Diario di Yehoshua Kremer

28/03/2017

Traduzione di Giulietta Weisz e Valerio Venturini

 

Le parti in corsivo sono aggiunte dei traduttori.

Yehoshua Kremer nacque nel 1928 a Molodeczno, Polonia (oggi Maladzyechna, Bielorussia). Studiò in un “Cheder”, una scuola religiosa.

Durante i rastrellamenti degli Einsatzgruppen nazisti a Molodeczno riuscì a fuggire con alcuni membri della famiglia. Il padre, Baruch Kremer, fu ucciso. Yehoshua si nascose nelle foreste con la sorellina Miriam, la madre Batjia e gli zii paterni Haim, Eszka e Bosja Kremer. Nella foresta la madre morì di malattia e di stenti.

Nel 1944 Yehoshua riuscì a portare la sorella Miriam in un orfanotrofio russo. Lui si iscrisse in una scuola professionale negli Urali. Dopo qualche tempo Miriam fu trasferita in un orfanotrofio vicino a Lodz (Polonia), quindi raggiunse un campo profughi a Pirten, in Germania, e nel 1947 emigrò nella Palestina Mandataria, salpando da Marsiglia con il sostegno di organizzazioni ebraiche.

Nel 1946 Yehoshua ritornò in Polonia a cercare la sorella. Non trovandola, entrò a far parte di un kibbutz dell’organizzazione Ha-Shomer ha-Tsair a Lodz. Partecipò al gruppo di lavoro e soggiorno estivo nel “moshav” Geszcze Puste (Polonia). Poi fece il percorso di fuga (Ha-Bricha) attraverso la Cecoslovacchia e l’Austria, soggiornando presso diversi DP Camp, finché raggiunse Avigliana.

Ad Avigliana Yehoshua Kremer fu responsabile dell’assegnazione dei rifugiati alle varie attività, frequentò scuole, lavorò in falegnameria, seguendo i corsi professionali organizzati dall’ORT (organizzazione fondata in Russia nel 1880 per l’educazione dei giovani Ebrei all’agricoltura e all’artigianato). Fu eletto segretario generale del gruppo sionista “La-shichrur” (Liberazione), che ad Avigliana addestrava i giovani ‘pionieri’ ebrei che volevano emigrare in Terra d’Israele. Nel 1947 fu messo a capo di un gruppo di ragazzi tra gli 11 e i 15  anni.

Segue la traduzione di alcune pagine dell'album che gli amici composero  per onorare la sua memoria, incorporando foto, annotazioni dello stesso Yehoshua e di altri membri del gruppo ad Avigliana.

                                                

FOGLIO 19 - È trascorso molto tempo da quando abbiamo lasciato la Russia

Sono stati cinque anni terribili, in cui abbiamo perso i nostri genitori, gli amici e tutto quello che per noi era caro. Siamo tornati nella terra che è stata intrisa del sangue dei nostri cari, dove per noi non c’era speranza di trovare casa (Polonia).

È stato difficile imporre a noi stessi che potevamo ancora credere, amare, ridere, giocare. La grigia realtà ci ha forgiato e ci ha insegnato che la vita è fatica, che l’uomo è malvagio e che possiamo farci strada nella vita solo con i pugni.

Siamo arrivati in Polonia e qui abbiamo udito un concetto nuovo. Abbiamo saputo che molti sono come noi e come noi cercano casa. Il nuovo concetto, il kibbutz, voleva essere la soluzione perché noi tutti avessimo casa.

Su carri, su auto diverse, dalla Russia ci siamo riuniti nella casa di Kilinskiego a Lodz − eravamo pochi. Non potevamo ammettere a noi stessi, non potevamo credere che quella sarebbe stata casa nostra. Che persone che non avevamo mai visto in vita nostra sarebbero diventati nostri fratelli e sorelle. Non credevamo che potesse avverarsi fino a questo punto, a questo livello di comunità, per così tanti anni.

 

Sono passati mesi (Y. K. è in Italia e pensa agli ultimi tempi trascorsi)

Da tempo le frontiere di Polonia, Cechia, Austria e Italia sono già alle nostre spalle: ci siamo ritrovati all’ultima stazione, se dio vuole, e abbiamo di fronte la Terra cui è legato il nostro futuro (la Terra d’Israele).

