Il complotto – La storia segreta dei protocolli dei Savi di Sion
di Will Eisner

11/07/2015

Non è semplice trasporre in fumetto una vicenda storico-politica complessa come quella dei Protocolli dei Savi di Sion, ma a Will Eisner − che non a caso è considerato il padre della graphic novel − l’impresa riesce.

Il complotto. La storia segreta dei protocolli dei Savi di Sion (Einaudi, 2005) ha il merito di ricostruire la storia di quello che forse è il più feroce − di certo il più popolare − libro antisemita di tutti i tempi: la descrizione della presunta cospirazione giudaica per conquistare il mondo, presentata come un documento storico.

Le note e la ricca bibliografia mostrano l’accuratezza del lavoro, durato più di vent’anni e basato sulle ricerche dello storico Michail Lepekhine negli archivi russi desegretati dopo la dissoluzione dell’URSS.

Partendo da queste fonti Eisner ricostruisce in immagini la storia di Mathieu Golovinski, l’uomo che nel 1898 scrisse i Protocolli su commissione dei servizi segreti russi in Francia. Spacciati per appunti trafugati a un congresso sionista, i Protocolli iniziarono a diffondersi alimentando un sempre più grande timore per il “pericolo ebreo”. Che è il titolo con cui vennero tradotti e pubblicati in Inghilterra, dove suscitarono l’allarme e la denuncia pubblica da parte dell’allora parlamentare Winston Churchill. Nel 1921 un articolo del Times dimostrò chiaramente che si trattava di un falso, copiato per la massima parte da un pamphlet contro Napoleone III, pubblicato clandestinamente qualche decennio prima (Dialogo all’inferno tra Machiavelli e Montesquieu di Maurice Joly, 1864).

Ma questa prima, incontrovertibile, prova dell’inautenticità dei Protocolli non ne arrestò la diffusione. Le pubblicazioni si moltiplicarono: in America lo fece stampare addirittura Henry Ford, sotto forma di rubrica su un suo giornale; in Germania se ne impossessò la propaganda nazista, che ne fece uno dei suoi capisaldi. Nonostante i processi tenutisi a Berna negli anni ’30 li avessero definiti spazzatura, volta solo ad alimentare l’odio verso gli Ebrei, i Protocolli continuarono a essere spacciati come documenti autentici e il libro di Eisner riporta un elenco di pubblicazioni e occasioni di diffusione che fa girare la testa. Nel corso dei decenni se ne appropriarono gli antisemiti di ogni nazionalità e comparvero ristampe in ogni parte del globo: dagli Stati Uniti all’Europa, dall’India all’America Latina, dal Giappone al Messico (dove le scuole cattoliche lo misero addirittura nel programma, tra le letture consigliate).

Brutte storie ma d’altri tempi, si dirà. Non è così: la strumentalizzazione dei Protocolli non si è affatto esaurita. In molti Paesi arabi oggi sono diffusi sotto forma di serie tv, come quella sponsorizzata nel 2002 dalla tv di stato egiziana, dal titolo “Il cavaliere senza il cavallo”, lodata in patria per aver svelato che i Protocolli sono la linea guida della politica israeliana. Sostenere che questo falso sia arrivato in buona salute fino ai giorni nostri non è dunque un modo di dire. Soltanto qualche mese fa, in occasione di una conferenza a Santiago del Cile, l’ambasciatore palestinese Imad Nabil Jadaa ha citato i Protocolli come prova che il sionismo è soltanto la veste esterna del complotto – segreto − ebraico volto a dominare il mondo (qui potete vedere il video del suo intervento).

Al di là della capacità di ricostruire in maniera avvincente e chiara la storia dell’origine dei Protocolli e dei personaggi che ne furono protagonisti, Il complotto ha il merito di far riflettere proprio su questo punto, quello cruciale: l’autenticità dell’opera non è considerata rilevante da chi ci crede. Lo spiega bene l’autrice britannica antisemita Nesta Webster: “magari sono falsi ma esprimono quello che gli Ebrei pensano, quindi è come se fossero veri”. La conclusione che ne trae Umberto Eco nella prefazione è impeccabile: “In altre parole, non sono i Protocolli a produrre antisemitismo, è il profondo bisogno di individuare un Nemico che spinge a credere ai Protocolli”. Ecco perché sono rinati ogni volta dopo la dimostrazione della loro falsità.

Ed ecco perché, nonostante esistano molti libri sull’argomento, l’opera di Eisner è così importante. Non solo perché la potenza narrativa del suo fumetto riesce ad appassionare anche chi di solito non si interessa a vicende storiche di questo tipo, ma perché non si ferma alla pur rilevante ricostruzione dei fatti. Stimola la riflessione, martellando il lettore con la domanda che lo ha tormentato per decenni: come possono, nonostante le ripetute e accertate dimostrazioni della loro falsità, continuare a esser presi per autentici? La risposta è affidata al bibliotecario che aiuta Eisner nella sua ricerca: “Perché è un’arma di inganno di massa. Ovunque c’è un gruppo che vuole arrivare al potere, serve che la popolazione si senta minacciata da qualcosa o qualcuno per proporsi come difensori. Scegli un gruppo vulnerabile ma che possa essere considerato pericoloso, niente meglio di una minoranza con una storia di emarginazione. La gente ci crede anche se il documento è falso. Perché hanno bisogno di giustificare una condotta di cui potrebbero vergognarsi”.

 

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