1000 anni fa in Asia Centrale fioriva l’illuminismo

22/12/2018

Nel 999 iniziò una corrispondenza tra due giovani che abitavano a più di quattrocento chilometri di distanza, negli attuali Uzbekistan e Turkmenistan. Avrebbero potuto servirsi di un piccione viaggiatore per inviare i loro messaggi, come si faceva spesso a quei tempi, ma le lettere erano tutte troppo lunghe, e quindi troppo pesanti. Lo scambio epistolare ebbe inizio quando il più anziano dei due – che aveva ventotto anni – mandò al suo conoscente appena diciottenne un elenco di domande su diversi argomenti riguardanti la scienza e la filosofia. Quasi tutti i suoi quesiti risuonano con forza ancora oggi. Si inaugurò così una tenzone verbale che, attraverso almeno quattro lunghi messaggi per ciascuno, fa l’effetto di una contesa accademica condotta oggi su Internet.

Esistono altri sistemi solari tra le stelle, si chiedevano i due giovani studiosi, o siamo soli nell’universo? Seicento anni dopo, Giordano Bruno (1548-1600) fu bruciato sul rogo per avere sostenuto la pluralità dei mondi (l’effettiva accusa fu di panteismo), mentre a questi due giovani sembrava chiaro che non siamo soli nell’universo; unici, probabilmente, ma non soli. Si chiedevano anche se la Terra fosse stata creata come un tutt’uno già completo e organico o si fosse invece evoluta nel tempo. A tale riguardo, accettavano il concetto di Creazione, pur convenendo con enfasi che la Terra, da quel primo momento, aveva subito profondi cambiamenti. Questa affermazione aperta dell’evoluzione geologica rappresentava un’eresia per la fede musulmana, che entrambi professavano, quanto lo sarebbe stata per il cristianesimo medievale. Il fatto preoccupava uno dei due giovani scienziati, ma non l’altro, cosicché il primo, Ibn Sina (Avicenna), si affrettò ad aggiungere un intricato correttivo teologicamente più accettabile. In fondo, però, entrambi anticipavano di otto secoli la geologia evolutiva e perfino alcuni punti chiave del darwinismo.

(…) Molti scritti occidentali, se non la maggior parte, identificano ancora oggi Ibn Sina, Bituni, al-Khwarizmi, al-Farabi, al-Ghazali e altri come arabi. Questo grave errore di identificazione compare anche in alcune delle più autorevoli storie della filosofia e della scienza, sia europee sia americane. È pur vero che in quell’epoca la maggior parte dei pensatori dell’Asia Centrale, ma non la totalità, scriveva in arabo. In effetti, l’adozione dell’arabo come unica lingua franca per lo scambio intellettuale attraverso il mondo islamico fu di enorme importanza per la creazione di un mercato internazionale delle idee. La velocità con cui la lingua araba assorbì concetti sconosciuti e li adattò alle esigenze della comunicazione scientifica e tecnica è impressionante. Furono tuttavia gli studiosi dell’Asia Centrale, con i loro scritti prolifici, a porsi all’avanguardia in questo processo di arricchimento della lingua araba con concetti e termini nuovi. Questo avvenne quasi nello stesso momento in cui il latino, in Occidente, stava abbandonando lo status di lingua universale per divenire principalmente lo strumento linguistico della religione e delle idee.

(….) Uno scrittore dell’Asia Centrale che scriveva in arabo un millennio fa non era più arabo di quanto oggi sia britannico un giapponese che scriva un libro in inglese. Molti degli scrittori e dei pensatori che abbiamo ricordato potevano anche avere trascorso la vita professionale in un ambiente di lavoro di lingua araba, ma l’arabo non era la loro lingua madre, né loro erano arabi. Come ha osservato maliziosamente Richard N. Frye, dell’Università di Harvard, «è notevole il fatto che, con poche eccezioni, la maggior parte degli studiosi musulmani, sia nelle scienze religiose sia in quelle intellettuali, [fosse] costituita da non-arabi». Quando un erudito arabo dell’XI secolo compilò una lista di tutti i «popoli encomiabili dell’epoca» che scrivevano in arabo, un terzo dei quattrocentoquindici popoli enumerati risultò dell’Asia Centrale. Dei restanti due terzi, più della metà erano persiani, originari delle regioni corrispondenti all’attuale Iran. L’egemonia dei Centroasiatici fu più schiacciante nelle scienze, in filosofia e matematica – campi in cui essi costituirono fino al 90 per cento del totale degli studiosi. La maggior parte di loro apparteneva a stirpi iraniche e parlava varie lingue del ceppo iranico, ma un numero sempre crescente era altresì costituito da turcofoni. I numerosi idiomi nativi di quegli studiosi appartenevano o al gruppo delle lingue iraniche o a quello delle lingue turche.

 

S. F. Starr, L’illuminismo perduto. L’età d'oro dell’Asia Centrale dalla conquista araba a Tamerlano, Einaudi, Torino, 2017. 

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