Siamo cambiati in modo definitivo; la gente debole, i deboli di fede, non riescono a farcela in una tale situazione. Quelli che restano si rafforzano, si stringono tra loro, vivono, lottano per qualche cosa, vogliono creare. In questo momento dentro di noi sorgono molte domande diverse sulla vita sociale, ci sono molti problemi e cerchiamo di capire come potranno essere risolti nella loro interezza e nelle singole parti. Abbiamo ancora molto (tempo) davanti a noi e nell’ultimo periodo, che per noi è importante, dobbiamo aspirare a un gruppo coeso, a una nuova vita.

 

FOGLIO 20 - Abbiamo deciso di scrivere un diario 

Vogliamo, sotto forma di articoli, mettere in risalto tutto quello che è successo quest’anno nella nostra vita di gruppo. Scriveremo le nostre impressioni su tutti gli avvenimenti più importanti e sui nostri problemi; verrà il momento che, dopo il duro lavoro nei campi del kibbutz in Israele, saremo riuniti in festa, abbronzati sotto il sole di Israele. Saremo in forze e pronti a tutto.

Allora si leggeranno gli articoli e ci ricorderemo della strada difficile che abbiamo percorso nel kibbutz. Questo è diventato diario durante la festa di Pasqua, il 9 aprile del 1947.

Mi guardo attorno. Com’è bello qui. Vedo le montagne coperte di neve. Ecco, lassù vedo l’antico castello che abbiamo visitato a primavera. Le rovine del castello, la montagna su cui sorge una croce. Mi ricordo il lago. Sembra di esserci stati solo ieri! Com’era bello il lago a primavera e come è bello persino in questa stagione. Quante ore magnifiche abbiamo trascorso sul lago? Quante volte siamo andati in barca, ci siamo dondolati sull’altalena? Quante passeggiate e in quanti posti abbiamo giocato su quelle montagne. Allora tutto questo non ci era così caro come oggi, l’ultimo giorno, in cui dobbiamo abbandonare questo posto. Probabilmente per l’ultima volta. Shalom a te, Avigliana! È tutto vero. Qui siamo stati bene. Ma il nostro posto non è qui. Ci aspetta, laggiù, lontano, la nostra Patria e noi siamo pronti a costruirla e a difenderla.

FOGLIO 21 - Qui inizia il racconto dell’arrivo e del soggiorno ad Avigliana                                                                                                     

Ed eccoci in Italia, ad Avigliana. Non è incredibile che questo possa essere vero? Solo fino a pochi giorni fa eravamo ancora in Austria e tutte le nostre speranze erano focalizzate sul vedere al più presto l’Italia. Ed eccoci già all’ultimo gradino per arrivare alla nostra meta. Siamo scesi stanchi dal treno che ci ha portati nell’Istituto apposito. Eravamo stanchi ma felici. Ci siamo lasciati alle spalle le Alpi. Il domani ci avrebbe portato molte novità e questo ci rendeva felici.

Abbiamo trascorso i primi giorni nell’Istituto. Ci hanno suddivisi nelle stanze. Abbiamo passato i giorni come ospiti.

Poi abbiamo iniziato a entrare nel ritmo di vita dell’Istituto, nella “crudele” disciplina, come allora ci sembrava; non era facile prima lavorare e poi studiare. Nonostante fossimo già stati 3-4 mesi nel kibbutz (in Polonia), tutto ci pareva estraneo e difficile. Ci eravamo abituati a essere oggi qui, domani in un altro campo, dopodomani ancora altrove e così via; qui invece si doveva imparare a diventare più responsabili. E incominciammo a farlo. All’arrivo a casa c’era ancora da preparare il pranzo e si mangiava all’aperto.

Nell’istituto c’era il gruppo LeHabat Chavivah, che ci accolse molto bene.

Abbiamo cominciato a studiare al Targhilei-Seder e a partecipare alle parate. Poco per volta abbiamo incominciato ad accettare quello che prima ci sembrava estraneo e difficile. Abbiamo avuto un grande aiuto da LeHabat Chavivah, i cui membri gestivano il nostro Targhilei-seder, la ginnastica ecc.

Tornarono quei dieci amici che avevano iniziato l’Aliyah prima di noi. Erano stati a Genova: avevano visto molte cose interessanti. La nostra felicità fu molto grande.

