Come proteggere la democrazia se crolla l’ordine liberale?

17/01/2019

Negli ultimi tempi gli eventi ci dimostrano che l’ordine liberale del mondo non è inevitabilmente destinato a rafforzarsi e imporsi in ogni parte del globo, come abbiamo creduto nel recente passato. Come ogni altro ordine globale, non soltanto è legato a un determinato periodo storico, ma è soggetto a interpretazioni diverse in parti diverse del globo. Il pericolo è che con l’ordine liberale del mondo si indebolisca anche la democrazia.

Oggi la maggior parte degli Europei considera Trump un’anomalia storica e tende a credere che il mondo procederà inevitabilmente verso l’adozione di norme e regolamenti condivisi, che renderanno possibile l’equilibrato sviluppo delle economie e delle società globali. Gli Asiatici sono molto più pragmatici e considerano ovvio che ogni parte del globo mantenga diversi sistemi politici e sociali, diversi sistemi economici e finanziari e cerchi di crescere anche a spese di altri. Si preoccupano perciò di capire come la politica di Trump impatta sul loro sistema e sul loro futuro, ma non ne sono affatto scandalizzati né psicologicamente turbati.

C’è però una peculiarità comune a livello globale: in tutto il mondo le élite intellettuali, politiche ed economiche delle grandi città tendono ad avere aspettative e convinzioni simili riguardo all’ordine globale, tendono a vivere in modo simile, professano valori simili e comunicano fra di loro in una lingue comune, l’inglese. Hanno più interessi e valori in comune fra loro i cittadini benestanti di Shanghai, di Londra e di San Francisco che non con gli abitanti delle regioni rurali all’interno dei loro rispettivi paesi. Nelle metropoli del globo le persone tendono a credere nell’ordine liberale e nella necessità di istituzioni sovranazionali, perché il successo dell’ordine liberale internazionale ha portato loro grandi opportunità e più alti livelli di prosperità, ma spesso questo è avvenuto a spese degli abitanti delle province e delle periferie, che invece hanno visto aumentare la competizione molto più rapidamente delle opportunità.

Lo sviluppo dell’ordine liberale del mondo si è basato sulla sua capacità di garantire a ogni generazione una vita migliore di quella precedente, ma in larghe aree dell’Occidente questo meccanismo si è inceppato, sia a causa del troppo rapido espandersi della concorrenza nei decenni successivi alla fine della Guerra fredda, sia per la denatalità che priva di energie creative le società e diminuisce la richiesta di beni e di servizi.

La classe media in Occidente si è ormai molto assottigliata, facendo spazio allo sviluppo di élite cosmopolite che tendono a migrare verso le megalopoli del mondo e a grandi quantità di individui e di famiglie impoverite − anche se ancora benestanti rispetto a popolazioni di altri continenti − che vedono invece diminuire la propria mobilità sia in termini socio-culturali che in termini geografici.

I sentimenti e le idee delle persone dipendono dalla direzione dei cambiamenti di status di cui sono attori o vittime, non dal livello relativo di benessere rispetto al resto dell’umanità. La direzione del cambiamento di status delle classi medie in Occidente è in larga misura verso il basso, sia in termini di peso economico che di peso sociale e politico. Questo ha fatto perdere fiducia nell’ordine liberale del mondo e ha alimentato la crescita di consenso per i politici che promettono di limitare la concorrenza, frenare l’impoverimento dell’ex classe media e ridarle peso politico.

Il fenomeno era stato ipotizzato e previsto già cent’anni fa da Sir Halford Mackinder, il fondatore della geopolitica come dottrina, il quale diceva che se si fosse assecondata la tendenza spontanea delle migliori menti e delle migliori energie a raccogliersi nelle aree di maggiori opportunità, le altre aree sarebbero decadute, di conseguenza si sarebbero create gravi fratture sociali e politiche all’interno degli stati, si sarebbero formate classi trasversali transnazionali e la democrazia, sistema politico basato sul principio dell’autodeterminazione dei popoli all’interno di ogni territorio, sarebbe stata distrutta. Mackinder fece queste affermazioni in Democratic ideals and reality, pubblicato nel 1919.

La sovranità popolare si può esercitare in modo democratico soltanto su di un territorio abbastanza limitato e omogeneo da permettere che nessun gruppo venga escluso dallo sviluppo? Il sistema economico può essere il più possibile vario e articolato, flessibile e collegato all’esterno, ma regolato in modo tale che affondi le radici su tutto il territorio senza lasciare nessuna area isolata ed esclusa?

L’esperienza degli imperi sviluppati in nome di principi universali, indipendentemente dalla nobiltà o dalla viltà dei principi stessi (da Napoleone a Hitler a Stalin e Mao) dimostra abbondantemente che l’esercizio reale della democrazia è possibile soltanto entro territori che hanno storicamente sviluppato economie e culture integrate, mentre qualunque tipo di impero finisce con l’essere oppressivo e violento.

Sappiamo inoltre che quando regioni o quartieri specifici rimangono ai margini del processo di sviluppo, lì crescono le proteste e i tentativi di ribellione: i gilets jaunes in Francia non ne sono che l’ultimo esempio. Negli anni ’70 e ’80 erano frequenti le rivolte dei quartieri neri nelle città americane e inglesi, per lo stesso motivo: il rifiuto di aderire a un sistema politico, economico e sociale che non offriva loro abbastanza possibilità, li lasciava indietro.

L’attuale tendenza al ‘sovranismo’ non ci deve preoccupare come ideologia in sé, ma dobbiamo preoccuparci se non funziona, se cioè non serve a far crescere l’economia e a integrare nel sistema economico tutti gli elettori, ridando a ognuno la speranza di migliorare la propria vita. Se il sovranismo aumenterà il debito pubblico e rallenterà l’economia, allora dovremo preoccuparci per la democrazia e per la convivenza sociale, per la sicurezza stessa delle nostre città. 

Lo sviluppo dell’ordine liberale del mondo si è basato sulla sua capacità di garantire a ogni generazione una vita migliore di quella precedente, ma in larghe aree dell’Occidente questo meccanismo si è inceppato, sia a causa del troppo rapido espandersi della concorrenza nei decenni successivi alla fine della Guerra fredda, sia per la denatalità che priva di energie creative le società e diminuisce la richiesta di beni e di servizi

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