Un Iraq senza energia, nonostante il suo petrolio

14/12/2018

L’Iraq, che è sempre stato un grande esportatore di petrolio, soffre di una grave carenza di energia elettrica. Blackout e cali di tensione sono comunissimi, specie in estate. Le infrastrutture di produzione e distribuzione di energia sono state pesantemente danneggiate dallo Stato Islamico, ma già prima presentavano grosse problematicità. Gran parte dell’elettricità irachena è prodotta da vecchie turbine a gas e vecchie turbine a vapore che impiegano gas o diesel per produrre vapore; l’energia elettrica arriva poi agli utilizzatori finali attraverso una rete di distribuzione decrepita in cui le perdite si aggirano intorno al 50%.

L’Iraq ha iniziato a costruire centrali elettriche più efficienti, a ciclo combinato, ma ha carenza sia di gas per alimentarle (il gas che esce dal terreno insieme al petrolio viene bruciato anziché essere utilizzato, con grave danno dell’ambiente), sia dell’acqua necessaria ad azionare le turbine, persino in territori acquitrinosi come quelli attorno a Bassora. Il gas che si crea come sottoprodotto della produzione del greggio potrebbe essere utilizzato se si facessero gli investimenti necessari per catturarlo, ma non sono stati fatti. Ma se anche l’Iraq trovasse il modo per recuperare tutto il gas che ora va perso, avrebbe comunque bisogno di importarne: ne consuma già 9,4 miliardi di metri cubi all’anno e le nuove centrali elettriche che presto entreranno in funzione ne richiederanno ulteriori 15 miliardi. L’Iraq importa gas dall’Iran, ma ora le sanzioni americane all’Iran impediscono di aumentare i contratti di fornitura.

La priorità è trovare i finanziamenti per riparare e costruire infrastrutture energetiche, ma anche nella gestione economica dell’energia ci sono grossi problemi di fondo da risolvere. Lo stato fatica a raccogliere le tasse sull’elettricità (nel 2017 si stima sia stato recuperato solo il 28%) e inoltre vende l’energia sottocosto, a prezzi troppo bassi per coprire i costi di produzione, trasmissione e distribuzione. Secondo le stime della Banca Mondiale tra le inefficienze nella raccolta delle tasse e la carenza di infrastrutture le perdite nel settore dell’energia costano il 5,2 % dell’intero PIL iracheno, senza contare l’enorme spesa necessaria per tenere in piedi il Ministero preposto, che ha più di 100000 impiegati.

Riformare il settore non è semplice ed è questione spinosa dal punto di vista politico. Tagliare le forniture a chi non paga le bollette porterebbe di certo a dimostrazioni di piazza, ma si otterrebbe lo stesso esito anche se si decidesse di aumentare le bollette o di ridurre il personale del Ministero, dato che la disoccupazione è una delle questioni centrali nel dibattito politico del paese. Non avendo alternative politiche facilmente praticabili, l’Iraq è costretto a continuare a produrre quanta più energia elettrica possibile e utilizzare una grande fetta del budget federale per gli investimenti nel settore, nella speranza di riuscire a recuperare le perdite.

Baghdad ha accumulato ritardi nei pagamenti delle importazioni dall’Iran e durante l’estate Teheran ha tagliato le forniture, contribuendo a causare i blackout che hanno condotto alle proteste nella regione di Bassora lo scorso settembre. Nel bilancio 2019 l’Iraq ha destinato 1,2 miliardi di dollari al pagamento dei debiti arretrati per elettricità e gas; considerando che la domanda continuerà ad aumentare del 7-10% all’anno, Baghdad deve assolutamente trovare il modo di aumentare produzione ed efficienza.

Negli ultimi anni l’Iraq ha pensato che la risposta ai suoi problemi energetici fosse l’Iran che, ben felice di rafforzare la sua influenza sul paese vicino, ha colto la palla al balzo. Nel 2013 l’Iraq ha firmato un accordo per importare 25 milioni di metri cubi al giorno di gas naturale iraniano (9,1 miliardi di metri cubi all’anno) per alimentare tre centrali nella zona di Baghdad. Se si aggiungono le importazioni dirette di elettricità, un terzo dell’energia di cui ha bisogno l’Iraq viene dall’Iran. Ecco perché rimpiazzare rapidamente le forniture iraniane per ottemperare alle sanzioni non è semplice. Per aggirare le sanzioni l’Iraq ha proposto all’Iran un baratto, essenzialmente con prodotti agricoli, i soli che davvero interessano l’Iran. Ma l’Iraq consuma quasi tutto quello che produce e resta ben poco da esportare.

Che cosa può fare l’Iraq per superare questi problemi? Nel bilancio 2019 ha stanziato 3,3 miliardi di dollari per investimenti in infrastrutture energetiche. Ha anche negoziato con GE e Siemens accordi per la costruzione di nuove centrali elettriche e per la manutenzione e l’ammodernamento dei vecchi impianti, che però richiedono investimenti imponenti. Ora ad aiutare l’Iraq a smarcarsi dall’Iran potrebbero arrivare i paesi del Golfo, desiderosi di accresce la loro influenza economica e politica sull’Iraq in chiave anti-iraniana. L’Arabia Saudita intende costruire una centrale a energia solare da 3000 megavolt che fornirebbe energia elettrica all’Iraq a un prezzo di favore. L’Iraq sta anche cercando di aumentare le importazioni di energia dalla Turchia e dalla Giordania.

L’Iraq sarebbe comunque in difficoltà a rinunciare al gas iraniano. Tra i paesi vicini, l’Iran è l’unico esportatore netto di gas naturale. L’Arabia ha un piano di sviluppo per il settore del gas a lungo termine, ma per molti anni servirà solo il mercato interno. Il Kuwait è un importatore netto, così come la Turchia. Inoltre l’espansione di attività economiche del GCC nel sud dell’Iraq potrebbe infastidire sia l’Iran sia i nazionalisti iracheni, sempre più insofferenti delle interferenze di paesi stranieri nella politica irachena.

Gli USA chiedono all’Iraq un piano a lungo termine per ridurre le importazioni dall’Iran ma, visto che hanno bisogno del governo iracheno nella battaglia contro lo Stato Islamico, non possono permettersi di sanzionare Baghdad, né possono rischiare che l’economia irachena collassi. Perciò probabilmente continueranno a concedere deroghe all’Iraq, pur spingendolo a rafforzare i legami con l’Arabia Saudita e i paesi sunniti del Golfo.

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