Fu un piacere immenso il primo Shabbat nell’Istituto. Danze popolari, canti tradizionali, per noi era tutto nuovo. Abbiamo cominciato a lavorare e studiare.

Nei primi tempi abbiamo fatto grande fatica; il rappresentante del gruppo sionista cercava di inculcarci la morale di Eretz Israel, che non conoscevamo e che all’inizio ci faceva venire i brividi. Ora, dopo sette mesi nell’Istituto, dopo che ci hanno spiegato che cosa sia vivere in un Istituto e tra giovani, non vediamo più il rappresentante sionista con gli stessi occhi.                         

 

FOGLIO 22 - Durante lo Shabbat si andava al cinema. Più di tutto ci piacevano i film di guerra e di cowboy, un divertimento durante il quale imparavamo un po’ di italiano.

Ed ecco che dopo un mese i direttori dell’Istituto decisero di dividere il nostro kibbutz in due gruppi.

Era proprio necessario? Era un problema grave. Da un lato veniva spezzata l’unità del nostro gruppo, dall’altro c’era la necessità di agevolare il sistema di apprendimento e di educazione del kibbutz. Il primo gruppo era guidato da Yakov, il secondo da Shoshana. Il nostro gruppo si chiamava LeShichrur (Verso la Liberazione) ed era guidato da Yakov. L’altro gruppo si chiamava BeMaavaq (Nella Lotta). Il numero di componenti era quasi uguale.

Incominciammo così a studiare cinque ore al giorno a scuola. Il gruppo e la segreteria dovettero affrontare nuovi problemi: coinvolgere il più possibile i membri che disturbavano.

Arrivò il giorno dell’inaugurazione dell’Istituto. La casa venne dipinta con nuovi colori, le camere acquisirono un aspetto festoso. I gruppi presentarono alcuni spettacoli.

C’erano molti ospiti dell’UNRRA, del JOINT, della Direzione soprattutto. Durante la solenne parata giurammo di essere guardie fedeli, devote al popolo e alla terra d’Israele.

In quella settimana dalla Direzione tornò fra noi Yakov. Non potremo mai dimenticare quella settimana e le difficoltà affrontate fino ad allora; ricorderemo per sempre che abbiamo fatto il giuramento per il nostro popolo e la nostra Patria.

Dopo l’inaugurazione iniziarono i preparativi per Chanukkah. Accogliemmo l’arrivo di Chanukkah come nei kibbutz. Dopo tanti anni di guerra finalmente celebrammo i bei tempi degli eroi Maccabei che combatterono per la liberazione del loro paese.

Il gruppo Gaulim (I salvati) presentò lo spettacolo: “50 volte centomila”.

                                                                                                                                            

FOGLIO 23 - Anche gli ospiti presentarono varie cose. Quella notte il gruppo Gaulim uscì dall’Istituto e si riunì nel “punto segreto” per partire per Eretz Israel (Aliyah Bet). Andarono via in silenzio, senza far rumore; c’erano molti ospiti nella casa. Gli amici si separarono da loro augurando buon viaggio e un rapido arrivo al confine. Li invidiavamo. Ognuno di noi pensava: quando spiccheremo il nostro volo? Quando sarà il nostro turno? Fuori erano gli ultimi giorni tepidi. Il sole scaldava già debolmente …..

 

FOGLIO MANCANTE - I venti freschi ci dicono che siamo vicini a Purim (14-15 di Hadar, ossia in genere a fine marzo). I due gruppi si organizzano per inviarsi l’un l’altro piatti preparati da loro. Ogni gruppo pubblica un giornale dedicato a Purim. Ci siamo vestiti per la festa di Purim con magnifiche maschere. Gli abiti erano abbastanza belli. A Purim arriva la primavera. Il sole scalda il cuore, la neve fonde, è difficile vivere dentro le stanze. Il sole richiama ai campi, alle strade. Ognuno di noi fa quel che ci proponiamo con gioia ed entusiasmo. E arriva il giorno di festa di Pesach (Pasqua), è arrivata la primavera. La natura, con l’arrivo del bel tempo, ci rende felici. Nell’Istituto fervono i preparativi per un bel giorno di festa. Il gruppo inizia a decorare le stanze, preparare i festoni ecc. C’è grande fermento. Nei corridoi c’era sporco e disordine, ma per Pesach tutto è lavato e in ordine. Le stanze vengono decorate a nuovo. Tutti hanno fatto il bagno e indossato un abito da festa. Eravamo eccitati per il giorno di gioia, la buona giornata di redenzione che gli Ebrei fin dai tempi di Mosè festeggiano recandosi nella Terra di Canaan. Noi celebriamo Pesach rivolti verso Israele.

