Siria: che prospettive?

16/04/2018

Dopo giorni di tensione e di incertezza il 13 aprile (2018) gli USA, la Francia e l’UK hanno bombardato alcuni centri in cui il governo siriano di Assad probabilmente produce e/o immagazzina le armi chimiche che spesso usa (non è la prima volta) contro la sua stessa popolazione: sia contro i ribelli sia contro i civili intrappolati nelle zone in mano ai ribelli. È stato un gesto di ‘punizione’ per l’uso di armi chimiche che tutti i pasi dell’ONU hanno concordemente deciso di bandire – che invece negli anni ’80 furono usate in Iraq e nel Kurdistan dal dittatore Saddam Hussein, e che dal 2014 sono usate da Assad contro le sacche di resistenza al suo regime. Questo gesto dimostrativo non cambia la situazione sul terreno, ma chiarisce che cosa è possibile e che cosa non è possibile prevedere per l’assetto futuro della Siria.

L’attacco è stato condotto tre giorni dopo il suo annuncio, per dare il tempo ai Russi e agli Iraniani presenti in Siria di ritirarsi dalla zone di possibile attacco, evitando così la possibilità di uno scontro accidentale fra USA e Russia, o fra USA e Iran, che infatti non c’è stato. Questo dimostra che sia la Russia sia gli USA sia l’Iran non intendono arrivare allo scontro diretto per la Siria. D’altra parte Trump ha ribadito pubblicamente che l’esercito USA deve lasciare al più presto il Medio Oriente. Ma il fatto che gli USA abbiano agito con determinazione e abbiano preso posizione in modo così netto contro ‘il macellaio Assad’, come l’ha definito Trump, significa che gli USA non intendono accettare nessuna soluzione concordata per la Siria che preveda che Assad rimanga al potere. Assad se ne deve andare, ha tormentato troppo il proprio popolo. In Siria dovrà esserci un nuovo governo. La Turchia ha subito plaudito alla posizione americana.

Due questioni connesse all’assetto futuro della Siria emergono ora in primo piano: la questione curda e le minacce dell’Iran a Israele.

La questione curda preoccupa soprattutto la Turchia, oltre all’Iraq e alla Siria. Ma riguarda anche l’Iran, perché Iraq e Siria sono i territori in cui l’Iran cerca l’espansione. L’eventuale creazione di un’entità politica curda autonoma fra Iraq e Siria spaventa la Turchia, che ha un gran numero di Curdi al proprio interno, perché questi potrebbero volere la secessione. Ma spaventa anche l’Iran, perché i Curdi potrebbero diventare la ‘quinta colonna’ dell’Occidente nella regione, proprio come Israele.

Ora che la guerra civile siriana volge alla fine, sia Hezbollah sia le milizie iraniane nel sud-ovest della Siria hanno preso a lanciare razzi su Israele, che risponde bombardando i luoghi da cui partono i razzi. Né i Siriani né gli Iraniani né Hezbollah danno pubblicità a questi eventi, di cui perciò i giornali non parlano − soltanto le agenzie di stampa ne danno scarna informazione. Però questi eventi stanno diventando frequenti. Né gli Stati Uniti né la Russia vogliono che Israele venga attaccato dall’Iran e dalla Siria, perché sarebbe l’avvio di una nuova guerra regionale, in cui nessuno vuole essere coinvolto (salvo ovviamente l’Iran, che vuole raggiungere l’obiettivo di estendere il suo potere fino alle coste del Mediterraneo).

Nelle trattative per il riassetto della Siria dopo la fine della guerra civile e della guerra all’ISIS, entrambe ormai agli sgoccioli, le potenze regionali e globali coinvolte debbono ora affrontare la situazione dei Curdi e di Israele, per trovare un accordo.

In preparazione di un possibile scontro Iran-Israele i paesi arabi stanno cercando di attenuare e risolvere la questione palestinese. La Lega araba sta discutendo della questione proprio in questi giorni di aprile. Dopo aver alimentato l’irredentismo palestinese per 60 anni, ora gli stati arabi cercano di acquietarlo, perché hanno bisogno che Israele sia forte contro i possibili attacchi dall’Iran. Israele è oggi il baluardo anti-Iran nella regione, anche a protezione dei paesi arabi sunniti. 

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