La nuova politica dell’India sui mari

29/10/2018

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Nonostante abbia 7200 chilometri di costa, l’India non ha mai avuto grandi ambizioni marittime. Non ne ha mai avuto bisogno né per difendersi né per assicurarsi risorse essenziali. Il suo territorio è circoscritto e protetto a nord dall’Himalaya, a est da foreste tropicali, a ovest dai deserti, per il resto dal mare. Qualunque potenziale invasore dovrebbe fare i conti con l’enorme estensione del territorio e con la densità della popolazione, impossibile da soggiogare, perché l’India ormai ha il secondo maggior numero di abitanti al mondo, di poco inferiore a quello della Cina. Gli invasori del passato, i Mogul del XI secolo e gli Europei del XVIII, riuscirono a conquistare parte del territorio soltanto giocando sulla rivalità fra diversi signori locali.

 

I governi indiani post indipendenza hanno sempre concentrato ogni cura nel coltivare la coesione interna e promuovere lo sviluppo interno. Gli occasionali scontri con il Pakistan e le scaramucce alla frontiera con la Cina sono state di poco conto. Oggi però l’India deve uscire dall’isolamento, perché ha bisogno di accelerare lo sviluppo per poter fornire lavoro e cibo a tutta la popolazione, e per far questo deve modernizzare la produzione e assicurarsi fonti di energia. Lo scorso anno il 47% dell’energia usata in India è stato importato dall’esterno. L’80% della benzina è importata. La necessità di energia dell’India dovrà aumentare ancora molto, prima che l’intero paese goda di un sufficiente livello economico.

Perciò l’India vuole avere una presenza navale accanto agli stretti che controllano il passaggio dell’energia dalla penisola arabica verso il resto del mondo, incluso il Corno d’Africa. Inoltre il 40% dell’intero commercio dell’India passa attraverso lo stretto di Malacca, e lungo le coste dell’Oceano Indiano cresce la presenza di porti e di basi cinesi. Cina e India, i due paesi più popolosi del mondo, si temono a vicenda, si guardano con sospetto. 

La marina militare indiana è debole e tecnologicamente obsoleta, ma l’India ha deciso di investire pesantemente nel suo ammodernamento e acquistare o costruire sottomarini nucleari, aerei da ricognizione e da combattimento, portaerei militari

Per garantirsi l’accesso a mari aperti, anche se le sue coste sul Mar Cinese dovessero essere bloccate da flotte ostili, la Cina sta costruendosi una ‘collana di perle’, cioè una serie di porti nell’oceano e nei mari a est e a ovest dell’India, serviti da strade e ferrovie che raggiungono l’interno della Cina circondando l’India. È ovvio che la Cina vorrà prima o poi costruire anche basi militari per proteggere queste preziose infrastrutture, in quello che l’India considera ‘il cortile di casa’. Perciò l’India sta a sua volta cercando di espandere la propria presenza sulle coste e sui mari, incluso il ‘cortile di casa’ della Cina.

La marina militare indiana è debole e tecnologicamente obsoleta, ma l’India ha deciso di investire pesantemente nel suo ammodernamento e acquistare o costruire sottomarini nucleari, aerei da ricognizione e da combattimento, portaerei militari.

La prima, per ora unica, base militare all’estero dell’India è in Tajikistan, da dove può sorvegliare le mosse sia del Pakistan sia della Cina in Asia Centrale. Ma le discussioni sono in corso con altri paesi del sud-est asiatico, parimenti allarmati dall’espansione cinese. L’obiettivo comune è poter sorvegliare gli stretti attraverso cui la marina cinese sarebbe costretta a passare per attaccare i vicini: Malacca, Sunda e Lombok. 

L’India ha già il controllo di alcuni arcipelaghi ben posizionati: le 527 isole dell’arcipelago Andaman e Nicobar, a sud del Myanmar, vicino agli stretti di Malacca. Lì l’India sta rafforzando attrezzature di sorveglianza e di intervento rapido, che presto includeranno anche navi militari e una squadriglia aerea. Inoltre l’India e l’Indonesia stanno discutendo la possibilità per le navi indiane di utilizzare il porto di Sabang, a nord di Sumatra, e altri porti indonesiani vicini agli stretti di Sunda e di Lombok. Una nave militare indiana ha già fatto una pima visita al porto di Sabang, e si fanno progetti per il suo ampliamento.

Un accordo è stato raggiunto lo scorso anno fra l’India e Singapore per l’utilizzo incrociato di servizi logistici nei porti di entrambi i paesi, inclusa la base navale di Changi usata anche dalla marina americana. Altri accordi di collaborazione sono in via di sviluppo con il Vietnam, dove le navi indiane potrebbero presto avere accesso al porto di Nha Trang, non lontano dall’isola cinese di Hainan.

Verso ovest l’India sta sviluppando accordi di collaborazione per l’uso sia di porti sia di aeroporti in Oman, sullo stretto di Hormuz, in posizione utile per la sorveglianza del rivale Pakistan, oltre che degli stretti. Lo scorso marzo l’India ha anche stipulato un accordo con la Francia per l’utilizzo dei servizi della base di Gibuti e Abu Dhabi.

I rapporti dell’India con l’Iran tendono a essere buoni. È indiana la ditta che ha vinto il concorso per la costruzione del porto di Chabahar, che l’India spera di poter usare in futuro per aprire un commercio diretto con l’Afghanistan, senza dover subire blocchi dal Pakistan.

L’India esercita una certa egemonia sulle isole Mauritius, sulle Seychelles e alle Maldive, dove larga parte della popolazione è di origine indiana, indiana è la comunità commerciale. Proprio in queste isole i Cinesi offrono di costruire infrastrutture portuali e aeroportuali moderne e propongono contratti commerciali o insediamento di fabbriche, con grande preoccupazione dell’India. In tutte queste isole-stato i due paesi sostengono e sono sostenuti da partiti politici concorrenti, rivali per i poteri di governo. L’India non ha capitali da investire paragonabili a quelli della Cina per convincere questi paesi a cooperare, ma può spesso contare sull’appoggio di paesi occidentali che hanno basi in loco o nelle vicinanze, come la Francia o gli Stati Uniti.

L’India ha firmato un patto di alleanza con il Giappone, l’Australia e gli USA, chiamato QUAD. Anche il Giappone e l’Australia stanno ampliando la sfera della loro presenza lungo le coste, per mettersi in posizioni di vantaggio nel caso – per ora alquanto remoto − che la Cina dovesse diventare ostile. 

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