 

FOGLIO 24 - Ma abbiamo celebrato in modo diverso da quello che abbiamo vissuto con i nostri genitori al Seder tradizionale, con le quattro domande ecc. Nel nostro Seder c’è stata un’altra prospettiva. Dopo la “parata” ci siamo seduti ai tavoli con le tovaglie bianche, su cui c’erano le matzot e il vino, le uova tradizionali, l’acqua salata e molte altre cose buone. Gli amici erano seduti tra i gruppi. Ma non abbiamo fatto le quattro domande e non abbiamo letto l’Hagadah. Abbiamo cantato canzoni allegre e dalla sala da pranzo si sono levati bellissimi canti: “Sui fiumi di Babilonia”, “Là in Israele”, “Evviva, è arrivata la primavera”, “Cantiamo per te”. Molti racconti: “Il gufo di Fishman” e altri ancora che ben esprimono quel che noi diciamo nell’Hagadah. La nuova Hagadah, come l’abbiamo chiamata, è stata organizzata da Ariela, un’insegnante dell’istituto, che vi ha profuso tanto impegno e ha avuto un grande successo. Dopo mangiato siamo andati nella sala per lo spettacolo, abbiamo avuto l’occasione di ascoltare un concerto di famosi interpreti, Torakov ecc., che conoscevamo bene. Il concerto era molto interessante. Dopo tanti anni abbiamo finalmente avuto l’occasione di ascoltare molte canzoni ebraiche tradizionali e seguire recite che ci hanno dato un infinito piacere. Abbiamo potuto ringraziare gli interpreti che erano venuti, soltanto con forti applausi. Dopo il concerto abbiamo ballato sino a tarda notte.

6 Aprile 1947

Oggi, secondo giorno di Pesach, ci sono le competizioni sportive. Lo sport è quanto mai necessario per rafforzare il corpo dei giovani. È molto importante che venga praticato nell’istituto. Tutto il giorno abbiamo avuto incontri con squadre sportive di Rivoli (ginnastica, pallavolo, corsa, salti ecc). Il nostro istituto ha riportato quasi sempre il primo posto. Questo ci ha reso molto felici.

 

Ha Tiul (la gita) Fuori fa ancora buio. Nell’istituto c’è silenzio, si sentono solo i passi delle guardie.

FOGLIO 25 - Si avvicina il secondo anniversario dell’Istituto (ossia siamo alla fine del 1947).

Siamo arrivati a questo giorno come due gruppi diversi. Molto differenti l’uno dall’altro. Molti hanno avuto difficoltà ed esperienze durissime. Soprattutto il gruppo BeMa’AVaQ: nel corso dell’anno si sono avvicendate diverse guide, ognuna rimasta in tale ruolo per breve tempo, e tutto questo può aver creato gravi disagi. Molti compagni del gruppo si sentono in colpa. Per quanto riguarda le guide, ce ne sono anche di molto esperte ma, malgrado il loro lavoro, non si vedono i frutti. Nelle ultime settimane prima dell’unione dei due gruppi nel kibbutz, il BeMaavaq è rimasto senza guida. In quel breve periodo il gruppo si è recato al lavoro con energia ed entusiasmo, e i risultati sono stati soddisfacenti. Questo breve tempo di “indipendenza” (così è stato chiamato) ha portato alla cooperazione e a stringere legami nel gruppo.

La situazione è diversa per quanto riguarda il gruppo LeShichrur. Molti e diversi problemi difficili sono stati risolti nel corso dell’anno. Molti amici sono arrivati nel kibbutz e molti se ne sono andati quest’anno. Lo sviluppo del kibbutz è continuato senza le eruzioni vulcaniche che invece si sono verificate nel gruppo Be Maavaq.

Ci sono stati momenti in cui il gruppo è stato più debole o più forte. Direi che questo gruppo è rimasto legato all’Istituto più nei primi tempi che in quelli successivi. Non è stato facile creare un fondo cassa e depositi comune dei ragazzi e delle ragazze. E neppure l’ingresso del gruppo nel kibbutz è stato semplice, ma il gruppo Le ShiChRUR è riuscito a porre basi più solide rispetto al gruppo Be Ma’AVaQ.

