L’obsolescenza dell’Europa

24/07/2019

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Nel 1992 creammo un’Unione Europea per prevenire la possibilità che i vari stati europei potessero farsi guerra, come nel XX secolo. A questo scopo fu creata una vasta e complessa burocrazia (non un governo, non un vero Parlamento dotato di poteri legislativi), cui vennero assegnati cinque obiettivi specifici: l’unione monetaria (fatta), una politica di difesa comune (delegata automaticamente alla NATO, perciò data per fatta), la cittadinanza europea (fatta) e l’emanazione di direttive per armonizzare la legislazione dei paesi membri negli ambiti di competenza dell’Unione (fatto). La burocrazia europea ha dunque raggiunto efficacemente tutti gli obiettivi indicati − eppure larga parte della popolazione europea è insoddisfatta, l’Inghilterra addirittura ha scelto di uscire dall’Unione. Perché? 

Perché il mondo è cambiato, occorre una nuova visione politica, che le burocrazie non possono, per loro natura, né elaborare né adottare: non ne hanno titolo. L’Unione Europea, così come l’abbiamo creata noi Europei nel 1992, non ha potere politico, non può prendere decisioni politiche. Eppure di nuove decisioni politiche europee abbiamo necessità urgente, perché il mondo non è affatto quello che avevamo ipotizzato nel 1992: il problema maggiore per noi Europei non è la competizione per il potere fra gli stati membri, ma è la perdita di potere di tutti gli stati membri, è l’obsolescenza dell’Europa in quanto centro di potere globale. Soltanto se unita l’Europa può avere ancora qualche peso sulla scena globale; i singoli stati europei sono ormai potenze di secondo o terzo piano sia per demografia, sia per capacità di difesa, di innovazione tecnologica e di crescita economica. L’Europa deve pensare a difendersi dal rischio di essere dominata da popolazioni che fino a pochi decenni fa dominava, non dal rischio di guerre intraeuropee per accaparrarsi il dominio del Continente o dell’emisfero. Questa è la lezione che gli Europei stanno traendo da eventi quali la guerra dei dazi, l’espansionismo cinese, la rinnovata aggressività della Russia e della Turchia, l’incontrollabilità dei flussi migratori, il moltiplicarsi delle crepe all’interno della NATO. Ma per darsi una nuova politica occorrerà una ri-fondazione dell’Unione e un ripensamento politico delle sue priorità. Questo ripensamento non potrà che essere guidato dalla Germania e dalla Francia, che sono riuscite a porre due candidate di loro scelta a capo della nuova Commissione Europea (la tedesca Ursula von der Leyen) e della Banca Centrale Europea (la francese Christine Lagarde), manovrando dietro le quinte per evitare l’elezione del candidato selezionato dal Parlamento europeo.

Ma oggi la Francia e la Germania non condividono una stessa visione del futuro d’Europa: Macron punta a un’Europa a due velocità, in cui i singoli paesi possano decidere di delegare fette progressivamente più ampie di sovranità all’Unione, senza attendere il consenso unanime di tutti gli stati membri – una visione che potrebbe portare a realizzare velocemente un’Europa franco-tedesca, capace di decidere e di agire indipendentemente dal consenso degli altri Europei. La tedesca von der Leyen ha evitato (per ora) di rispondere a domande sull’Europa a due velocità ma ha parlato di possibili miliardi di investimenti per un’Europa ‘verde’, della creazione di un mercato unico dei capitali, di sussidi di disoccupazione a livello europeo e di un non meglio specificato ‘meccanismo giuridico’ a difesa della ‘culla della civiltà europea’. Che la von der Leyen sia stata eletta dal Parlamento europeo grazie ai voti di parte dei deputati italiani e dei paesi euroscettici e ‘sovranisti’ di Visegrad (Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia) significa che probabilmente qualche accordo è stato preso dietro le quinte su come procedere a riformare l’Unione. Ma i cittadini europei non ne sanno ancora nulla. 

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