Il globalismo post Guerra Fredda
Parte III

24/10/2014

Con la guerra fredda finì anche un’epoca storica: quella in cui l’Occidente, guidato e protetto dagli Stati Uniti, ebbe una crescita economica e tecnologica strabiliante, mentre gli altri gruppi di paesi ristagnavano e perdevano ruolo e influenza nell’ordine internazionale. 

Le istituzioni sovranazionali per l’economia (minuto 0:30)

Nel 1975, quando il sistema monetario di Bretton Woods già era venuto meno e la crisi petrolifera aveva creato danni all’economia, si sentì il bisogno di nuove istituzioni internazionali per discutere e coordinare strategie economiche e finanziarie comuni al mondo occidentale. I ministri dell’economia ed i governatori delle banche centrali dei paesi più sviluppati presero a incontrarsi ogni anno, creando un istituzione informale: il Gruppo dei Sei, che divenne Gruppo dei Sette con l’aggiunta del Canada nel 1976, e G8 nel 1998 con l’inserimento della Russia. Alle riunioni del G8 si tengono contemporaneamente due vertici:

·       quello dei ministri economici affiancati dai banchieri centrali, più il governatore della Banca centrale Europea e il presidente del Fondo Monetario Internazionale;

·       quello degli 8 capi di stato, più il presidente della Commissione Europea e il presidente di turno dell’Unione Europea.

Dal 1999 si tengono anche riunioni annuali del G20, cioè di 20 paesi che rappresentano le 20 economie più sviluppate del pianeta. Dapprima era un vertice di ministri dell’economia e di governatori di banche centrali.  Dal 2008, cioè dall’anno della grande crisi finanziaria, si è aggiunto il vertice politico, quello dei capi di stato.

Nel 2012 il G8 rappresentava il 12,7% della popolazione del mondo e circa il 50% dell’economia del globo. Il G20 rappresentava il 64,8% della popolazione globale, oltre l’85 % dell’economia globale.

Durante la Guerra Fredda era stata fondata la Comunità Economica Europea, istituita dal Trattato di Roma del 1957. Lo scopo principale era integrare profondamente le economie europee, soprattutto quelle della Francia e della parte di Germania rimasta nel mondo occidentale, perché gli Europei non si facessero più guerra. Ai sei stati fondatori nel 73 si aggiunsero Inghilterra e Danimarca e negli anni ‘80 Grecia, Spagna e Portogallo. Con la fine della guerra Fredda, nel 1990 le due parti della Germania vennero riunificate. La Germania riprese il suo posto come centro economico e commerciale del vecchio continente.

La Germania unita è la potenza economica più forte d’Europa per motivi geografici: occupa il centro della grande pianura europea, ricchissima di risorse agricole e minerarie, solcata da fiumi navigabili che permettono trasporti a basso costo e la collegano sia al Mar Nero sia al Mare del Nord. Si trova al centro dei commerci europei anche grazie a una fitta rete di strade e ferrovie che la collegano ai paesi vicini, ed ha il maggior numero di abitanti fra i paesi europei. Le sue grandi città hanno una tradizione millenaria nel commercio e nella finanza. 

La Germania unita è una potente locomotiva che può trainare l’Europa alla cooperazione o alla rovina, come sotto il nazismo. Dal 1871, anno della prima unificazione nazionale tedesca, Germania e Francia si sfidarono in tre grandi guerre, due delle quali divennero mondiali.  Le guerre ebbero per oggetto il controllo della valle del Reno, regione strategica dei commerci e delle produzioni industriali europee, ricca di risorse minerarie. Dalla foce del Reno è anche possibile tentare l’invasione dell’Inghilterra o il blocco dei suoi porti.  La collaborazione fra Francia e Germania, e la garanzia di non attaccare l’Inghilterra attraverso il Canale, sono i due elementi essenziali per mantenere la pace in Europa.  Non a caso tutte le istituzioni sovranazionali europee sono dislocate lungo la valle del Reno, fra Strasburgo e Bruxelles, e le Fiandre sono suddivise in tre piccoli stati che militarmente non fanno paura a nessuno dei tre paesi circostanti, ma fanno da cuscinetto.