Il 10 settembre (1947) dalla Direzione è arrivata la proposta di unificare i due gruppi in una sola comunità. È chiaro che finché saremo in Istituto lo sviluppo culturale e le varie attività lavorative avranno più la forma di gruppi di lavoro che la forma di vero kibbutz. Ma quando arriverà il nostro turno di partenza saremo un gruppo unico.

 

FOGLIO 26 - Per la seconda volta c’è la necessità d’incorporare l’unità del Bemaavaq che non ha una guida.

Durante l’assemblea del kibbutz (gruppo) LeShachrur la proposta della Direzione è accolta con gioia. È chiaro che se vogliamo essere un kibbutz dobbiamo unirci ad altri compagni, per il fatto che non può esistere un kibbutz di 26 persone. Forse è meglio dire “riunirci”, visto che siamo nello stesso istituto già da un anno intero. Lo stesso giorno si riunisce anche l’assemblea del kibbutz (gruppo) BeMa’AVaQ, e ovviamente se la direzione dice “Sì”, il gruppo dice “No”. Ma dopo alcune riunioni riescono ad accordarsi per il “Sì”.

In questo modo si diventò un kibbutz vero. L’assemblea dei responsabili si sarebbe dovuta tenere sabato 16 settembre. Ma per diverse ragioni ebbe luogo il 23 settembre.

Dopo l’unione dei due kibbutz iniziava un’era nuova, che esigeva molto lavoro e molti sforzi da tutti i compagni e da ogni singolo membro. All’assemblea del kibbutz fu eletta una nuova Segreteria; ne erano parte Yochanan, Dora, Shisqa, Yahoshua e Zvi. C’era molto lavoro per la nuova Segreteria, per esempio riunire i depositi e costituirne di nuovi, riunire le casse dei due gruppi, disporre i membri nelle stanze ecc. In particolare discutemmo tra noi le difficoltà che si presentavano per la scelta delle stanze. Abbiamo già descritto le reticenze e le discussioni tra i compagni. L’assemblea della Segreteria decise di dividere i componenti del kibbutz in camerate A e B. I risultati furono molto buoni. Così furono superati i malintesi. Apparve chiaro che ogni membro del kibbutz era mosso da una forte volontà e aspirava a una vita sociale nel kibbutz. Incominciò a formarsi un comitato per promuovere incontri culturali. Le conferenze erano brevi, ma era molto importante che i compagni del kibbutz gestissero gli incontri, questo aumentava in noi il senso d’indipendenza e di responsabilità. In breve tempo fu creato il “Gruppo di studio dell’ebraico parlato” il cui proposito era diffondere la lingua ebraica nel kibbutz.

                                                                                                                                            

FOGLIO 27 - I compagni cominciarono a scrivere articoli in ebraico su un foglio appeso al muro. Persone che non l’avevano mai fatto prima iniziarono a scrivere in ebraico. Il primo shabbat vide molti membri parlare in ebraico. Il kibbutz tendeva ad allontanare quei compagni che non erano disposti, a causa dei genitori o per altri motivi, a seguire il cammino del kibbutz. Dovevamo sforzarci di cooperare tra noi e a vivere in società, fare in modo che ogni compagno fosse coinvolto, solo così avremmo potuto affrontare tutte le difficoltà che avremmo trovato sulla lunga strada del kibbutz.

 

