Dazi, commercio e sicurezza: cambia la tattica, non lo scopo degli USA

13/03/2018

Nella stessa settimana in cui il presidente degli USA ha firmato l’imposizione di dazi su acciaio e alluminio, 11 paesi del Pacifico (Canada, Messico, Perù, Cile, Australia, Giappone, Nuova Zelanda, Malesia, Singapore, Borneo, Vietnam) hanno firmato la Comprehensive and Progressive Trans-Pacific Partnership (CPTPP), da cui gli USA si sono autoesclusi.

Perché la politica di libero mercato regolato da organismi sovranazionali, che è stata cavallo di battaglia dell’Occidente sotto guida americana dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, è improvvisamente abbandonata proprio dagli USA, fra le proteste del resto del mondo?

Imporre un dazio del 25% sull’acciaio importato (il 10% sull’alluminio) significa che le aziende americane che usano l’acciaio per i propri prodotti avranno costi più alti, forse troppo altri rispetto ai concorrenti all’estero. Occorrerà limitare anche le importazioni di prodotti fatti in Europa o in Canada con acciaio acquistato al prezzo internazionale? Probabilmente sì, e questo darebbe il via a guerre commerciali: l’Europa, il Canada o altri partner potrebbero imporre dazi sui prodotti americani per ritorsione. Il rischio c’è, ed è grave. Ma perché Trump e i suoi consiglieri fanno questo passo, se è chiaro che è rischioso? 

Gli USA oggi ritengono che le istituzioni sovranazionali create per gestire ordinatamente il commercio globale (in primo luogo il WTO), così come le istituzioni sovranazionali per gestire i conflitti e le emergenze umanitarie globali (varie agenzie ONU), o le alleanze militari create per difendere l’Occidente (NATO) sono state usate e sfruttate a proprio favore dagli altri paesi al mondo, mentre a pagarne i costi sono stati quasi soltanto gli Stati Uniti. Ma ora gli Stati Uniti non se lo possono più permettere. Non si tratta soltanto di costi economici, ma di pericoli per la sicurezza nazionale. La Cina (dove le materie prime e le aziende che le trasformano sono quasi tutte di stato e operano a prezzi politici, non a prezzi di mercato) produce enormi quantità di acciaio a prezzi tanto bassi (tabella a lato) da mettere in difficoltà la maggior parte dei produttori negli altri paesi del mondo, che corrono i rischio di chiudere. La Difesa americana ha dichiarato che questa situazione è un pericolo per la sicurezza nazionale. Perdendo gli impianti per la produzione di acciaio, il paese perderebbe la possibilità di costruire, di trasportare, di difendersi, se non con la collaborazione della Cina nel fornire l’acciaio. L’acciaio è un prodotto di importanza strategica cui un paese non può rinunciare, così come l’energia o i prodotti alimentari di base: non si può dipendere dall’estero per le necessità primarie della popolazione e per la difesa del territorio.

Un altro motivo per prendere decisioni unilaterali immediate anziché procedere attraverso le istituzioni sovranazionali è che, secondo Trump (e non solo), le istituzioni sovranazionali non sono efficienti: sono lente, hanno complesse e costosissime burocrazie, sono bloccate nelle decisioni dagli interessi contrastanti dei membri. Ricorrere agli organismi sovranazionali e fare lobby per cambiare la situazione richiederebbe almeno un lustro, e anche dopo un lustro il cambiamento potrebbe non avvenire. Ma gli USA avvertono che la loro preponderanza economica, tecnologica e militare non è più indiscussa come in passato, che nell’arco di un lustro la Cina potrebbe diventare tanto potente, alleandosi con altri paesi quali la Russia o l’Iran, ad esempio, da averne davvero paura. Trump ritiene che gli USA non possano permettersi il lusso di attendere, che debbono agire ora, subito, finché hanno ancora abbastanza potere per condizionare gli alleati. Protesta il Canada? Protesta l’Unione Europea? Protesta il Messico? Trump scommette che, dopo che avranno protestato e avranno minacciato ritorsioni, faranno i conti con la realtà e finiranno con l’accettare di discutere faccia a faccia come modificare i rapporti, come modificare i regolamenti. 

Trump non vuole più negoziare accordi di gruppo che coinvolgono decine di stati. Finché l’America è ancora lo stato più potente e il maggiore mercato al mondo per i prodotti di tutti gli altri paesi, vuole accordi a due fra stato e stato, negoziabili, applicabili e modificabili direttamente dai due stati.

Trump non vuole più negoziare accordi di gruppo che coinvolgono decine di stati, perché l’applicazione di questi accordi richiede la creazione di una istituzione a se stante, un’altra burocrazia costosa e politicamente bloccata. Perciò è uscito dai negoziati per l’accordo fra i paesi del Pacifico, che Obama invece voleva, perché lo vedeva come un sistema di contenimento della potenza cinese. Secondo Trump si trattava invece di un sistema sbagliato per raggiungere lo scopo. Trump vuole accordi a due fra stato e stato, negoziabili, applicabili e modificabili direttamente dai due stati. Finché l’America è ancora lo stato più potente e il maggiore mercato al mondo per i prodotti di tutti gli altri paesi, è forte nella trattativa a due – ma fra cinque anni la situazione potrebbe essere cambiata. Trump sente che l’America non ha tempo da perdere, deve agire rapidamente per mettere in sicurezza la propria economia e difendere il suo primato. 

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Trump ha più o meno le stesse paure che aveva Pericle e che probabilmente sono alla base della guerra contro Sparta che stava emergendo come potenza. La storia non si ripete, ma talvolta ci sono analogie interessanti.