La competizione tra grandi potenze condiziona pesantemente la Mongolia

20/02/2020

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La Mongolia deve fare in conti con una situazione demografica ed economica complicata, cui si sommano condizioni geografiche particolarmente difficili. Senza sbocchi sul mare, al centro dell’Asia Orientale, è lo stato sovrano con la più bassa densità di popolazione − gli abitanti sono circa 3 milioni in uno stato grande come l’Alaska, schiacciati tra 133 milioni di Russi a nord e 1,4 miliardi di Cinesi a sud – e ha uno dei climi più rigidi al mondo. Questi fattori limitano di molto le sue possibilità di sviluppo. Sul versante positivo la Mongolia ha il miglior cashmere al mondo, un grande potenziale di turismo naturalistico e culturale ed enormi risorse minerarie. 

La Mongolia ha una storia grandiosa di cui va molto fiera, che risale alla fondazione dell’Impero Mongolo che conquistò la massima parte dell’Asia (1206-1368). Ma durò poco, poi i Cinesi tornarono ad avere il sopravvento. L’ultima occupazione da parte della Cina (a opera della dinastia Qing) durò dal 1691 al 1911, quando la Mongolia si ribellò e dichiarò l’indipendenza. Il Trattato di Kyakhta del 1915 ristabilì il controllo cinese ma i Russi aiutarono la Mongolia a cacciare definitivamente i Cinesi dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917. L’Armata Rossa vi si stabilì, nel 1924 abolì la monarchia e fece della Mongolia una zona cuscinetto nei confronti della Cina. La Mongolia mantenne buoni rapporti sia con l’URSS che con la Cina fino alla crisi sino-sovietica degli anni ‘50 e ’60. A partire dal 1968 i Sovietici stanziarono in Mongolia sei divisioni militari, che mantennero fino al 1992.

Quando i Russi se ne andarono, la Mongolia dovette far fronte a due problemi. Il più immediato era una grave crisi economica, poiché il 40% del reddito nazionale della Mongolia dipendeva dagli scambi con la Russia (da cui importava tutto il petrolio, il 90% dei macchinari e la metà dei beni di consumo). Il secondo problema è esistenziale: per la prima volta la Mongolia è davvero sola. Anche se Pechino ha riconosciuto l’indipendenza della Mongolia nel 1945, la Cina cova ancora mire di espansione territoriale sulla Mongolia. Alcuni ritengono che la Mongolia sia parte del territorio della Cina storica e le élite mongole temono che i più giovani e nazionalisti tra i Cinesi premano per l’annessione. I precedenti che riguardano la Mongolia interna (diventata regione cinese), il Tibet, Hong Kong e Taiwan non sono certo rassicuranti.

Dunque la priorità della Mongolia è proteggere la propria sovranità e preservare la propria indipendenza. Per farlo ha scelto di intraprendere un complicato esercizio di equilibrio, basato su due politiche: quella di buon vicinato sia con la Russia sia con la Cina e quella del “terzo vicino” che in realtà è lontano, ma offre attenzione e protezione a livello internazionale: Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, India, Germania, Regno Unito, Australia e Canada. Ora però il riemergere della competizione tra grandi potenze costringe la Mongolia a correggere il tiro.

La minaccia maggiore viene di certo dalla Cina, egemone emergente a livello globale. Pechino sta promuovendo la costruzione di infrastrutture in paesi di importanza strategica con la Belt and Road Initiative. Uno dei corridoi previsti collegherebbe la Cina all’Europa occidentale attraverso la Mongolia e la Russia. Questo progetto potrebbe aprire nuovi mercati per l’esportazione di risorse minerarie mongole e farebbe della Mongolia un polo logistico regionale. Ma la Cina non spinge davvero per la realizzazione di questo progetto, contrariamente a quanto sta facendo in altri casi e in altri paesi.

Inoltre la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina colpisce direttamente la Mongolia. La Cina compra quasi l’80% delle esportazioni mongole, innanzitutto rame, carbone e oro. Ciò rende la Mongolia estremamente sensibile alle fluttuazioni dell’economia cinese. La leva economica viene utilizzata dalla Cina in politica estera: nel 2016 ha aumentato di colpo le tariffe sulle importazioni dalla Mongolia per punirla a seguito di una visita del Dalai Lama nel paese.

Un possibile riavvicinamento tra Russia e Cina in ottica anti-americana avrebbe l’impatto più rilevante, perché se l’alleanza sino-russa si rafforza la Mongolia perde la funzione di stato cuscinetto. Ma Mosca considera ancora la Cina un potenziale pericolo sul lungo periodo. Teme inoltre che questioni territoriali in altre regioni – come l’annessione della Crimea nel 2014 o i negoziati con il Giappone riguardo le isole Kurili – possano rafforzare anche le pretese cinesi sulla Mongolia e che il confine russo con la Mongolia finisca col cadere sotto il controllo di Pechino. Bilanciare l’influenza cinese in Mongolia resta dunque una priorità della Russia, che pertanto sta cercando di ricostruire e rafforzare i legami economici. La Russia fornisce alla Mongolia circa l’80% del petrolio e nel 2019 i due paesi hanno annunciato una partnership strategica che prevede anche un fondo di investimento infrastrutturale di 1,5 miliardi di dollari, il potenziamento della rete ferroviaria e un possibile secondo gasdotto tra Russia e Cina.

Per gli Stati Uniti la Mongolia è importante dal punto di vista strategico, commerciale e di sicurezza. È importante che il paese resti sovrano e indipendente, che sia prospero e giochi un ruolo costruttivo nella regione, pertanto gli USA favoriscono la cooperazione bilaterale e regionale per rafforzare la posizione geopolitica della Mongolia. Il miglior garante della sovranità della Mongolia resta però la Russia, che ha un interesse chiaro e duraturo al mantenimento di una Mongolia indipendente e che sarebbe un nemico davvero temibile per la Cina, finché esercita il controllo sull’energia e sui trasporti della Mongolia.

Oltre che con la Russia, la Mongolia deve rinsaldare i legami strategici con alcuni alleati selezionati e costruire relazioni regionali che favoriscano la pace e la sicurezza nel continente. Trovandosi a uno snodo della competizione geopolitica tra grandi potenze, ha le carte in regola per farlo.

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