Le ragioni della decisione della creazione di uno Stato ebraico

Ed ecco giunse la notizia che ci avevano preparato l’Aliyah (‘salita’ a Gerusalemme) e questo ci fece un’impressione straordinaria. Dopo 2000 anni di sofferenza a denti stretti, derisi dagli altri popoli, sembra che il popolo ebraico sia degno di vivere nel consesso delle altre nazioni indipendenti grazie al voto favorevole di 33 nazioni (29 novembre 1947). Questo significa che il popolo ebraico ha la possibilità di rinascere di nuovo in seno alla famiglia delle nazioni. Ha ricevuto di bel nuovo la possibilità di impreziosire i tesori del mondo con la sua creatività e di avere peso con la sua parola. Quel giorno fu così importante in tutto il mondo, una giornata indimenticabile! Anche nell’Istituto, naturalmente, non facemmo lezione e festeggiammo tutta la notte in un’atmosfera gioiosa. Si elevarono canti e poesie sulla creatività e la fiducia nel futuro. Poi Yakov chiese la parola. Sottolineò che questa grande svolta negli avvenimenti che riguardano gli Ebrei non deve celare alla nostra vista la lotta per raggiungere la meta e che le nuove conquiste sono ottenibili soltanto con il lavoro duro, con la tenacia che abbiamo praticato sino a oggi. Dopo Yakov parlò il compagno Cohen. Con una lunga analisi sostenne che le visioni diventano realtà per quelle generazioni che lavorano con fatica per realizzarle. I pionieri dimostrano di poter realizzare il proprio sogno soltanto con il lavoro e il coraggio. Si augurò che il lavoro non venisse interrotto e che la generazione dei giovani si prendesse cura di salvare il popolo intero. Dopo di lui prese la parola Israel Gutman.

                                                                                                                                            

FOGLIO 28 - Lui spiegò che i membri dell’organizzazione HaShomer HaTsair erano lontani dal sostenere il piano di partizione: noi preferiremmo cooperare con gli Arabi alla soluzione di uno stato binazionale. Ma, consapevoli che non è possibile ottenere una soluzione più favorevole, prendiamo atto che questa è una grande conquista dell’idea sionista. Dobbiamo capire che davanti a noi ci sono ancora molte cose da fare, ma questo giorno dobbiamo fare una gran festa. Dopo il discorso celebrammo con LeChaim (brindisi alla vita) il nuovo Stato di Israele e mangiammo i cibi che avevamo preparato. Dopo di che ballammo.

La decisione presa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite è una gran cosa, ma non dobbiamo abbassare le braccia e aspettare che il lavoro lo facciano altri. È un lavoro che va fatto dal gruppo. La Segreteria ha risolto molti problemi. È stato approvato il progetto di lavoro del comitato culturale. Chi organizza il lavoro segue un metodo. Non deve collocare le persone al lavoro a seconda di come gli va, ma seguendo un percorso preciso, che va da A a B. I lavori sociali non sono più un diritto ma un obbligo. Il magazzino è stato ampliato. Chiunque riceva un pacco deve portarlo in magazzino. La Segreteria decide il destino del pacco. Il gruppo culturale ha iniziato a fare progetti, tiene conferenze e incontri di interesse per la collettività. Ci sono state conferenze di Yochanan sulle rivoluzioni. Per qualche motivo non è stata tenuta una conferenza sulla Rivoluzione di Ottobre. Ma al suo posto ne abbiamo avuta una sull’Unione Sovietica, abbastanza ben organizzata. Si è discusso su molti temi importanti, prendendo anche posizione. Poi ci sono stati incontri sulla storia delle civiltà. Il gruppo fa in modo di accontentare i cuori di tutti. Il lato negativo è che alle conferenze sui temi toccati non segue un dibattito. È stata creata una sezione per quelli che parlano ebraico, che all’inizio ha lavorato molto bene. Hanno avuto incontri con un ragazzo che parlava bene ebraico e leggevano racconti tipo “Ha Muksan”. Per iniziativa del gruppo è stato organizzato il “Sabato ebraico”, l’ebraico la sera di Shabbat (venerdì sera) ed è uscito il primo giornale in ebraico. È stata accolta la proposta di darsi da fare per accettare la lettera “ain”.

                                                                                                                                            

FOGLIO 29 - Di solito la propaganda ha successo, ma molti compagni non sono così favorevoli a realizzare questi obbiettivi. Abbiamo fatto sapere che vogliamo fare una gita, uscire dall’Istituto. Sono stati effettuati controlli che di solito non si fanno. La maggioranza si è sottoposta ai controlli ed agli esami con serietà, mentre una minoranza dalla volontà debole dormiva. In previsione della gita è chiuso anche l’ORT, l’Organizzazione che offre corsi di avviamento professionale. Abbiamo sostenuto gli esami di agricoltura con grande soddisfazione degli insegnanti dell’ORT.

Per lunedì 22 dicembre 1947 è stata allestita una festa a cui abbiamo invitato degli ospiti. La festa ha avuto grande successo.

