La questione palestinese, Gaza e i cambiamenti in atto in Medio Oriente

20/05/2018

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Un altro giro di proteste a Gaza – innescato dall’apertura dell’Ambasciata USA a Gerusalemme il 14 maggio, giorno del 70° anniversario della Nakba o “catastrofe”, termine palestinese per l’allontanamento dalle loro case durante la guerra Arabo-Israeliana del 1948 – mette in risalto che cosa è cambiato e che cosa non lo è.

La questione palestinese è da lungo tempo uno strumento usato dai governanti regionali per vincere le elezioni o sostenere la propria legittimità e reclamare la leadership del mondo musulmano. Nelle parole di Limes (15 maggio 2018): “sul piano regionale, la questione palestinese e quella ancor più spinosa di Gaza possono sempre tornare utili. Lì c’è sempre gente pronta a mordere e ad abbaiare contro il nemico sionista. Che sia la Turchia ieri o l’Iran oggi, quando bisogna impegnare lo Stato ebraico su più fronti o esercitare pressioni a destra perché si muova qualcosa a sinistra, Gaza è sempre un bottone facile da premere”.

Ma nell’ultimo decennio è lentamente cambiato il valore della questione palestinese per la leadership dei musulmani. All’Iran la crisi di Gaza offre un’opportunità straordinaria. I Palestinesi si sentono abbandonati da buona parte del mondo, persino dal loro stesso governo, l’Autorità Palestinese. Ma l’Iran ha appena combattuto apertamente con Israele al confine con la Siria, anche se ne è uscito malconcio. Accusati dai critici interni di sprecare risorse in inutili avventure all’estero, i governanti iraniani possono giocare politicamente la carta del sostegno ai Palestinesi presso la propria opinione pubblica.

La crisi di Gaza è pericolosa per Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità Palestinese, che vuole tamponare l’influenza iraniana nel West Bank in collaborazione con Israele, perché l’Iran sostiene e arma Hamas, nemico politico di Abbas.

La Turchia di Recep Tayyip Erdogan, rivale dell’Iran per l’egemonia politica sulla regione, usa la crisi di Gaza per rafforzare le proprie credenziali di leader dei musulmani. Anche all’interno Erdogan deve convincere i concittadini che la sua retorica religiosa ha un significato. Offrendo aiuto a Gaza e rompendo i legami diplomatici con Israele, Erdogan segna punti politici in patria. Bernard Lewis ha scritto recentemente che la Turchia sarà l’Iran di domani, e l’Iran la Turchia. L’Iran prima o poi rovescerà il regime e di nuovo si unirà alla comunità delle nazioni. La Turchia, invece, tornerà al suo ruolo di paese a capo del mondo sunnita dominato dalla sharia, contro l’Occidente.

Il Qatar sfrutta la crisi di Gaza per riguadagnare influenza. Era il maggiore benefattore di Gaza finché le sanzioni imposte dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, che l’accusano di sostenere il terrorismo, lo hanno obbligato a fare un passo indietro. Ora la crisi umanitaria a Gaza e la condanna pan-islamica di Israele possono ridare un po’ di lucentezza alla reputazione del Qatar come piccola potenza di grande peso politico.

Per l’Arabia Saudita e gli stati del Golfo il problema Palestinese è una sgradita distrazione da una nascente solidarietà con Israele in nome della comune paura dell’Iran. I sudditi delle monarchie arabe che sono fieramente contrari alla politica di avvicinamento a Israele sono anche pericolosamente ostili alle monarchie, come i simpatizzanti di al-Qaeda e dello Stato Islamico. Ma per l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain Israele è un baluardo difensivo contro l’Iran, il che ha un grande valore geopolitico.

In quanto a Israele la crisi a Gaza non è più il pericolo più grave. Il pericolo maggiore oggi è l’Iran, che potrebbe mettere a rischio tutto il confine con la Siria e il Libano. Nemmeno un’altra intifada farà cadere Israele, se anche le proteste si estendessero al West Bank, purché la crisi non combaci con un attacco iraniano lungo tutti i confini.

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