Il fucile di mio padre
di Hiner Saleem

12/02/2018

L’autore è Hiner Saleem (o Salim), regista curdo che ora vive a Parigi e si è affermato in festival internazionali con pellicole come “Lunga vita alla sposa... e alla liberazione del Kurdistan” e “Vodka Lemon”. Nato nel 1964 ad Aqrah, nel Kurdistan iracheno, Saleem è figlio di un peshmerga che era il telegrafista personale del generale Barzani (capo carismatico della lotta curda e padre dell’attuale leader del partito democratico del Kurdistan, Masoud Barzani).

Ne “Il fucile di mio padre” narra in prima persona la storia della sua famiglia − simile a quella di migliaia di altre famiglie curde irachene − dagli anni ’70 agli anni ’90, quando fuggì all’estero all’età di 17 anni.

Scritto in modo scorrevole, con taglio cinematografico, è un libro breve ma molto denso, in cui la storia dell’Iraq e dei Curdi iracheni non fa solo da sfondo a un racconto autobiografico, ma è vera e propria coprotagonista.

 

Ecco un estratto:

«Il mio nome è Azad Shero Selim. Sono il nipote di Selim Malay. Mio nonno aveva uno spiccato senso dell’umorismo. Diceva di essere nato curdo, in una terra libera. Più tardi, erano arrivati gli ottomani che avevano detto a mio nonno: tu sei ottomano, e lui era diventato ottomano. Alla caduta dell’impero ottomano, era diventato turco. Dopo la partenza dei turchi, era tornato a essere curdo durante il regno di Cheikh Mahmoud, il re dei curdi. Con l’arrivo degli inglesi, mio nonno era diventato suddito di Sua Graziosa Maestà; aveva persino imparato qualche parola in inglese.

Gli inglesi hanno inventato l’Iraq e mio nonno è diventato iracheno, ma non ha mai scoperto il segreto nascosto in quell'appellativo: Iraq, e fino al suo ultimo respiro, non è mai andato orgoglioso di essere iracheno; e nemmeno suo figlio, Shero Selim Malay. Ma io, Azad, ero ancora un bambino».

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