Per il sabato successivo è stata fissata la festa della nostra separazione dal kibbutz. In quel giorno dobbiamo portare la bandiera e la materia d’esame che abbiamo scelto al raduno del kibbutz. Dopo la festa di separazione siamo pronti a percorrere la strada della realizzazione delle nostre idee, della creazione e del lavoro nella Terra d’Israele, la nostra Patria.

 

Festa del 7 gennaio 1948 “Le Aliyah, Le hityashvut, ve le Haganah” (immigrazione, insediamento e difesa). Queste sono le nostre parole d’ordine: ecco è giunta l’ora in cui dobbiamo realizzare quel che è stato scritto.

Davanti a noi c’è l’Aliyah e anche l’ordine di contribuire ora alla difesa con tre persone. Questo è un momento molto difficile per Israele e dobbiamo dare tutto di noi stessi affinché non venga meno il successo, raggiunto fino a oggi, dei pionieri nella costruzione di Israele. L’Haganah è l’esercito popolare pronto a difenderla. I compagni del kibbutz ne capiscono l’importanza, e qui tutti rispondiamo unanimi: “Siamo pronti ad andare”.

Il kibbutz ha scelto per l’Haganah i compagni Moshé Pozniaq, Moshé Pokorni e Arié Vansober. Abbiamo deciso di festeggiare a parte gli amici che per la prima volta entrano nell’Haganah. Questa sera sarà anche la nostra ultima sera in Istituto, perché il giorno 8 gennaio ci dobbiamo trovare a Genova.

Dopo un lungo canto, Yakov ci racconta dell’importanza dell’Haganah in Terra d’Israele. Ci parla delle tribolazioni e delle difficoltà degli Ebrei nella Diaspora, perché non sapevano come difendersi in caso di necessità. C’è sempre stato spargimento del sangue di Ebrei. Ci racconta delle difficoltà all’inizio e di quelle che sopraggiunte ora, dopo che è stato insegnato agli Ebrei a difendersi dai nemici.

 

FOGLIO 30 - Ora che in Terra d’Israele abbiamo l’Haganah possiamo essere in grado di resistere agli Arabi se è necessario. Alla fine Yakov augura ai compagni dell’Haganah di avere successo e di non dimenticare il kibbutz. Brindiamo tutti in loro onore. Dopo Yakov prende la parola il Signor Cohen, che ci racconta in breve lo sviluppo dell’Istituto grazie alle nostre mani. Anche Sander si congeda da noi. Freddy porta gli auguri del suo gruppo. Dopo la festa balliamo.

Durante la festa arriva la notizia che non possiamo ancora partire per Genova, sicché è inutile alzarsi alle 4 del mattino, perciò rimarremo più a lungo in Istituto. Di nuovo disfiamo i bagagli, quelli che ci hanno accompagnato fino a ora e che ci accompagneranno per tutta la strada dell’Aliyah. Per un tempo lungo? O per poco tempo? Se sapessi la risposta sarei felice. Ma questo non possiamo saperlo, il nostro desiderio è raggiungere presto la nostra meta, Israele, e separarci dai bagagli per sempre. Per ora lasciamo la casa dove abbiamo vissuto per più di un anno. Com’è caro per noi ogni oggetto che si trova nell’Istituto. Guardi una decorazione, la sala di lettura, la sala per gli spettacoli. Dappertutto c’è il segno del nostro lavoro. Stiamo per abbandonare questo luogo in cui ci hanno insegnato a non vivere inutilmente, a conoscere la vita e saperla vivere.

Abbiamo imparato a non aver paura…Mi ricordo alcune parole del corso di lingua russa: “Si deve vivere in modo che nel giorno della morte tu sappia che non sei vissuto invano”. Non è semplice, ma dobbiamo ricordarcene.

 

Mi guardo attorno. Com’è bello qui. Vedo le montagne coperte di neve. Ecco, lassù vedo l’antico castello che abbiamo visitato a primavera (Sacra di San Michele). Le rovine del castello, la montagna su cui sorge una croce (il Musinè).  Mi ricordo il lago.  Sembra di esserci stati solo ieri!  Com’era bello il lago a primavera e come è bello persino in questa stagione. Quante ore magnifiche abbiamo trascorso sul lago? Quante volte siamo andati in barca, ci siamo dondolati sull’altalena? Quante passeggiate e in quanti posti abbiamo giocato su quelle montagne.  Allora tutto questo non ci era così caro come oggi, l’ultimo giorno, in cui dobbiamo abbandonare questo posto. Probabilmente per l’ultima volta.