Perciò alla riunificazione tedesca gli stati che facevano parte della Comunità Europea decisero di accelerare il processo di integrazione per scongiurare la possibilità di nuove rivalità pericolose per la pace. Non si riuscì a sviluppare l’unione politica, ma con la firma del trattato di Maastricht nel 1992 l’intenzione di procedere un giorno alla creazione degli Stati Uniti d’Europa fu chiara già nel cambiamento di nome da Comunità Europea in Unione Europea e nell’attribuzione della cittadinanza Europea ai cittadini di tutti gli stati dell’Unione, che possono liberamente spostarsi da un paese all’altro e godere ovunque di pari diritti.

L’Euro (minuto 6:12)

Uno dei pilastri dell’integrazione fu l’introduzione di una moneta comune: l’euro, che alcuni stati adottarono nel 1999 come unità di conto, e che venne introdotto sul mercato nel 2002 in sostituzione delle monete nazionali preesistenti. Gli stati dell’Eurozona e le loro banche centrali persero allora la sovranità monetaria: non possono più decidere quanta moneta stampare, non possono decidere i tassi di interesse.

La sovranità monetaria venne affidata alla Banca Centrale Europea, un’istituzione tecnica indipendente che non armonizza la sua politica con un inesistente governo d’Europa, ma persegue gli obbiettivi indicati nel suo statuto. Lo statuto della BCE le impone di mantenere l’inflazione sotto il 2%. Inoltre le vieta di imprestare denaro direttamente agli stati.

I governanti europei che nel 1992 firmarono il trattato di Maastricht si rendevano conto che il debito pubblico era soltanto più un peso, perché non stimolava più la produzione di beni e servizi nell’economia reale, ma alimentava l’importazione o dagli Stati Uniti, tecnologicamente più avanzati, o dai paesi poveri, cui occorreva aprire le porte per permettere loro di svilupparsi. Infatti la produzione in Europa a inizio anni ‘90 stava già languendo, come si vede in questo grafico. Perciò col trattato di Maastricht i governi concordarono criteri di riduzione e di convergenza del deficit e del debito pubblico, oltre che dell’inflazione. L’adozione dell’euro favorì la riduzione dell’inflazione, come si vede in questo grafico. Ma la riduzione del deficit di bilancio per molti stati fu ed è particolarmente difficile. Il deficit è la differenza fra l’ammontare della spesa in un certo anno e l’ammontare delle tasse raccolte nello stesso anno.

Il trattato di Maastricht chiedeva ai paesi dell’eurozona che il deficit non superasse il 3% del PIL dell’anno. Come si vede in questa tabella, negli anni 1997 - 2003 l’Italia riuscì a non superarlo - e fu un’impresa ammirevole, perché le spese dell’Italia per gli interessi sul debito pubblico erano e sono molto più alte di quelle degli altri stati, come si vede in questo grafico.

Perché spendiamo tanto per interessi? Perché abbiamo un debito pubblico altissimo, che nel 1997 era pari al 120 % del PIL, nel 2014 è salito oltre il 130% del PIL! L’abbiamo accumulato soprattutto negli anni ‘70 e ’80. Perciò fin dai primi anni ’90 i governi italiani, rendendosi conto che l’Italia era sull’orlo della bancarotta, alzarono le tasse, riformarono il sistema pensionistico, effettuarono manovre straordinarie…  L’Italia ebbe così un avanzo primario costante da allora al 2008, perché spendeva per la spesa corrente meno di quanto incassava. Il deficit annuo però c’era sempre, perché occorreva anche pagare gli interessi sui debiti.

Il picco del deficit annuo fu toccato proprio nei primi anni ‘90.  A partire dal 1997 i tassi di interesse che l’Italia doveva pagare sul debito pubblico presero a diminuire, e con l’ingresso nell’Euro scesero a quasi un terzo rispetto al 1992. Eravamo salvi! O per lo meno così credemmo. E dal 2002 riprendemmo ad aumentare la spesa . Noi però avevamo – e abbiamo - un debito pubblico fra i più alti al mondo, più del doppio del parametro su cui il trattato di Maastricht richiede di convergere, che è il 60% del PIL. Per questo eravamo - e siamo - estremamente vulnerabili a ogni variazione del sistema economico o finanziario.

La liberalizzazione del commercio globale (minuto 10:43)

Con l’apertura dei mercati globali, le mutazioni del sistema economico e finanziario divennero rapidissime, riducendo gli squilibri fra paesi poveri e paesi ricchi, ma creando voragini nel sistema economico dei paesi dell’Occidente.

