Geopolitica e filosofia politica a confronto

19/09/2019

Liberamente tratto da un articolo di George Friedman per Geopolitical Futures.

 

Molti pensano che il termine geopolitica sia all’incirca sinonimo di relazioni internazionali, spesso lo utilizzano con un’accezione che implica l’idea di conflitto. In finanza, per esempio, lo si utilizza per spiegare la causa del rialzo o del ribasso dei mercati, come a indicare un elemento estraneo, spesso violento e piuttosto inatteso. Ma la geopolitica è un’altra cosa. È una metodologia per comprendere il sistema internazionale, che aiuta a prevedere l’evoluzione del sistema nel tempo, guardando allo stato nazione (o a qualsiasi altra forma di comunità umana) come a un attore che determina il proprio percorso, al di là del ruolo dei leader politici.

I leader agiscono in base ai vincoli con cui la nazione deve fare i conti e agli imperativi che deve soddisfare per sopravvivere. Quando ho predetto che ci sarebbe stata una crisi in Ucraina o che la Cina avrebbe avuto problemi economici non sapevo chi sarebbe stato a capo di questi paesi. Si t ratta di un dato quasi ininfluente, perché l’approccio geopolitico si concentra su quelle forze (vincoli e necessità) impersonali che indirizzano le nazioni. Questo è il concetto che sta dietro le previsioni geopolitiche. La geopolitica si basa sull’assunzione dello stato nazione come attore chiave e respinge l’idea che leader politici, economici o militari abbiano il controllo sugli eventi fondamentali. Costoro possono determinare l’esito di questioni meno rilevanti, ma per quanto riguarda gli eventi maggiori sono più prigionieri della storia che suoi artefici.

Con il passare del tempo ho capito che questo approccio ha valore predittivo, ma talvolta non permette di comprendere appieno il sistema globale. Soprattutto dà per scontato lo stato nazione e le precedenti forme di comunità umana. Oggi lo stato nazione è l’attore principale della storia, ma come è arrivato a esserlo? Per provare a rispondere occorre prima capire quali legami tengano insieme gli uomini. Ho già trattato altrove dell’amore per le proprie origini, considerandolo imprescindibile. È cosa vera per la maggior parte di noi ed è tanto forte da alimentare il patriottismo.

Ma ci sono uomini, sicuramente non dei folli, che scelgono di non amare le proprie origini, che si tratti dei genitori, della comunità di appartenenza o della propria nazione; oppure, anche se sono mossi da quell’amore, che non se la sentono di difendere quello che amano dai pericoli del mondo.

Ciò pone problemi a chi adotta un approccio geopolitico. Se l’amore per le proprie origini è una forza trainante ma molti la rifiutano, significa che nel sistema esiste la possibilità di scegliere. Pensavo che la possibilità di scelta fosse un’illusione, oppure un fatto così marginale da essere insignificante. Ma quando si guarda alle comunità in declino, una delle caratteristiche comuni è proprio l’indebolimento dell’amore per le proprie origini. L’amore per le proprie origini non è comunque una necessità assoluta negli esseri umani; è di certo una forza potente in molti stati nazione e spiega il loro comportamento, ma non spiega tutto.

Allora possiamo considerare tutto in termini di necessità. L’Inghilterra non poteva fare la pace con la Germania perché il controllo tedesco del continente l’avrebbe portata a costruire una marina più grande e più moderna di quella britannica, sottraendo all’Inghilterra il suo impero per poi conquistare la stessa Inghilterra. Una volta caduta la Francia, il sistema politico inglese dovette riorganizzare i propri equilibri e ne emerse Winston Churchill, che rifiutò ogni compromesso. Secondo il mio modello interpretativo (dice Friedman, ndr) se anche Churchill fosse stato investito da un’auto sarebbe diventato primo ministro qualcun altro con le stesse convinzioni. L’Inghilterra non poteva fare la pace perché non poteva rinunciare alla difesa del suo interesse primario, che è il controllo dei mari. Ma si può sostenere che la personalità di Churchill e la sua retorica non ebbero alcuna influenza sul conflitto? No. Da un parte abbiamo la complicazione che non tutti agiscono in base all’amore per le proprie origini, dall’altra l’ovvio fatto che alcune personalità in determinate situazioni influenzano il corso della storia. Se neghiamo l’esistenza di questi due tipi umani finiamo per rinnegare la realtà della natura umana, ma se apriamo uno spiraglio al peso delle intenzioni dei singoli, l’edificio intellettuale che vogliamo costruire (quello geopolitico) comincia a vacillare.

Dunque dobbiamo conservare l’elemento della necessità nella storia senza però abbandonare l’idea che anche le scelte dei singoli abbiano un peso. Possiamo ignorare la relazione tra scelta e necessità, ma dobbiamo considerarle entrambe. Mi pare che per comprendere questi due fattori si debba andare al punto in cui si incontrano necessità e sacrificio: la violenza. Esiste il sacrificio del soldato per il bene del suo paese e la violenza del fuorilegge per un suo tornaconto personale. Nessuno dei due casi è raro, ma le motivazioni sono estremamente diverse.

Cercando di spiegare le diverse forme di violenza umana, ho capito di non poterlo fare da solo. Ho bisogno di appoggiarmi alla filosofia in quanto tradizione di pensiero che confronta la natura del bene e del male senza trasalire. In alternativa, potrei guardare alle religioni rivelate, ma queste si basano su libri imbevuti di violenza senza riuscire minimamente a conciliare questa divergenza.

Parlare di stato nazione significa lavorare su un’astrazione di comunità umana, mentre guardando ad Aristotele o a Machiavelli possiamo andare in profondità. La geopolitica riesce in qualche misura a prevedere il futuro, ma non in modo sufficiente. È essenziale riconciliare le contraddizioni che emergono nel profondo della condizione umana; ecco il perché delle mie escursioni nella filosofia politica. Escursioni sporadiche ma terapeutiche e – credo − necessarie.

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I vostri commenti

Bella l'analisi di Friedman. Però mi stupisco che non accenni al fatto che lo stato nazionale è oramai superato; ancora sopravvive per l'inerzia della storia, ma è oramai evidente che gli stati nazionali non hanno quasi più alcun vero potere. Per ora l'unica eccezione sono i grandi stati (USA, Cina, Russia, India, Brasile) che hanno una dimensione tale che possono ancora controllare qualcosa. Gli stati piccoli infatti si stanno riunendo in organizzazioni sovranazionali, come la UE e i vari accordi regionali (ASEAN, AfCFTA, ecc.) per cercare di avere ancora qualche peso, Mi sembra che chi decide oggi cosa farà l'umanità domani sono soprattutto le aziende globali ed innovative, che tengono conto più dei movimenti politico-sociali sovranazionali (es. l'ecologismo, il veganesimo, ecc.) che delle leggi degli stati. Colgo l'occasione per ringraziare ancora una volta degli interessantissimi spunti di riflessione dati dalla Vostra newsletter. Cordiali saluti. Marco Locati
Penso che come tutte le scienze anche la geopolitica debba isolare delle variabili non necessarie e non tenerne conto per poter studiare meglio altre variabili di livello superiore. E come per i sistemi matematici una variabile influenza l’altra. Ma mi chiedo avere delle discrezionalità sulle variabili non comporta una soggettività della geopolitica?