 

FOGLIO 31 - E lo vediamo. Per l’ultima volta ripassiamo le varie tappe. Eccoci qui, stiamo per abbandonare l’Istituto, è difficile da credere, ma questo non è un sogno. Siamo pronti con i nostri bagagli nel punto dell’Aliyah. Abraham se ne è andato augurandoci buon viaggio e un rapido arrivo in Terra d’Israele.

Cantiamo “Noi facciamo Aliyah”. Ecco siamo arrivati davvero alla partenza: “Noi facciamo Aliyah e cantiamo sulle rovine e sui cadaveri, conoscendo, o non conoscendo, la strada da intraprendere”.

Ognuno nel suo cuore pensa a questo: la stazione, il treno arriva e noi siamo già lì, per l’ultima volta io guardo Avigliana. Shalom a te, Avigliana! È tutto vero. Qui siamo stati bene. Ma il nostro posto non è qui. Ci aspetta, laggiù, lontano, la nostra Patria e noi siamo pronti a costruirla e a difenderla.

 

Ultimi giorni di viaggio

Ed eccomi in viaggio. Alle 6 di sera dell’11 gennaio 1948 ci siamo congedati da Avigliana. Dove andiamo? Ognuno di noi si pone questa domanda. Ma nessuno può dare una risposta precisa. Chi dice a Roma, chi a Genova. Neppure la Segreteria lo sa esattamente. La sola cosa importante è che sappiamo di fare Aliyah e non importa dove ci porti il treno.

Arriviamo a Torino, scendiamo e passiamo su un altro treno ma le cose sono andate diversamente dal dovuto secondo Yakov: nel panico abbiamo preso per sbaglio il treno per Nichelino. Questa è una cittadina italiana a pochi chilometri da Torino, dove c’è una villa isolata, circondata da un’alta cinta, e tutt’attorno ci sono campi e orti.

Qui incontriamo i primi “piaceri” del viaggio. Arriviamo a tarda sera e ci troviamo subito in un altro mondo. Tutte le ragazze sono in una camerata, i ragazzi in un’altra. C’è una discreta confusione, il cibo non è speciale.

La notte del 12 gennaio sappiamo che partiremo fra alcuni giorni.

Trascorriamo il tempo leggendo e giocando e Nick ci insegna nuove danze.

E finalmente arriva il momento tanto desiderato! Seduti stretti gli uni agli altri, siamo su un autobus che ci porterà a Venezia! Da lì spediremo i bagagli e ci metteremo in fila come turisti.

Dopo due giorni, il 16 gennaio, arriviamo a Venezia. Divisi in gruppetti di 7-10 persone, passiamo per stradine piene di negozietti fino ad arrivare alla Casa del Comitato. Qui attendiamo il buio della notte e poi, gruppo dopo gruppo, iniziamo a salire sulla nave che ci porterà sulle coste (del Mandato britannico in Palestina).

 

Yehoshua partì con altri 270 migranti clandestini con la nave “Trentacinque eroi di Gush Etzion” in partenza da lidi vicini a Venezia. Sedici giorni più tardi giunsero ad Haifa e, non avendo permessi di immigrazione, furono deportati dagli Inglesi nei campi per rifugiati nell’isola di Cipro. Qui Yehoshua seguì un corso dell’Haganah e fece parte del Secondo Consiglio dell’Ha-Shomer ha-Tsair.

Yehoshua raggiunse la Palestina soltanto nell’aprile 1948, dopo un periodo di internamento in un campo per DP allestito dagli Inglesi a Cipro. Venne inviato a un corso di preparazione al kibbutz Shaar Ha Golan. Il 18 maggio 1948 le forze siriane lanciarono un attacco a Samakh e alla locale stazione di polizia. Yehoshua morì in questa battaglia, meno di un mese dopo la realizzazione del sogno di raggiungere la Terra di Israele.

Nei pochi giorni vissuti in Israele Yehoshua ritrovò la sorella Miriam, che a tutta prima non lo riconobbe, nella casa di un parente nel Moshav Herut. Dopo questo unico incontro Yehoshua fu arruolato e inviato a supporto della Brigata Golani. Morì nel primo attacco siriano. 

 

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