La Brexit e i timori dell’Irlanda

23/10/2017

L’Irlanda è un’isola, la cui punta settentrionale fa parte del Regno Unito, mentre il resto dell’isola costituisce la Repubblica d'Irlanda. La popolazione dell’isola parla la stessa lingua − anzi le stesse lingue, visto che inglese e gaelico irlandese sono lingue ufficiali in entrambi i paesi − ma per quasi trent’anni gruppi armati di cattolici repubblicani e di protestanti fedeli alla corona inglese alimentarono una guerriglia terroristica che fra la fine degli anni ’60 e il 1998 fece oltre 3000 morti e 50000 feriti.

La comune appartenenza all’Unione Europea ha permesso non soltanto il superamento del conflitto, ma anche una maggiore integrazione fra le due economie e le due comunità dell’Isola. 30000 Irlandesi attraversano la frontiera ogni giorno per lavorare nelle industrie del nord, oltre alle decine di migliaia di cattolici del sud che si sono trasferiti a vivere al nord, perché è più ricco. L’Inghilterra assorbe il 13% delle esportazioni irlandesi ed è la fonte del 24% delle sue importazioni. Ci sono 368 voli la settimana fra Londra e Dublino.

Ora la Brexit crea grandi ansie all’Irlanda, che rimane nell’Unione Europea. Le due parti dell’isola costituiranno mercati separati? Tornerà la rivalità politica e religiosa? Dipende dall’esito delle negoziazioni fra UK e EU, ma sia l’Irlanda sia l’UK vogliono mantenere la frontiera aperta. Però come mantenere il mercato comune? L’Unione Europea ha proposto di considerare come confine dell’Unione il mare tra l’isola irlandese e l’isola della Gran Bretagna, cioè considerare l’Irlanda del Nord non parte dell’UK, ma parte dell’Irlanda, cosa ovviamente non accettabile né per l’UK né per quella parte dei cittadini dell’Irlanda del Nord che ha sempre rifiutato il distacco dall’Inghilterra. Potrebbe riaccendersi la guerra civile?

L’incognita più grave per l’Irlanda è l’aumentata pressione che l’Unione Europea pone alla sua politica nei confronti delle multinazionali. Per attrarre investimenti stranieri dagli anni ’60 l’Irlanda usa incentivi fiscali, cioè fa pagare una percentuale minuscola di tasse sugli utili, e una legislazione sul lavoro molto elastica. Questa politica liberista, sempre appoggiata da Londra, crea risentimenti in paesi come la Francia e la Germania, che tendono a proteggere di più le industrie nazionali, ma anche a imporre loro un alto livello di tassazione e di regolamentazione.

Le politiche liberiste hanno attirato in Irlanda investimenti da molte aziende USA del settore chimico, farmaceutico e high-tech. L’economia irlandese è dunque legata strettamente non soltanto a quella inglese, ma anche a quella USA e alle aziende globali come Apple. Non può perdere questi legami. Nel 2017 la Banca Centrale Irlandese ha pubblicato uno studio secondo cui gli elevati investimenti stranieri e l’elevata produttività favoriscono molto gli investitori, ma lasciano all’Irlanda una quota troppo modesta dei benefici. Il prodotto interno lordo dell’Irlanda ai fini fiscali è del 31% inferiore alla sua produzione totale, perché il 31% non è di proprietà irlandese né viene speso in Irlanda. Però da cinquant’anni gli investimenti stranieri aumentano i posti di lavoro e il benessere della popolazione irlandese, anche se in proporzione modesta rispetto ai benefici che ne traggono gli investitori.

Ora che ai summit dell’Unione Europea i leader di Germania e Francia richiedono in modo più pressante l’armonizzazione dell’imposizione fiscale sulle attività produttive, l’Irlanda teme per il futuro della sua economia. A difendere politiche fiscali di attrazione degli investimenti stranieri dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’EU rimarranno soltanto il Lussemburgo e l’Olanda, oltre all’Irlanda.

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