Il dibattito sull’immigrazione

04/02/2019

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Riassumiamo un articolo di George Friedman (The Real Issue Behind the Border Wall Debate, 22 gennaio 2019) sull’immigrazione in America, perché la realtà di cui tratta non è molto diversa da quella di altre ondate di migrazioni in altri paesi.

 

Per gli Stati Uniti l'immigrazione è sempre stata al contempo sia una necessità sia un tormento. Il dibattito su un muro che separi Stati Uniti e Messico riguarda l’essenza stessa della società americana, che è stata forgiata dalla fusione di frammenti di altre nazioni.

‘La costruzione della nazione americana è stata un’esperienza dolorosa. Alcuni l’hanno romanticizzata, dimenticando che il ‘crogiolo’ era tanto caldo da dissolvere le anime umane e ustionava sia i nuovi arrivati sia quelli cui si univano. Eppure, l’immigrazione era necessaria. I primi immigrati europei che arrivarono erano troppo pochi per poter colonizzare e sviluppare il continente, scatenare l’industrializzazione e vincere guerre. Se gli Stati Uniti fossero rimasti semplicemente una nazione di origine inglese, sarebbero stati annientati molto tempo fa. Gli immigrati erano indispensabili per la creazione di un paese vitale e inevitabilmente sarebbe venuta “dalle vostre stanche, povere masse oppresse", come diceva Emma Lazarus. Gli Stati Uniti hanno accolto gli immigrati per necessità e persino per disperazione, cioè per gli stessi fattori che hanno spinto gli immigrati verso gli Stati Uniti’.

Ma la realtà dell’immigrazione sta nei dettagli. ‘Sono immigrato con la mia famiglia negli Stati Uniti dall’Ungheria da bambino’ narra George Friedmann. ‘Ci siamo sistemati in un appartamento nel Bronx. Il fatto più importante della nostra storia non è che eravamo poveri, ma che la nostra famiglia era stata fatta a pezzi. I miei genitori portarono me e mia sorella negli Stati Uniti perché non avevano altra scelta. La loro patria li aveva abbandonati nella Seconda guerra mondiale [in quanto Ebrei, ndt] e l’America li accolse. Per gli immigrati, tuttavia, l’America è un’amante che dà generosamente piacere ma è spietata nelle richieste. Devi essere completamente devoto all’America per godere dei suoi piaceri. I miei genitori avevano patito troppo ed erano troppo esausti. Non speravano nell’estasi che l’America poteva offrire, si accontentarono del rifugio che ci permetteva, per quanto misero fosse.

Le mie speranze però erano diverse dai bisogni dei miei genitori. I miei genitori erano amorevoli, ma in un certo senso diventarono irrilevanti. Non potevano guidarmi sulla mia strada. In quegli anni molti immigrati si stabilirono nel Bronx. I bambini ebrei fecero gruppo. Così fecero i bambini irlandesi, gli italiani, i portoricani e gli afroamericani. Trassero forza l’uno l’altro, più che dalle loro famiglie. Il crudele paradosso dell’immigrazione è che divide genitori e figli. I bambini desiderano l’America mentre i genitori desiderano sollievo. E quando i bambini si uniscono, imparano la prima lezione dell’America: ha pietà per i deboli, ma rispetto solo dei forti.

Impari questa lezione per le strade, dove scopri che il dolore non è la cosa peggiore del mondo. La codardia lo è. Vincere è tutto. Combattere senza paura e perdere significa avere l’opportunità di redenzione. Fuggire dal campo di battaglia, invece, per rannicchiarsi con i genitori ti nega l’orgoglio e l’ingresso in America. L’America è per coloro che hanno la forza non solo di giocare a baseball o di eccellere a scuola, ma anche di imparare la lezione delle strade e di pagare il prezzo di entrata’.

Friedmann narra come queste bande di ragazzi, divisi in gruppi uniti dalla stessa origine e dalla stessa lingua, rendessero il quartiere tumultuoso e pericoloso. I vecchi immigrati, che già avevano raggiunto un buon livello di inserimento nel mondo del lavoro e della scuola, tendevano a spostarsi in quartieri migliori e lasciare lo spazio a nuovi immigrati, perciò le bande giovanili si ricostituivano costantemente. Man mano che giungevano gruppi di nuovi immigrati, si spargeva la voce che l’uno o l’altro nuovo gruppo fosse estremamente pericoloso e gli altri residenti del quartiere, loro stessi immigrati, prendevano a dire che occorreva fermare l’immigrazione. Scrive Friedmann: ‘per coloro che hanno i mezzi per isolarsi dalla paura e dall’incertezza questo processo non è affatto motivo di preoccupazione. Per loro, l’immigrazione è un concetto, non una realtà, e quindi la vedono come uno sforzo caritatevole’ (…) La realtà è che gli Stati Uniti non possono sopravvivere senza ondate di immigrati (….) Ma il processo di immigrazione è tanto più doloroso quanto più lo si vive da vicino. L’idea che chi ha paura dell’immigrazione sia razzista non centra il punto della questione. L’immigrazione ha un impatto diretto sulle persone, che ne temono gli effetti. Molti di coloro che non ne hanno paura vivono in comunità benestanti dove i nuovi immigrati non si stabiliscono. La paura è una risposta prevedibile all’immigrazione. Gli Inglesi temevano gli Irlandesi. I Protestanti irlandesi temevano i Cattolici irlandesi. E il ciclo continua. In due secoli di dibattiti sull’immigrazione, entrambe le parti hanno sistematicamente ignorato le realtà sottese al dibattito.

(.,…) ‘La bellezza dell’America è che ogni Americano può avere un’opinione, per quanto poco ragionevole essa possa essere. È affascinante come una rissa di gruppo in un cortile della scuola. Ma alla fine, l’America è sopravvissuta a questo dibattito molte volte e il risultato è sempre stato lo stesso. L’economia degli Stati Uniti è sempre dipesa da un afflusso costante di lavoratori a bassa retribuzione. Ciò che è sempre stato vero fin dall’inizio, tale rimane ancora ora altrimenti non ci sarebbero ancora oggi migranti in arrivo. Ciò ha portato con sé tensione, violenza e dolore, molto più per gli Americani poveri che per i ricchi. (….)

Ma non possiamo fermare l’immigrazione, né possiamo pretendere di far capire a coloro che ne sono isolati gli effetti che comporta e farli preoccupare del dolore che questo processo causa inevitabilmente. Accogliere gli immigrati non è un atto di gentilezza ma una necessità. Chi la vede come un atto di gentilezza, fraintende la vita degli immigrati e di coloro che vivono in mezzo a loro’.

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