In Europa, Maastricht aprì le porte a qualunque paese europeo volesse aderire all’Unione, a patto che adeguasse leggi ed istituzioni a certi parametri. Si ebbero allargamenti dell’Unione Europea nel 1995, nel 2004, nel 2007 e nel 2013. Molte persone migrarono da est verso ovest alla ricerca di lavoro e di una vita serena.  Le economie dell’Est avevano base industriale obsoleta, infrastrutture carenti, ma molta manodopera a basso costo. Molti imprenditori e molte banche dell’ovest investirono nello sviluppo dell’Est Europa. Molte aziende vi trasferirono la produzione.

Ma un impatto ancora maggiore ebbe l’apertura al libero commercio globale. Nel 1995 l’Organizzazione Mondiale del Commercio, W T O, sostituì il precedente GATT.  Il WTO ha lo scopo di abolire le barriere al commercio internazionale. Tutti i membri del WTO sono tenuti a garantire le condizioni di "nazione più favorita’’ agli altri. Non possono ostacolare le importazioni da nessun paese membro. Hanno aderito al trattato, ed hanno libero accesso al commercio internazionale, tutti i paesi in blu in questa mappa.

L’11 Dicembre 2001 la Cina entrò nel WTO, e da quel giorno il mondo subì il più grande cambiamento economico della storia recente. Da paese poverissimo e arretrato, la Cina divenne in pochi anni il primo paese esportatore del mondo e la seconda economia del mondo.

Il progetto di riequilibrio e integrazione globale (minuto 12:55)

Il progetto dell’Occidente per l’integrazione globale dopo la Guerra Fredda fu politicamente saggio, ma economicamente rischioso e difficile da governare: i paesi poveri e sottosviluppati avrebbero potuto sviluppare in fretta le loro strutture di base e le loro economie usando prestiti, investimenti e alta tecnologia dell’Occidente, e l’Occidente avrebbe aperto le porte ai loro prodotti.  Questo avrebbe comportato la perdita di produzione e di posti di lavoro in Occidente, che però sarebbero stati compensati dalla vendita di alta tecnologia e di conoscenza imprenditoriale e progettuale ai paesi in fase di crescita, e dall’afflusso in occidente dei risparmi del mondo intero, alla ricerca di buoni investimenti, visto che i paesi ex comunisti o sottosviluppati non avevano borse, avevano un sistema bancario modesto e arretrato, un sistema finanziario quasi inesistente. Lo scambio, fruttuoso per tutti, sarebbe stato: denaro, conoscenza, tecnologia, progettualità contro prodotti a basso prezzo e risparmi da investire.

L’Occidente avrebbe subito cambiamenti sociali: sarebbero diminuiti gli operai e gli impiegati, che costituivano la grande e prospera classe media, si sarebbe espansa la fascia di tecnici, ricercatori, ingegneri, progettisti, artisti, specialisti di finanza. C’era il rischio di impoverimento degli operai, che dovevano sostenere la concorrenza dei prodotti di importazione e della manodopera immigrata, e che non potevano cambiare facilmente attività. Ma la transizione poteva essere gestita grazie a tre fattori:

·      il drastico contenimento dei prezzi dei beni di consumo grazie alle importazioni di prodotti a basso costo;

·      l’utilizzo dei risparmi che affluivano dall’estero per finanziare servizi per la qualità della vita e dell’ambiente: assistenza sanitaria, ricerca scientifica, alta tecnologia, un’economia dell’ambiente tutta da sviluppare;

·       lo sviluppo di prodotti e sistemi finanziari che avrebbero fornito redditi ai risparmiatori e credito per chiunque.

La transizione richiedeva complicati giochi di equilibrio, doveva essere rapida e ben orchestrata. I paesi arretrati avrebbero rapidamente sviluppato una propria capacità di progettare, utilizzare e inventare alta tecnologia, di competere alla pari. Avrebbero sviluppato una classe media, le paghe sarebbero salite, i costi di produzione si sarebbero riequilibrati.

Nel frattempo i paesi avanzati avrebbero cercato di investire nell’estrazione di materie prime, ridurre l’eccessivo indebitamento e sviluppare un sistema finanziario globale e integrato per accrescere la prosperità, la cultura e il benessere della maggior parte dei cittadini del mondo.

Ma furono sottovalutati due elementi di rischio:

·       la possibilità di una guerra, che invece scoppiò, tenne impegnato l’Occidente dal 2002 in poi e distrusse risorse per anni richiedendo grandi finanziamenti improduttivi;

·       la difficoltà di tenuta di un sistema finanziario troppo gonfiato da una dose eccessiva di capitali.

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