Terrorismo in Pakistan contro le minoranze religiose

31/03/2016

Il giorno di Pasqua un attacco suicida in un parco di Lahore ha causato 72 vittime e centinaia di feriti. Un portavoce del Jamaat-ul-Ahrar − gruppo formatosi dalla scissione dei talebani pakistani − ha rivendicato l’attentato, confermando che l’intento era l’uccisone di Cristiani, che in Pakistan sono una piccolissima minoranza (circa l’1% della popolazione). La responsabilità del gruppo pare credibile perché in linea con le sue ultime azioni terroristiche: l’attacco a due chiese l’anno scorso, che fece 14 vittime.

Quest’ultimo episodio si inserisce in un contesto in cui i diritti delle minoranze religiose sono oggetto di fortissime tensioni, come mostra il caso Qadri. Mumtaz Qadri, guardia del corpo dell’ex governatore del Punjab Salman Taseer, nel 2011 uccise lo stesso Taseer perché aveva difeso una donna cristiana e impugnato le leggi contro la blasfemia. La condanna a morte di Qadri, eseguita il 29 febbraio, ha scatenato le proteste di migliaia di persone, molte delle quali sono ancora accampate fuori dalla sede del Parlamento, a dimostrazione di quanto in Pakistan il tema religioso continui ad avere il potere di coinvolgere e di dividere.

La sempre precaria laicità dello stato pachistano è un lascito politico di Muhammad Ali Jinnah, considerato il padre fondatore del paese. Gli storici continuano a dibattere su quale fosse la sua visione del Pakistan: molti sostengono che avesse in mente una nazione secolarizzata, a maggioranza musulmana ma in cui fossero garantiti i diritti delle minoranze religiose. Jinnah non visse abbastanza per portare a termine la sua opera − morì nel settembre del 1948, circa un anno dopo la nascita del Pakistan − e toccò ai suoi successori cercare di costruire un’identità nazionale omogenea in uno stato diviso e conteso dal punto di vista territoriale. I militari finirono per prevalere sui leader politici civili, i quali dal canto loro sfruttarono la religione islamica come collante dei vari gruppi etnici del paese. Non bisogna poi sottovalutare il peso della Guerra Fredda: la vicinanza dell’India all’URSS contribuì a minare la visione laica dello stato in Pakistan, nemico dell’India. Inoltre i militari pakistani ricevettero il sostegno degli Stati Uniti – il generale Muhammad Zia-ul-Haq divenne presidente con un colpo di stato nel 1977 − mentre i leader religiosi più estremisti addestrarono e armarono un esercito di mujaheddin pronti a combattere in Afghanistan contro l’Unione Sovietica. Il rafforzamento del militari andò di pari passo con quello degli estremisti religiosi. Il governo militare pensava di usare gli estremisti religiosi per estendere la sua influenza in Afghanistan e nel Kashmir, manovrandoli a suo piacimento, ma ne perse il controllo. La logica manichea della Guerra Fredda fece sì che le preoccupazioni strategiche dell’Occidente surclassassero il principio della separazione tra stato e potere religioso, e i dollari americani continuarono a rimpinguare le casse di governanti che non facevano mistero di voler mescolare religione e politica. In Pakistan il processo di politicizzazione della religione continuò anche dopo il crollo dell’URSS, trasformando una fede un tempo tollerante e moderata in un terreno fertile per la nascita dei terroristi di oggi.

Paradossalmente attacchi come quello di Lahore rafforzano l’unica istituzione in grado di affrontare l’estremismo islamico in Pakistan: l’esercito. Il giorno dopo l’attentato, il capo dell’esercito Raheel Sharif ha autorizzato una serie di operazioni militari nel Punjab. L’azione si inserisce in una più ampia operazione dal nome Zarb-e-Azb, lanciata nel 2014 contro i gruppi fondamentalisti islamici del Waziristan, al confine con l’Afghanistan. Dopo migliaia di jihadisti uccisi e centinaia di nascondigli distrutti, l’operazione era stata presentata come un grande successo, ma l’attentato a Lahore mostra quanto rimanga ancora da fare.

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