alla paura di ritorsioni. Friedman narra di aver deciso lui stesso di non raccontare che i miliziani di Hamas vestivano abiti civili durante la guerra di dicembre 2008-gennaio2009, per cui i morti venivano tutti contati come civili, perché Hamas minacciava di eliminare fisicamente il reporter di AP a Gaza. Ma la paura di ritorsioni non è la causa principale del silenzio: le notizie si potrebbero dare ugualmente, attribuendone l’origine a fonti israeliane, senza mettere a repentaglio i colleghi. E’ che tutti i giornalisti occidentali danno per scontato che lo scopo del loro reportage sia documentare gli attacchi e le azioni di Israele, mai quelle dei Palestinesi. Ne sono intimamente convinti. Quest’anno per la prima volta qualche giornalista ha dato notizia delle intimidazioni di Hamas, del lancio di razzi da scuole e ospedali. Ma chi erano? Mai giornalisti occidentali professionisti: un giornalista finlandese in Medio Oriente per la prima volta, una troupe indiana che copriva la regione per la prima volta, un reporter tailandese, qualche altro novellino che non aveva ancora capito come ci si ‘deve’ comportare.

Nel 2009 il premier Olmert fece una proposta di accordo di pace all’Autorità Palestinese, di cui i giornali non parlarono. Friedman però ne ebbe notizia e ne ebbe conferma non soltanto da parte israeliana, ma anche da parte palestinese. Ebbe persino la cartina della proposta. Ma AP rifiutò l’articolo: un’iniziativa di pace israeliana non interessa nessuno, disse il capo. Allora Friedman si rese conto che la copertura giornalistica non è informazione, è narrazione politica. Narra sempre una storia con un’impostazione morale chiara, che non si deve confondere e contraddire con elementi di realtà non congruenti.

Nel caso della Palestina, la storia è impostata sull’esistenza del conflitto fra Israeliani e Palestinesi. Dire che si tratta di un conflitto fra Arabi e Israeliani, o fra Islamici ed Ebrei in Medio Oriente, sarebbe molto più chiaro ed appropriato, ma non si può dire: gli Israeliani in questa storia debbono apparire come la parte forte e aggressiva, non come una piccola minoranza circondata da 300 milioni di persone ostili. Si deve creare indirettamente la convinzione che, se Israele risolvesse la questione con i Palestinesi, tutti i problemi sarebbero risolti. Ora forse la sorte degli Yazidi e dei Cristiani in Iraq, entrambe minoranze prive di armi, potrebbe far capire perché gli Israeliani, come i Curdi, vogliono invece essere una minoranza armata.

 Per secoli, dice Friedman, per gli Europei gli Ebrei furono il simbolo del male. Si pensava che l’avarizia fosse un male? Gli Ebrei erano avari. Si pensava che la codardia fosse un male? Gli Ebrei erano codardi. I comunisti pensavano che il capitalismo fosse un male? Gli Ebrei erano capitalisti. Gli anticomunisti pensavano che il comunismo fosse un male? Gli Ebrei erano comunisti. Oggi in Occidente la maggioranza della popolazione pensa che i mali delle società sono il razzismo, il colonialismo e il militarismo. Gli Ebrei d’Israele vengono visti come razzisti, colonialisti, militaristi. Quando i giornalisti, le persone responsabili di spiegare il mondo al mondo, trattano la guerra degli Ebrei come la più importante al mondo; quando rappresentano gli Ebrei di Israele come la parte ovviamente in torto; quando omettono le possibili giustificazioni delle loro azioni e oscurano la vera faccia dei loro nemici, stanno dicendo ai lettori - in modo cosciente oppure no - che gli Ebrei sono il peggior popolo al mondo. Gli Ebrei sono il simbolo dei mali che i popoli civili imparano ad aborrire sin da piccoli. Così l’informazione internazionale diventa un ‘morality play’ con un celebre interprete nella parte del cattivo(nostra traduzione)

L’Inghilterra ha partecipato all’invasione dell’Iraq, che ha scatenato le carneficine ancora in corso ora. Eppure oggi l’Inghilterra è piena di manifesti che condannano con furore il ‘militarismo’ di Israele! I nipoti dei coloni che si facevano servire da persone locali di pelle più scura da Algeri e Rangoon ora sono indignate dal ‘colonialismo’ degli Ebrei. Gli Americani che vivono in luoghi che hanno i nomi indiani di Seattle o di Manhattan accusano gli Ebrei di aver scacciato la popolazione locale! I Belgi condannano il modo in cui Israele tratta gli Africani! E in Germania e dintorni si parla in continuazione del ‘genocidio’ che gli Ebrei attuerebbero in Palestina!

Gli Europei hanno sempre trattato gli Ebrei come la sputacchiera in cui buttare e far scomparire i mali morali che li affliggevano e per cui provavano forti sensi di colpa. Ora questo ruolo è rivestito da Israele, il paese dei nipoti di quegli stessi Ebrei così trattati, e la stampa internazionale è il veicolo dello sputo. Non occorre essere degli psichiatri per rendersene conto.

La narrazione del conflitto fra Israele e i suoi nemici fatta dai media internazionali è fiction, non è realtà. La realtà non viene neppure vista: la storia è già scritta, deve soltanto prendere corpo sulla scena.

Questo non riguarda soltanto Israele. Basta pensare all’esempio dell’Unione Sovietica. Nessun esperto, giornalista, studioso dell’URSS ne previde il crollo, eppure la realtà era davanti ai loro occhi, la vedevano e la vivevano ogni giorno. Ma quando l’URSS crollò furono tutti sorpresi. Fummo tutti sorpresi. Nessun grande giornalista, nessuno studioso o specialista aveva guardato davvero la realtà. Sta succedendo ora lostesso in Medio Oriente: l’Occidente non capisce che cosa succede ‘d’improvviso’, che causa tanti morti e tanta guerra. Ha sempre avuto la realtà davanti agli occhi, ma non l’ha mai voluta vedere. 

Lascia un commento

Vuoi parteipare attivamente alla crescita del sito commentando gli articoli e interagendo con gli utenti e con gli autori?
Non devi fare altro che accedere e lasciare il tuo segno
Ti aspettiamo!

Accedi

Non sei ancora registrato?

Registrati

I vostri commenti

Per questo articolo non sono presenti commenti.